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NE RESTERÀ
SOLTANTO UNO.
di Fabio
Miele
Ne resterà soltanto
uno.
Chi non conosce questo motto, unica linea di dialogo che riassume la filosofia
e il destino di una nuova razza di eroi. Eroi nascosti, sconosciuti e
virtualmente immortali.
Nacquero nel 1986, cinematograficamente si intende, con un film leggendario.
Russell Mulcahy, quasi sconosciuto autore di videoclip,
si trovò per le mani il solo vero grande e geniale film della sua
carriera. Sto parlando di Highlander – l’ultimo immortale,
il film che lanciò la carriera internazionale di Christopher
Lambert e che riportò alla ribalta un quasi dimenticato
Sean Connery, ritenuto ormai l’icona Bond per eccellenza
ma che non sembrava destinato ad una seconda grande giovinezza.
La storia, molto semplice, ruotava attorno al destino di pochi uomini
nati in epoche diverse del tempo e con una peculiare caratteristica: essere
immortali. Questi uomini scoprivano di non poter morire proprio a
seguito di una morte violenta! Infatti solo il morire a causa di un trauma
era ciò che attivava la loro futura immortalità. Morivano
e resuscitavano per poi vivere per sempre. Attraversando silenziosamente
i secoli, come la voce fuori campo di Connery ci annunciava nella presentazione
all’inizio del film. Presumibilmente l’invecchiamento di un
immortale si interrompeva proprio solo nel momento della “prima
morte”. Successivamente fu stabilito che senza una morte violenta
il “gene” dell’immortalità non si sarebbe mai
risvegliato. Il destinato sarebbe invecchiato e morto come tutti gli esseri
mortali di questo mondo.
Pensare di essere immortale, portare lo spettatore a sognare il più
antico sogno del mondo fu la forza di questa storia, vista dal punto di
vista di Connor MacLeod, un highlander (abitante
delle Highlands scozzesi, n.d.r.), che scopriva cosa significasse non
poter morire e allo stesso tempo realizzava quanto tormentata potesse
essere l’immortalità. Già di per sé essere
immortali predisponeva ad una precisa missione: il dover cercare e annientare
tutti gli altri immortali perché una antica profezia, di origine
non ben specificata, attestava che alla fine ne sarebbe rimasto uno
solo. Colui che avrebbe ottenuto la “ricompensa” (the
prize, il premio, in inglese). Ma come si uccide un immortale?
Bé, separando la testa dal collo. In duello uno contro uno. Sempre
e solo uno contro uno. Anche questo attestato dalla regola non scritta
che gli immortali si tramandavano da secoli. Il vincitore avrebbe anche
assimilato la “reminiscenza” (quickening) dell’avversario
decapitato: assorbendone tutte le sue esperienze, l’energia vitale
e le capacità, diventando di fatto più forte e più
vicino alla ricompensa finale.
Connor MacLeod scopriva la sua natura a seguito di uno scontro tra il
suo clan e il clan rivale, agli inizi del 1500, e ferito a morte veniva
ricondotto al villaggio. Qui le ferite mortali si risanarono e Connor
tornò in vita guarito come se mai fosse stato ferito. E il suo
mondo cambiò: la donna che amava lo accusò di avere fatto
un patto con Lucifero; i cugini, i parenti, i membri del clan lo ripudiarono
fino al punto di lapidarlo e metterlo alla gogna e al momento di decretarne
la morte sul rogo il più anziano parente del clan, mosso forse
dalla consapevolezza che Connor era comunque una vittima delle superstizioni,
lo salvò dalla morte bandendolo però per sempre dal villaggio.
A questo punto cominciava l’avventura eterna di Connor che cercava
di rifarsi una vita, anche lui ignaro di quali forze misteriose avessero
guidato la sua vita, fino a che un altro come lui non lo trovò
e non gli rivelò chi e cosa fosse un immortale. Quale fosse il
suo scopo. E lo istruì divenendone di fatto il mentore e tutore.
