JOSS WHEDON'S "FRAY"
di Fabiano "Langley" Piccione

Fin da ragazzino Joss Whedon si era chiesto, a giudicare da quanto ha raccontato in alcune sue interviste, dove fossero finite le ragazze.
Dove sono le ragazze che possono combattere? Che possono stare in piedi e rimanerci? Dove sono le ragazze con della personalità?
Nel cinema Joss percepiva questa mancanza, e anni dopo la sua prolifica mente diede vita alla mitologia delle Slayers, ragazze facenti parte di una stirpe di mistiche guerriere la cui discendenza era stata iniziata circa 7000 anni prima della nascita di Cristo. Ragazze nelle quali riviveva una mistica forza, invocata da antichi e saggi stregoni, il cui intento era di liberare il mondo dalla piaga di demoni e vampiri e preservare così l’umanità. Fu così che prese vita la saga che creò un’enorme popolo di appassionati, estimatori dell’accostamento di ingredienti quali il dark-gotico, lo humor e l’ironia tragi-comica. Una saga che ha il pregio di sapersi prendere sul serio e anche autoironizzare su se stessa con pungente sagacia.

Joss Whedon, da sempre fan del genere fumettistico, ha poi deciso di cimentarsi in qualcosa che portasse avanti il mondo da lui creato, ma espandendone la mitologia. Qualcosa che nemmeno la tv avrebbe potuto permettergli di fare con la stessa libertà. Ed è così che, aprendo il primo numero della minicollana “Fray”, ci ritroviamo in un mondo che all’apparenza ha un gusto che ricorda quasi gli scenari da “Il quinto elemento”: una città avvelenata, caotica, fredda, tempestata di mostruosi parallelepipedi di cemento e acciaio, alti centinaia di metri; con auto volanti che corrono come frenetici moscerini lungo immaginarie strade nell’etere; città in cui appartenere ad un livello sociale non è solo un’espressione figurata, ma qualcosa che viene effettivamente stabilito dallo strato della stessa città, in termini di altitudine, in cui si viene al mondo e dove, di conseguenza, si potrà e dovrà spendere la propria successiva, intera esistenza. Questo è il 26° secolo visto da Joss, che iniziò a scrivere questo nuovo capitolo della genealogia delle Cacciatrici di vampiri quando ormai i caposaldi principali della conclusione di Buffy the Vampire Slayer erano stati tracciati, e lui sapeva già, grossomodo, come avrebbe fatto finire le avventure dell'eroina di Sunnydale dei nostri giorni (infatti ne fa un piccolo accenno sulle stesse pagine di Fray, per mantenere ulteriormente un senso di continuity).

Da secoli non c’è stata traccia di vampiri; ciò dopo che l’ultima cacciatrice ad essere stata chiamata al suo destino ha fatto in modo di porre fine alla loro minaccia.

What we know is this: there was a battle. A slayer, possibly with some mystical allies, faced an apocalyptic army of demons. And when it was done...they were all gone. All demons, all magics; banished from this earthly dimension” (Quello che sappiamo è questo: ci fu una battaglia. Una cacciatrice, probabilmente aiutata da alleati mistici, affrontò un’armata apocalittica di demoni. E quando fu finita….erano tutti spariti. Tutti i demoni, tutte le forze magiche; bandite da questa dimensione terrena).

Il riferimento a Buffy è tanto lampante quanto apprezzato.

Non è dato sapere, fra le strisce di “Fray”, se la cacciatrice che compì questo miracolo sopravvisse o meno, ma solo che fu l’ultima ad essere chiamata, visto che tutta l’attività demoniaca venne arrestata ed esiliata.
Fu l’ultima ad essere chiamata, per più di 500 anni. Ma….ora…
Ora, ovvero nel 26° secolo in cui le pagine di Fray si dispiegano, la magia è un ricordo lontano, di pochi, e nessuno sa cosa sia un vampiro. Tanto che il termine stesso è praticamente sparito dal vocabolario e tutti, per definire individui “sui generis”, diversi dal resto della normale umanità, usano il termine “lurk” (colui che si nasconde), intendendo tutti quegli emarginati le cui deformità, causate da radiazioni o altre alterazioni genetiche di vario tipo, vivono nell’ombra, nello strato più basso delle città. Strato in cui è difficile che arrivi qualche raggio di sole.

