DISNEY TREK
di Chiara Salvioni

Per la serie “voglia di crescere, saltami addosso” ecco un piccolo diario del mio recente ritorno all’infanzia. Nei periodi in cui più mi trovo coinvolta in situazioni serie (università da finire, care amicizie decennali soggette all’usura del tempo, salute altalenante e via pescando nel barile delle incertezze esistenziali) sento il bisogno di ancorarmi a qualche ricordo svagato e privo di controindicazioni malinconiche. Cosa può essere meglio di tornare bambini? Mi occupavo perlopiù di mangiare, dormire, giocare, leggere ed evitare di essere scuoiata viva dai miei genitori per avere rotto qualche soprammobile. A dire la verità avevo i miei problemi anche allora, solo che oggi mi paiono irrilevanti. Molti esseri umani, qualunque tipo di bambino essi siano stati, appena adulti iniziano a credere in un’idea edulcorata dell’infanzia. Già, come se i bambini fossero innocenti; se per innocenza intendiamo la totale assenza di malizia, credo proprio che siamo fuori strada. Ascoltare i miei piccoli vicini di casa mentre giocano nel giardino condominiale è un po’ come origliare alla porta di una bettola di Taipei, uno di quei posti pieni di marinai che bestemmiano. Così piccoli e già così edotti sui modi migliori per insultare pesantemente il prossimo: come non avere fiducia nella capacità di apprendimento delle nuove generazioni? Dunque a cinque o sei anni non era per nulla facile orientarsi fra i coetanei, scansare litigi, insulti, prese in giro… Eppure, chissà per quale strano motivo, continuo a ricordarmene come una sorta di idillio. Ecco allora che nei momenti di maggiore sconforto torno a cercare la leggerezza di quegli anni, e non appena mi accorgo che la regressione infantile sta per arrivare a batter cassa frugo nel luogo che più mi è familiare: l’armadio in cui nascondo i miei vecchi numeri di Topolino.

L’Italia è uno dei paesi al mondo con la maggiore produzione di fumetti Disney (attualmente vengono create nuove storie solo nel nostro paese e in Olanda, Francia e Danimarca). In passato potevamo vantare disegnatori e sceneggiatori straordinari; molti fra i nati dagli anni Trenta a oggi –parliamo di tre generazioni di lettori- hanno passato l’infanzia circondati da albi su Topolino, Paperino e compari. Quando si cresce i gusti fumettistici cambiano, certo: il mio primo amore tuttavia è sempre rimasto a Paperopoli e Topolinia. Così mi ritrovo a spulciare la mia collezione (decimata un giorno da una madre in vena di pulizie di Primavera e faticosamente ricostruita negli anni) alla ricerca di un numero capace di evocare in me qualche ricordo particolare. Giusto per spiegare il mio ormai indistruttibile legame con questo fumetto, lasciatemi dire che spesso l’ho utilizzato quale unità di misura del mio invecchiamento. Sono nata nel 1978 e ho la fobia dei nati negli anni Ottanta. Qualunque data di nascita il cui anno inizi per 198 mi fa sentire una cariatide poiché penso istintivamente all’altezza della pila di albi che avevo accumulato fino ad allora: dal gradino del 1981 passiamo al totem del 1984 e alla torre di controllo del 1989. Una passione pericolosa, insomma. Comunque sia, mi era già capitato di raccontare questo mio amore topolinesco sulle pagine dello Stim n° 50 in un articolo dedicato alla famosa (per qualunque lettore dei primi anni Ottanta) Trilogia della Spada di Ghiaccio: una storia fantasy, testimonianza di come “Topolino” abbia saputo esplorare svariati generi. Anche quello fantascientifico, ovviamente. Fra gli esempi degli ultimi anni potrei citare il ciclo di storie Cronache della frontiera (2000, scritto da Giorgio Pezzin) e il folle Topokolossal (1997, Silvia Ziche), esilarante sceneggiato in 16 puntate zeppo di riferimenti a “Guerre Stellari”. La mia memoria non mi porta a citare, invece, esempi particolari di storie strettamente legate a Star Trek: forse soltanto Paperino e l’incontro ravvicinato (1999, Marco Bosco), in cui Paperino e Paperoga si recano a una convention di Star Bek (vi fischiano le orecchie?). A parte questo, il legame che vedo fra la nostra serie e “Topolino” è soprattutto personale, dato che l’interesse per i fumetti Disney editi in Italia ha caratterizzato la mia infanzia allo stesso modo di quello per Star Trek.