Ramirez, questo il nome del saggio immortale interpretato
da Connery, voleva preparare MacLeod all’adunanza, al giorno in
cui tutti gli immortali rimasti avrebbero sentito una forte attrazione
per una terra lontana e lì avrebbero combattuto per la fase finale
del loro insano gioco fatto di duelli alla spada e decapitazioni. Alla
fine dell’adunanza ne sarebbe rimasto vivo soltanto uno e Ramirez
prepara Connor ad affrontare il più pericoloso di tutti, il Kurgan,
così antico da non avere un nome proprio (Kurgan è infatti
il nome di una antica popolazione dell’est), un immortale crudele,
barbarico, violento, inarrestabile. Un cattivo con la k maiuscola (il
fantasy e la fantascienza sembrano prediligere i cattivi con nomi che
cominciano per k), un guerriero feroce in giro da qualcosa come cinquemila
anni. Il più temuto fra tutti gli immortali. Ramirez, che sembrava
sapere in cosa consistesse la ricompensa finale, non volendo che fosse
il Kurgan a vincere perché altrimenti gli uomini avrebbero “sofferto
in eterno nell’oscurità”, insegnò a Connor a
battersi e ad affrontare questo mostro di malvagità che era tra
l’altro proprio il responsabile della “prima morte”
di Connor, quando per un soffio non era riuscito a tagliargli la testa.
Il film, ancora oggi attuale e innovativo,
non si concentra solo sull’azione e sulle battaglie fra i contendenti
immortali ma ha invece una sua anima romantica, nostalgica e vuole mostrare
come sarebbe il dover sopravvivere ai propri cari, alla donna che si ama
che invecchierà e morirà mentre tu resti giovane e in forze
anno dopo anno, decennio dopo decennio. È proprio questo aspetto
e non le scene adrenaliniche a catturare lo spettatore e a dare al film
un’atmosfera mistica e allo stesso tempo umana. Tutte le scene in
flashback sono la vera ossatura della storia, piccoli capolavori che hanno
fatto il successo e la suggestione del film. Il finale, che ovviamente
non racconterò, è la parte più debole, più
classica, in parte la più scontata e priva della poesia e del misticismo
che alimentano lo spettatore per buona parte del resto del film.
La regia di Mulcahy contribuì a darne un taglio da videoclip, molto
moderno e in parte rivoluzionario, ma un contributo eccezionale lo diede
la colonna sonora di Michael Kamen, che personalmente
ritengo uno dei migliori compositori per il cinema, e la storica collaborazione
dei Queen che scrissero alcune canzoni apposta per la
pellicola, tra le quali la commovente Who Wants to Live Forever
(chi vuole vivere per sempre), una delle più belle canzoni
melodiche mai scritte da Freddie e soci, se non la più bella in
assoluto.
Highlander è una grande storia
fantastica che piace non solo agli amanti del genere fantasy o d’azione
ma che all’epoca catturò, per le sue suggestioni sulla vita
e sulla morte, molti di coloro che non erano consumatori abituali di fantascienza.
L’immortalità è il più irrealizzabile dei sogni
dell’umanità, una ricerca che mai sarà conclusa ma
per sempre sarà immaginata, e le storie ad essa legate sono sempre
di grande fascino, di un estremo potere ammaliatore, da Gilgamesh
a Polluce, da Dracula agli elfi
tolkieniani, da Blade Runner ai Simpson
(vanno avanti da più di un decennio e qualcuno di voi si è
accorto che Bart è ancora un adolescente?!)
Il grande successo del film fu però ciò che ne uccise la
magia. Cercarono infatti di clonarne e perpetuarne il successo, di ripetere
l’incantesimo; cercarono di dare una continuazione ad una storia
già conclusa e di per sé perfetta.
Del film fu realizzato un primo seguito. Un discutibilissimo seguito.
Un film così brutto e mal raffazzonato da aver seriamente desiderato
che venisse ritirato dal commercio e distrutto per sempre in ogni sua
copia.
Il regista, lo stesso del primo. I protagonisti, gli stessi. Ma l’errore
più grande fu voler dare a tutti i costi non solo una continuazione
alla storia ma il dare una risposta agli interrogativi lasciati in sospeso
dal primo film. Cos’è un immortale? Chi è? Da dove
arriva? Perché esiste? Domande senza risposta e che rimasero, assieme
a tante altre suggestioni, la forza della prima pellicola. Nel sequel
fu invece data una risposta a tutto, snudando una trama quasi risibile,
senza impegno, dove persino Connery risultò fuori posto. Ma soprattutto
fu fatto il più incredibile degli errori: Zeist.
Se Highlander è uno dei più bei film che io abbia mai visto
nella mia adolescenza, Highlander II è stato uno
dei più brutti che io abbia mai visto. Uno dei più brutti
della storia del cinema.
Poco
sopra ho detto che avrebbero dovuto ritirarlo, bruciarlo, distruggerlo.