Ora …è giunto il momento di chiamare una nuova cacciatrice…

Melaka Fray è una ragazzina un po’ allo sbando, una piccola teppista, le cui incredibili doti di agilità e destrezza la rendono in grado di portare a termine dei furti al di là del limite umano. Una sorta di ladra su commissione, con una moralità piuttosto “morbida” e dai modi decisamente mascolini, che volendo potremmo paragonare alla Buffy alternativa dell’episodio “The Wish” (Il desiderio, terza stagione della serie tv), dalla quale Joss ha chiaramente preso spunto, cicatrici comprese, per delineare i tratti caratteriali e comportamentali di un personaggio affine, effettivamente, perché collocato in un mondo ancora più ostile e alla deriva come lo era la Sunnydale alternativa vista in quel frangente. Melaka è, oltre tutto, al soldo di un losco mutante per il quale ruba su ordinazione, ed è abituata a procurarsi da vivere contando solo sulle sue forze e diffidando di tutti, senza poter contare sull’aiuto di nessun amico, perché in pratica non ne ha. Il suo passato è segnato da un triste evento: la perdita del fratello Harth, proprio davanti ai suoi occhi, ucciso da un “lurk”.

La lobby degli osservatori (discendenti degli stregoni che crearono la cacciatrice, millenni orsono, e che da allora si presero carico di addestrarne i successori, generazione dopo generazione), nel corso di cinque secoli, si è praticamente sgretolata: l’apatia e la lunga attesa per la venuta di una nuova cacciatrice, uniti al senso di fanatismo che questa attesa ha causato, ha fatto sì che molti di loro impazzissero e che la loro organizzazione crollasse. Ed è qui che appare Urkonn, un enorme demone dall’aspetto caprino, che sembra prendersi carico di spiegare all’ignara e reticente Melaka quale sia il suo destino. Urkonn non è un osservatore, ma un demone che sostiene di avere “le sue ragioni” per volere che la cacciatrice esca dall’ombra e torni a lottare per scongiurare il nuovo apparire dei vampiri. Ma il compito di Urkonn è più arduo del previsto, perché non solo Melaka è la prima ad essere chiamata dopo secoli in cui le storie di vampiri sono state dimenticate, ma pare non avere alcuna delle “memorie” tipiche delle cacciatrici.

In your dreams, you’re someone else. A slave. A princess. A girl in a school in a sulit city” (”Nei tuoi sogni, tu sei qualcun altro. Una schiava, una principessa, una ragazza in una scuola di una città soleggiata), le dirà Urkonn.

Ma Melaka non ha alcuno di questi ricordi, nè ha mai fatto sogni ricorrenti in cui si è ritrovata a vivere battaglie e avventure delle cacciatrici che l’hanno preceduta. Persino Urkonn è incredulo riguardo a ciò, e pagina dopo pagina si arriva a scoprire quale potrebbe esserne la spiegazione: Harth, fratello di Melaka. Morto alcuni anni prima, Harth era non solo il fratello di Melaka, ma addirittura gemello. A giudicare da quanto racconta Urkonn, stupito da questo notizia, è la prima volta che si sente raccontare di una cacciatrice figlia di un parto gemellare. E qui la spiegazione: Harth ha ereditato l’istinto della cacciatrice e i ricordi derivanti dalle vite precedenti delle ragazze che hanno composto la stirpe di guerriere. Melaka non percepisce l’appartenenza a questo retaggio mistico, perché lei ha ereditato solo le abilità fisiche delle slayers: la forza, la velocità, l’agilità e la rapida guarigione. La lotta che si prospetta è ancora più dura del previsto, perché la cacciatrice è incompleta, come se l’eredità mistica si fosse separata in due tronconi e fosse passata solo in parte alla legittima destinataria; di conseguenza, dubbia è la sua prontezza nell’affrontare la nuova stirpe di vampiri che si sta facendo strada nei bassifondi della città, il cui capo…..è proprio il redivivo Harth, che lei aveva visto morire per mano di un vampiro mesi, forse addirittura anni prima. Più che redivivo, Harth è un non-morto: il retaggio della cacciatrice, ereditato dalla condivisione del ventre materno con la predestinata Melaka, gli diede la prontezza istintuale necessaria per nutrirsi del sangue del vampiro che gli stava succhiando via la vita. Harth sapeva istintivamente cosa fare pur di non soccombere del tutto, ed è così assurto al rango di capo dei demoni che Melaka dovrà affrontare.

Il fumetto di Whedon si prospetta, a mio avviso, come una riuscita rielaborazione della mitologia della cacciatrice, senza tracce di ripetizioni o di dejà vu: non ha semplicemente trasposto le avventure di Buffy in un epoca futura, con alcune piccole differenze, ma ha sconvolto e rielaborato lo scenario e le premesse, in modo furbo e ben congegnato. Non ci sono osservatori che possano guidare Fray, e l’unico che sembra disposto a farlo è un demone le cui intenzioni non possono che destare un certo sospetto, aprendo diversi interrogativi. Non ci sono amici, non ci sono altri alleati, non c’è nemmeno una cacciatrice che si possa dire tale al 100%, e questo è secondo me un presupposto tanto furbo quanto interessante nella sua ideazione; e c’è un nemico che è quanto di più vicino alla protagonista, emotivamente e fisicamente, che si potesse concepire. In un mondo che ha un non so che di post-apocalittico e che, se non estremamente originale nell’immaginario, di certo è estremamente funzionale nell’asservire il personaggio e la sua psicologia, oltre che viceversa.

