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AVERE,
OVVERO ESSERE
di Guillaume Riggio
Ore 3.47
Nulla
da fare, anche stanotte il sonno non arriva, ed il soffitto oramai non
ha più il fascino di una volta. Tanto vale dedicarsi a qualcosa
di costruttivo. Accendo il computer per cercare di buttare giù
una prima bozza dell’articolo per lo STIM, apro il buon vecchio
e indispensabile WinAmp, e quarantacinque minuti dopo mi rendo conto di
non aver fatto altro che ascoltare musica, canzone dopo canzone, riscoprendo
il piacere di fissare un punto non ben definito della stanza, lasciandomi
trasportare altrove dalle note.
Due considerazioni mi son venute subito alla mente: in primo luogo mi
sono ripromesso di acquistare quanto prima un buon lettore mp3 portatile,
tanto più che la mia dipendenza dalla musica, soprattutto in quest’ultimo
periodo, è arrivata a livelli talmente allarmanti che ho semplicemente
deciso di arrendermi ad essa: mai prima d’ora ero arrivato ad ascoltare
musica (ed aver necessità di farlo) per un totale di tredici ore
su quattordici di veglia. Sfortunatamente nei sessanta minuti che rimangono
fuori sono in giro a piedi, vuoi per andare in facoltà, vuoi per
arrivare al lavoro o semplicemente per andare a fare la spesa. Motivo
più che valido per investire il ricavato dei miei ultimi sudati
risparmi in un buon lettore musicale (purtroppo avendo un contratto modello
‘campi di cotone’, i soldi che riesco a metter da
parte tolte le spese per università, affitto e sperperi vari sono
sempre pochini).
Il secondo pensiero è che se non fossi riuscito a concentrarmi
abbastanza per riuscire a consegnare in tempo l’articolo la Direttrice
mi avrebbe nuovamente rinchiuso nello stanzino delle scope.
Il che di per sè non sarebbe poi tanto male, se solo ci fosse una
presa per attaccare lo stereo.
Ma non c’è.
Non so bene per quale strana alchimia, le due riflessioni si sono mescolate
tra loro ed improvvisamente mi è stato chiaro quale sarebbe stato
il tema del nuovo articolo.
Mi
sono spesso chiesto, durante alcune riflessioni (detto così sembra
che rimanga in meditazione vulcaniana per ore a sviscerare i concetti
più disparati, in realtà se non erro mi è venuto
in mente molto prosaicamente mentre facevo la doccia) semi-serie, come
sarebbe stato poter utilizzare il replicatore. Aver la possibilità,
almeno per una volta, di pronunciare la sfiziosissima frase “Computer,
tè, Earl Grey, caldo”.
Ma soprattutto, riflettevo sull’effetto che mi avrebbe fatto il
vedersi materializzare di fronte ai miei occhi quella tazza fumante.
Niente pentola, né acqua calda. Le bustine di tè sarebbero
diventate l’ennesimo esperimento nel brucia-essenze e la bolletta
del gas si sarebbe -drasticamente- ridotta. E così via, in un processo
a cascata che sarebbe arrivato inevitabilmente ad investire ogni aspetto
della mia vita.
Quel meraviglioso apparecchio tecnologico, quell’incrocio tra una
cornucopia ed una lampada di Aladino, mi avrebbe permesso di ottenere
istantaneamente tutto quel che desideravo.
(Ho sentito un leggero brivido scorrermi lungo la schiena mentre scrivevo
l’ultima frase. Non riesco a capire se era un delirio d’onnipotenza
o un avvertimento di quel che rimane della mia coscienza)
Continuando a fantasticare, non ho
potuto fare a meno di valutare anche i pericoli che sarebbero potuti derivare
dall’utilizzo di un oggetto simile. Come ben sappiamo (e come purtroppo
abbiamo sotto gli occhi giorno dopo giorno) il potere ha la capacità
di corrompere l’animo umano, e come un parassita arriva ad manovrarlo,
a controllarlo per la propria conservazione.
Senz’ombra di dubbio, come molte parabole mitologiche vogliono insegnare
(ricordare), l’abuso di un dato potere porta inevitabilmente a consumare
coloro che lo utilizzano, basti portare come esempio la maledizione di
Re Mida, ucciso dal suo stesso potere di convertire tutto ciò che
toccava in oro.
L’unico che sembra immune dalla catastrofe del possedere tutto ciò
che desidera, fin’oggi, è Eta Beta, ma lui in fondo è
uno dei buoni.