La differenza fra le due passioni risiede nel fatto di avere accantonato gradualmente la prima continuando ad analizzare e condire di significati la seconda, che ha dunque resistito agli attacchi del tempo per crescere insieme a me. Avere iniziato nello stesso momento ad amare questi due universi apparentemente lontanissimi non è stato poi così complicato, nonostante da un lato si trovino semplici fiabe e dall’altro storie sovente legate a temi politici e di critica sociale. A ben vedere, i presupposti da cui essi partono sono molto simili: condurre il lettore e lo spettatore in strani, nuovi mondi (che si tratti del fantomatico Regno di Zirconia o di Vulcano) tramite le azioni di personaggi che, nonostante spesso non siano neppure umani, raccolgono in sé i tratti dell’umanità mostrandoli in una luce inedita; i valori più ricorrenti sono l’amicizia, l’impegno civile, l’intervento in prima persona, e spesso in entrambi viene offerta anche un’occasione per riflettere sulla realtà, se non proprio una morale. Comunque, sono convinta che le similitudini possano essere spinte oltre queste considerazioni. Ad esempio, perché non chiedersi se le tipologie caratteriali rappresentate dai personaggi Disney trovano corrispondenze in Star Trek? No, non sono impazzita. Associare i protagonisti dei fumetti Disney italiani a Star Trek è un’operazione ben più frequente di quel che si immagini fra i trekker del nostro paese: alzi la mano chi non ha mai sentito chiamare Kathryn Janeway, glorioso capitano della Voyager, col gentile appellativo di Nonna Papera. A ben vedere mai soprannome fu più azzeccato: conocchia in testa e voce gracchiante (nell’originale inglese, almeno) fanno di lei la perfetta controfigura della contadina paperopolese. Per non parlare della sua evidente passione per i campagnoli; chiaritevi ogni dubbio dando un’occhiata agli episodi “Fair Heaven” e “Spirit Folk”, nei quali la capitana s’infatua di un truce barista d’osteria la cui occupazione preferita è probabilmente atterrare vitelli a mani nude.

E come la Janeway ha Chakotay, così Nonna Papera ha Ciccio: i due condividono la stazza e l’espressività di un copertone; inoltre, le lunghe sedute di meditazione dell’indiano sono il perfetto analogo del pisolino sotto l’albero di Ciccio. Per completare il quadro bucolico ci vorrebbe poi la capra Billy, di cui Tuvok in quanto a utilità e simpatia è un degno omologo. Sfido chiunque a dimostrarmi l’esistenza di una coppia di personaggi trek descritta disneyanamente meglio di quella Janeway/Chakotay. L’inquietante similitudine è accentuata da una circostanza a dir poco singolare: nell’anno 2000 “Topolino” ha pubblicato alcune brevi strip a tema fantascientifico dal titolo Agli ordini Nonna Papera, in cui la vecchietta si trovava al comando di un’astronave molto simile alla U.S.S. Pasteur dell’episodio di Tng “Ieri, oggi e domani” (la nave medica, per la forma meglio nota come nave boiler). Ora che ci penso, anche la Beverly Crusher un po’ acciaccata al comando della Pasteur mostra segni di nonnapaperismo, almeno nell’acconciatura; anzi, tutte le donne di Star Trek in versione anziana presentano questa strana sindrome per cui, passata la cinquantina, diventano emule della contadina paperopolese: persino Uhura, la quale però, a causa del suo fondamentale utilizzo negli episodi della Tos, potrebbe al massimo aspirare al ruolo della passiva segretaria di Paperone, Miss Paperett.