E in un certo senso lo hanno fatto: arrivò infatti Highlander
III, che in un tentativo di porre rimedio ai gravi errori commessi
nel sequel precedente, ripresero la storia dal primo Highlander, ignorando
e cancellando quanto accaduto nel secondo. Ma qui si arriva ad una magrissima
consolazione perché se il tentativo di annullare il secondo capitolo
è assolutamente apprezzabile, il risultato non è comunque
soddisfacente. Certo, Highlander III è un sequel abbastanza vicino
allo stile originale, abbiamo di nuovo l’uso del flashback per raccontare,
ma la possibilità di eguagliare l’armonia della prima trama
è remota, lontanissima, praticamente impossibile. Impossibile perché
ancora si cerca di dare vita a ciò che doveva essere finito con
i titoli di coda del primo film.
Le possibilità economiche che
arrivano da un successo, lo sappiamo, sono infinite e così non
solo arrivano i seguiti ma in certi casi si arriva alla serie TV. Lo stesso
avvenne per Highlander. Alla notizia mi emozionai, ne fui felice, già
immaginando la possibilità di vedere tutte le avventure della lunga
vita di Connor MacLeod, in una sorta di prequel ad episodi. Ma mi sbagliavo:
non fu un prequel, ma solo un brutto scherzo. Scoprii presto che la serie
si sarebbe sì incentrata sulle avventure di un highlander ma non
su Connor MacLeod. Si trattava invece di Duncan, un altro
membro del clan, un nuovo immortale, interpretato da Adrian Paul
(che ha una vaga somiglianza con uno Sean Connery molto giovane!).
Ed ecco qui già la prima nota stonata. Gli immortali sono pochi
e rari, che possibilità ci possono essere che ne arrivino due da
uno stesso villaggio sulle rive di un loch scozzese? La serie andò
bellamente avanti parallelamente ai film senza mai tenerli minimamente
in considerazione (ma già i film non si consideravano neppure fra
di loro!). Smisi di seguirla già durante la prima stagione, stufandomi
presto a causa di ripetitività, di mancanza di fantasia, di assurdità
che minavano la storia stessa del primo film e una programmazione erratica
tipica della TV italiana. Ma la colpa fu principalmente delle scelte ridicole
attuate all’interno della serie, come trasformare l’adunanza
del primo film in una “mini adunanza” newyorchese fra un manipolo
di immortali, svestendo la trama originale di quel pathos necessario alla
funzionalità della stessa.
Uno dice, pazienza. E invece no, perché l’ultimo capitolo
dello scempio arriva con il conclusivo film della serie: Highlander
Endgame. Mai uscito al cinema in Italia ma solo sul circuito
homevideo in DVD. Qui raggiungiamo l’apoteosi della pochezza di
idee nel tentativo di massimizzare comunque gli incassi: Duncan MacLeod,
eroe della serie TV, condivide lo schermo assieme a Connor MacLeod, eroe
di tutti i film precedenti, originale compreso. Il come si possano intrecciare
tutte le storie precedenti è un mistero, ma la conclusione è
quasi un insulto agli appassionati del primo e solo film dal quale tutto
è nato. Certo, qualche tentativo di tornare alle origini, con un
po’ di sforzi, è stato fatto. C’è di nuovo
Heather, il primo vero amore di Connor; ci sono nuovi flashback
che espandono la storia passata dei MacLeod, compresa la misteriosa comparsa
della madre di Connor che nel primo film nessuno ha mai visto (dettagli,
ma tutto fa brodo per suscitare emozioni). Il problema è Lambert,
che al contrario del suo personaggio non è immortale e non è
più credibile nel ruolo del sempre-verde-Connor. Appare ormai come
un’ombra triste di ciò che è stato, un amaro tentativo
di ricatturare il passato, un po’ la stessa impressione che coglie
il trekker alla vista di un Data ormai invecchiato a causa del tempo passato
sulla pelle di Spiner.
Assieme ai sequel cancelleri volentieri
anche la serie TV, compresa la serie a cartoni animati della quale evito
di parlare perché non la tengo neanche in considerazione. Vorrei
tornare a considerare Highlander come un solo unico film, geniale e in
grado di sostenersi da solo, senza altri fronzoli, senza tentativi di
annacquare un succo che va bevuto in una singola dose, assolutamente concentrato
e puro.
Ne resterà soltanto uno, sì.
Highlander, il primo suggestivo capitolo, l’unico e autoconclusivo.
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