Che cosa succederebbe, dunque, se un uomo del XXI secolo riuscisse a mettere
le mani sopra un gioiellino tecnologico che trova le sue ideali origini
nelle fantasie di ricchezza e opulenza che costellano la mitologia umana
dalla notte dei tempi? Non farebbe forse la stessa fine di tutti i pazzi
che prima di lui hanno cercato di mettere le mani sopra un oggetto dai
poteri così sproporzionati per essere controllati dalla fragile
coscienza umana?
E soprattutto: che succede quando mia madre si rende conto del casino
che ho combinato in camera, divertendomi a replicare migliaia di oggettini
inutili per puro capriccio? (Consiglio del direttore: replicale due biglietti
per le Maldive e vedi che tace).
Scherzi a parte, più mi soffermavo
sull’impatto che una meraviglia tecnologica simile avrebbe sull’esistenza
dell’essere umano, più mi veniva da chiedermi in che modo
l’uomo, nell’universo di Star Trek, fosse riuscito a non caderne
vittima.
In fondo, se osserviamo l’umanità così com’è
oggi, salta abbastanza all’occhio la smania di possedere, l’affanno
dell’avere, il tentativo di sopperire tramite l’acquisto di
oggetti alla mancanza di qualcos’altro.
Non che che questo voglia suonare come un sermone: io stesso, in fondo,
non posso fare a meno di ammettere che l’ambito lettore mp3 sarà
un oggettino che avrà il potere di trasformare radicalmente il
mio umore, rendendomi felice come un bambino, a Natale (La virgola è
voluta, se mi ostino a volerlo acquistare contando solo sul sudore della
mia fronte evitando di arrotondare con qualche scippo sarà allora
che me lo potrò permettere).
Quel che in realtà ‘contesto’ è la
mentalità con cui oggigiorno si affronta il concetto del ‘possedere’,
ma su questo preferisco tornare in un secondo momento.
Nell’universo
di Star Trek tutta quest’ansia di ‘avere’ non
esiste più.
Loro hanno il replicatore, appunto, che provvede adeguatamente ad ogni
loro necessità, dal tè per il Capitano fino al componente
meccanico per la manutenzione.
È al replicatore che Data e Worf si recano per acquistare i regali
di nozze per il matrimonio di Miles e Keiko in “Una giornata
di Data”, quarta stagione, dato che non ci sono ‘passeggiate’
sull’Enterprise, né nessun altro luogo dove trovare un regalo
per degli amici che si sposano. Semplicemente basta recarsi in una sala
specifica dove, tramite un apposito replicatore, è possibile visionare
decine di articoli e scegliere il più adatto all’occasione.
C’è però da affrontare
la spinosa questione degli oggetti di valore (quantomeno storico-culturale)
che sono rappresentati, ad esempio, dai libri di Jean-Luc.
Dato che dubito fortemente che le teche in adamantio trasparente nell’ufficio
di Picard contengano tomi replicati viene da chiedersi come se li sia
procurati (tema spinoso), se li abbia comprati (campo minato) ed anche
come mai una delle poche edizioni presumibilmente originale di Shakespeare
sia sull’ammiraglia della flotta stellare pronta a saltare in aria
ogni volta che i Borg fanno capolino (volo d’angelo verso l’abisso).
L’unica spiegazione logica che posso trovare escludendo l’acquisto
(troppo poco Ferengi il nostro Capitano) è il fatto che qualcuno,
conoscendo la sua passione e profonda ammirazione per il Bardo, glien’abbia
fatto dono, sicuro del fatto che non li avrebbe mai messi in pericolo
speronando navi remane in un attacco di follia cinematog… ma stiamo
divagando.
Tornando
al replicatore, per fare un altro esempio ricordiamo l’episodio
in cui debuttano i Bajoriani, “Il Guardiamarina Ro”,
quinta stagione. L’ho rivisto recentemente, ed a parte gli splendidi
dialoghi tra Guinan e Ro, una cosa che mi ha colpito particolarmente è
il momento in cui Picard, per poter convincere Keeve Falor, leader di
una colonia bajoriana (che tristemente, odiosamente, ricorda alcuni campi
profughi odierni) a collaborare con la Federazione per rintracciare dei
terroristi, ordina che entro sera tutti abbiano a disposizione viveri
e coperte.
Tutto grazie al replicatore.
Inquadrato nel contesto dell’universo di Star Trek è più
che comprensibile, ma se riusciamo un attimo ad osservare il fenomeno
da un'altra prospettiva, non potremo fare a meno di vedere Picard come
una di quelle divinità antiche, onnipotenti, che con uno schiocco
di dita modifica radicalmente il destino di ogni singolo colono.
Tutto questo senza essere corrotto da quel potere. Senza essere consumato
da esso.
In fondo, però, credo ci sia
una spiegazione logica nel processo che ha portato l’uomo ad essere
in grado di utilizzare questo pericolosissimo (dal nostro punto di vista)
strumento senza perderne il controllo, ed essere quindi ineluttabilmente
distrutto da esso.