Se la Crusher versione âgé non sfigurerebbe tra ravanelli e cavolfiori, quella giovanile ha più di un debito di riconoscenza nei confronti di una papera come Brigitta, l’eterna spasimante frustrata di Paperon de Paperoni, che per l’occasione vestirebbe l’uniforme di Jean-Luc Picard. Un rapporto mai realizzato, il loro, che ben si accorda alla lunga storia fumettistica. Inoltre, Picard ha diversi tratti in comune con Paperone: entrambi apprezzano senz’altro rigore e severità; il capitano non ha particolari pretese riguardo al risparmio sulla sua nave ma, si sa, paga tutto la Flotta Stellare. E poi i replicatori sono gratis. Paradossalmente per un mondo ideale come quello trek, credo che il ruolo del gretto Paperone sia il più conteso fra i vari personaggi: come non pensare a Quark? Le regole dell’acquisizione Ferengi assomigliano in modo sospetto alle massime che il papero appende in giro per il deposito. La rivalità tra Quark e Brunt, capo dell’Associazione del Commercio Ferengi, riecheggia le liti di Paperone con Rockerduck, mentre il fratello Rom a volte sembra la copia perfetta del bistrattato Paperino, con tanto di Nog ad assumere il ruolo dei nipotini Qui, Quo e Qua. Penso che l’accostamento risulti molto esplicito a famiglia riunita, come ad esempio nell’episodio della quarta stagione di Ds9 “Little green men”. Non solo ferengi, tuttavia: anche Odo potrebbe candidarsi degnamente al ruolo di Paperone in quanto a pessimo carattere, modo di borbottare, severità. Odo è forse il più versatile dei personaggi di Star Trek per quanto riguarda l’abbinamento con il mondo Disney: le sue abilità di mutaforma lo avvicinano al trasformista Macchia Nera; peccato che a partire dalla sesta stagione l’inizio della relazione con Kira spenga il caratteraccio del fondatore fino a rendere la coppia simile agli un po’ noiosi Orazio e Clarabella. Un’altra relazione storica, quella fra Tom Paris e B’elanna, verso la fine di Voyager ricorda il rapporto che Topolino ha con Minnie. L’investigatore ha la tendenza ad abbandonare la fidanzata appena può per seguire il commissario Basettoni o il professor Zapotek, e anche nel Quadrante Delta è tutto un avvicendarsi di “Ci metto un attimo, vado a fare una corsa di astronavi e torno” e “Tesoro, passerò la giornata sul Ponte Ologrammi con Pluto” (ops, intendevo Harry Kim, che comunque per la tendenza a morire ricorda più Kenny di South Park). E senza che per risposta la klingon lo scuoi vivo.

Mentre O’Brien e Bashir riecheggiano con la loro amicizia quella tra Paperino e Paperoga, è praticamente impossibile trovare nel corredo dei protagonisti un decente emulo dello sfortunato nipote di Paperone. Il Dottore Olografico della Voyager, forse, ne possiede l’atteggiamento sarcastico e irritabile. Tuttavia, per riuscire perfettamente nell’impresa bisogna sfogliare l’elenco dei comprimari fino all’illuminazione: Paperino è Reginald Barclay. Nessuno al suo pari potrebbe riassumerne la frustrazione, le fobie, le ansie, le patologie, l’attrazione per la malasorte e suscitare tanta tenerezza (in un vecchio fumetto degli anni Cinquanta, un dottore dice al febbricitante Paperino: “Tifo, scarlattina, febbre cavallina, ipercloridrosi, ipotiroidismo, catarifrattoemiosi, bacillosi, displasia, atassia… Ha tutte le principali malattie, tranne la paralisi infantile!”); con l’aggravante che il tenente non ha, come Paperino, un solo Gastone a ricordargli la propria inadeguatezza, poiché di fronte a Barclay tutti i perfetti personaggi di Tng sono degli insopportabili fortunati. Ma il grande, unico, vero campione dei Gastone trekkiani è soltanto James T. Kirk: contratto a vita con la buona sorte, ciuffo impomatato, aria da vincente a tratti fastidiosa e soprattutto infallibile conquistatore della Paperina di turno. Nessun altro, però, a bordo dell’Enterprise originale potrebbe ritrovarsi senza problemi in panni disneyani. Solo Checov e Spock hanno un che di Pippo, il primo per l’atteggiamento, il secondo nell’aspetto fisico (ammettetelo, quando lo vedete in piedi lì, fermo di fianco alla postazione scientifica, non vi sembra che gli manchi solo di dire “Yuk”?).

Milioni di altri accostamenti sarebbero possibili. Nel confronto tra bene e male, di cui Benjamin Sisko e Dukat sono senz’altro i più noti rappresentanti in Star Trek, possiamo scomodare il commissario Basettoni e Pietro Gambadilegno; in questo caso la simpatica Kai Winn si troverebbe nei panni oversize di Trudy. Anche se, bisogna dirlo, il capitano di Deep Space Nine ha spesso velleità da supereroe alla Paperinik. Suo figlio Jake sembra separato alla nascita dall’intraprendente Paperetta Yè-Yè, aspirante giornalista; Data pare un incrocio fra il tuttologo Pico De’Paperis e l’aiutante di Archimede Edi, la lampadina; Wesley Crusher, con tutto il rispetto per Wil Wheaton, è fastidioso al pari dei saputelli e politically correct nipoti di Topolino Tip e Tap; Q tormenta l’equipaggio dell’Enterprise D allo stesso modo in cui gli scoiattoli Cip e Ciop mandano su tutte le furie Paperino; e mentre Lwaxana ricorda Amelia, la strega che ammalia, la spia Garak è la copia vivente del genio del male Plottigat.

Ehi, manca qualcuno! E la Banda Bassotti? Be’, fate voi: sono personaggi pronti a tutto per un facile guadagno e le loro iniziali sono BB. Mmmh…


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