Una collana composta da otto numeri dai disegni estremamente godibili, realizzati dal bravissimo Karl Moline, che pare essersi basato sui tratti somatici della bella Natalie Portman, fra le altre, per tracciare il volto e le proporzioni fisiche di questa eroica ladra del futuro. I personaggi sono estremamente espressivi e le pagine patinate fanno dei colori qualcosa di volutamente importante ai fini della creazione delle atmosfere.
I dialoghi sono degni di Joss Whedon: ci sono momenti di caustica e secca ironia, che intervallano i toni sempre più cupi e drammatici che la storia prende, man mano che ci si avvicina al finale.
Ho trovato certe cose un po’ approssimative, a dire il vero: una fra tutte la comparsa dell’ascia mistica, che Urkonn, ad un certo punto, dona a Fray non appena questa sembra accettare il suo ruolo. Dopo che in Buffy abbiamo partecipato con un certo pathos al ritrovamento dell’ascia stessa e alla scoperta della sua natura e della sua funzione, come chiave di volta dell’arco finale della saga, vederla qui semplicemente comparire in mano a Mel, dopo un bel discorsetto fuoricampo di Urkonn, suona piuttosto semplicistico e affrettato. Di certo si poteva dedicare una paginetta in più a questo oggetto, che meritava un’attenzione più reverenziale, per spiegare dove l’ascia fosse rimasta durante tutti questi secoli, per esempio.
Come si poteva dedicare un’altra paginetta in più per spiegare in modo più preciso e articolato i motivi che sembrano muovere un gruppo di demoni, dai quali Urkonn viene incaricato di trovare e guidare Mel, nell’impedire l’avanzata di questa nuova generazione di vampiri. In pratica l’evoluzione di Mel e la sua presa di ruolo sono manovrate da questo gruppo di demoni, le cui ragioni sono ignote e restano tali anche dopo la lettura dell’ultima pagine. Al lettore non resta che ipotizzare con uno sforzo di fantasia e interpretare a proprio piacere, in un contesto in cui un pizzico di amaro in bocca è rimasto, al meno al sottoscritto.

La spiegazione “My reasons are my own”, data da Urkonn, non è certo sufficiente per un lettore medio che sia abituato a qualcosa di più articolato rispetto alla trama di una puntata de “I Puffi”.

Originale il modo in cui Mel esce vittoriosa dalla rivincita con il vampiro che aveva ammazzato suo fratello: non muove un dito, in effetti, ed è una scena tanto inusuale quanto azzeccata (di cui non svelerò nulla, come non svelerò altri piccoli colpi di scena tutti da gustare, specie nelle ultimissime pagine).

Joss ha voluto dare a Mel un ruolo non solo di guerriera, ma addirittura di una condottiera trascinatrice di folle, in un arco evolutivo che parte dalla sua totale ignoranza riguardo la sua natura, fino a fare emergere il suo spirito di leader e la sua determinazione: la nostra eroina riluttante diventa una guida, capace di creare nella popolazione dei bassifondi della città una sorta di spirito di aggregazione e di unità nella lotta contro i mostri che stanno pianificando di prendere il controllo delle loro strade, facendoli insorgere e conducendoli nello scontro finale. Melaka, ed è qui che trovo riuscito il personaggio, non è evidentemente nata per combattere i demoni come le altre cacciatrici prima di lei, e la sua presa di coscienza non è dettata da memorie e istinti misticamente interiorizzati, bensì è un’evoluzione che sa di umano dall’inizio alla fine: individualismo, sbando,sorpresa, impotenza, paura, frustrazione, rabbia, decisione e determinazione. La decisione di Mel non ha solo sapore di inevitabilità, quindi, ma anche di un pizzico di scelta. E il dramma che deve affrontare, nella sua citata presa di coscienza, è ulteriormente aggravato dalla scoperta che il nemico è suo fratello gemello, che lei aveva visto “morire” davanti ai suoi occhi, impotente; in uno scenario in cui la vita condotta solo per se stessa sta per diventare qualcosa di ben più grande.

Unico rammarico: chi non se la cava bene con l’inglese verrà privato di un capitolo molto interessante del panorama demoniaco made by Joss Whedon. Per ora, di una traduzione italiana, non si sente nemmeno vociferare.


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