Nel cercare di spiegarmi adeguatamente voglio ricollegarmi al discorso
lasciato in sospeso prima, in cui metto in dubbio il modo in cui affrontiamo
il concetto di ‘avere’ ai giorni nostri.
Sfortunatamente, dalla creazione della proprietà privata in avanti
i concetti di essere ed avere si sono definitivamente fusi insieme in
modo perverso, fino ad arrivare alla famigerata proposizione per cui “io
sono tanto più quanto più ho”, e la società
moderna, tesa alla conservazione del consumismo più sfrenato, non
fa altro che alimentare questa linea di pensiero bombardandoci con migliaia
di stimoli tesi a ricordarci che -abbiamo bisogno- di questo, questo e
quest’altro per stare bene, per essere felici.
L’oggetto che acquistiamo raramente è un mezzo, bensì
un fine.
Il fine è quello, tanto per chiudere il cerchio, di ‘avere’,
per il solo gusto di poterlo fare, per il solo piacere (come ricordato
poc’anzi a volte anche terapeutico) che provoca l’acquisto.
Ora,
per tornare all’universo di Star Trek, che cosa succederebbe se
in questo contesto, aggiungendo un pizzico (sì, basterebbe solo
un pizzico) di buon senso nell’essere umano, inseriamo uno strumento
come il replicatore?
In realtà credo che gli effetti sarebbero molto meno disastrosi
di quanto si possa immaginare.
Non so se ci avete fatto caso, ma sempre nell’episodio “Una
giornata di Data”, mentre Worf cerca un regalo adatto da portare
ai novelli sposi, sullo sfondo possiamo notare un esempio molto interessante:
una coppia che replica un orsacchiotto per il loro figlioletto. Proprio
come succederebbe oggigiorno, andando al supermercato o nel negozio di
giocattoli di fiducia, con la differenza che il bimbo non esce dalla scena
sommerso di orsacchiotti semplicemente perché non costano nulla
(per cui uno, cento o una slavina di orsacchiotti non farebbe alcuna differenza),
ne riceve invece uno soltanto.
Contrariamente a quel che sembrerebbe logico aspettarsi, sembra quasi
che il senso della misura, invece di essere completamente sconvolto da
questa innovazione tecnologica, risulti invece rafforzato e consolidato.
Inoltre,
e qui entra in gioco il pizzico di buon senso in più di cui sopra,
smettendo finalmente di essere invidiosi di coloro che hanno più
di noi (concetto che perde totalmente di senso nell’universo di
Star Trek, indipendentemente dall’esistenza del replicatore), cadrebbe
l’ultima motivazione psicologica alla corsa verso l’avere.
A conti fatti possiamo dire infine che, avendo a disposizione la possibilità
di avere virtualmente qualsiasi cosa, il desiderio di accumulo andrebbe
a svanire.
L’oggetto tornerebbe quindi ad avere la funzione di ‘mezzo’
e non di ‘fine’, per cui le sole cose realmente di valore
diventerebbero quelle che hanno un valore per noi, ed il tragicomico binomio
“sono perché ho” cesserebbe quindi automaticamente
di esistere.
In ogni caso c’è da fare
una considerazione a mio avviso negativa riguardo l’utilizzo del
replicatore.
Sempre tornando a quel famoso lettore mp3, sono un paio di mesi ormai
che vado su internet, controllo i prezzi, guardo l’online store
più conveniente, mi scarico il manuale d’istruzioni per dare
un occhiata alle specifiche tecniche, vado sul sito del prodotto per i
software aggiuntivi, mi preparo le cartelle sul computer, insomma, cercando
di non cadere nell’ossessione mi pregusto l’acquisto.
Se da una parte è vero che il replicatore potrebbe fornirmi quel
che voglio istantaneamente, dall’altra mi priverebbe dell’attesa
che, con il suo retrogusto agrodolce, in un certo senso rende ancora più
speciale il momento in cui si ottiene quel che per tanto tempo si è
desiderato.
Anche se l’immagine di Deanna
che, senza utilizzare il replicatore, mescola disperata la sua cioccolata
calda, vorrebbe suggerire il contrario.
Se l'uomo moderno avesse il coraggio
di esporre chiaramente il suo concetto di paradiso, lo descriverebbe come
un luogo simile al più grande magazzino del mondo, pieno di nuove
cose e di gadget e descriverebbe sé stesso con una grande quantità
di denaro con la quale poterli comprare. Egli vagherebbe avido in questo
paradiso, preoccupato di avere sempre più cose e che il suo vicino
sia un poco meno privilegiato di lui. (Erich Fromm)
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