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LA DOLCEZZA DI UN GATTO CIRCASSIANO APPESTATO
di Guillaume Riggio
Rieccoci qua.
Non che le cose siano molto migliorate in quest’ultimo periodo.
Anzi, senza scendere troppo nei dettagli (e quindi inevitabilmente nel
vittimismo), posso dire con estrema tranquillità che non potrebbero
andare peggio neanche se mi impegnassi.
Per cercare di riassumere in termini comprensibili questi ultimi due mesi,
vi basti paragonare la mia situazione psicofisica ad una colonia di Triboli.
Avete ben chiara l’immagine? Bene.
Ora, in questi ultimi sessanta giorni, immaginate che questa pacifica,
tranquilla e prosperosa colonia di Triboli sia attaccata in rapida successione
da eserciti di Klingon, Romulani, Cardassiani, Borg e da tre quarti della
flotta del Dominio in forma smagliante.
Allenamento, dicono loro, nulla di personale, aggiungono.
Tranne i Borg. Loro zitti. Zitti e assimilano.
A questo aggiungete una spruzzata di Entità Cristallina, qualche
Ferengi deciso ad intraprendere un commercio di pellicce di tribolo e
un Q annoiato che ha materializzato i Klingon che non avevano potuto partecipare
alla prima ondata a causa di qualche rituale che avevano in agenda.
E che tra l’altro si sono portati dietro anche qualche parente che
non era pago del primo assalto.
Sono davvero pieni di rancore, i Klingon.
Quel che è rimasto di quella colonia, dopo queste visite di cortesia,
sarebbe il mio stato attuale.
Dico ‘sarebbe’ perché stavo quasi dimenticando la nova
che ha spazzato via direttamente l’intero sistema dove ce ne stavamo
belli, pacifici, a mangiare e riprodurci.
Ancora non ho fatto tutti i conti dei Triboli sopravvissuti, ma al massimo
ne sono rimasti una mezza dozzina che sono riusciti a nascondersi nella
stiva di un incrociatore Vor’Cha.
I Klingon saranno anche irriducibili, ma noi Triboli siamo proprio bastardi
dentro.
Comunque, lasciando da parte queste immagini idilliache, devo dire che
il destino, nel presentarmi casini nuovi ogni santo giorno sulla soglia
di casa, ha molta più fantasia di me, in questo senso.
Tra l’altro credo che più
o meno sia quello che deve aver pensato Geordi nell’incontrare di
persona Leah. Ma procediamo con ordine.
Ultimamente, riflettendo sul concetto di “aspettativa” ho
voluto cercare un riferimento ed un termine di paragone all’interno
del panorama Trek per vedere se, trovando una puntata adatta e collegando
ad essa i ragionamenti che avevo fatto al riguardo, sarebbe potuto venir
fuori materiale per un articolo. Effettivamente, senza neanche troppo
sforzo (se non consideriamo il fatto che non mi ricordavo i titoli degli
episodi e quindi mi sono dovuto spulciare per un buon quarto d’ora
la Bibbia, l’Hypertrek) sono riuscito a trovare quello che stavo
cercando.
Gli episodi che vedono protagonista la sottotrama del rapporto tra Geordi
La Forge e la dottoressa Leah Brahms calzano
a pennello per il tipo di discorso (e quindi di articolo) che avevo in
mente.
La
prima volta che incontriamo la dottoressa Brahms è nell’episodio
della terza stagione “Trappola Spaziale”,
dove l’Enterprise si trova ad esplorare una zona dello spazio nella
quale, almeno un migliaio d’anni prima, due razze si erano distrutte
a vicenda e, rispondendo ad un segnale di soccorso, cade in una vecchia
trappola ancora attiva che da un lato assorbe le energie della nave e
con esse, d’altra parte, la bombarda con radiazioni letali.
La situazione critica ormai è ben delineata: è solo questione
di tempo prima che gli scudi della nave cedano per mancanza d’energia
e che le radiazioni, di conseguenza, trasformino l’Enterprise in
un enorme bara alla deriva nello spazio.
Per evitare di fare la stessa fine del vascello che mille anni prima aveva
invano trasmesso la richiesta di soccorso, Geordi si mette al lavoro per
cercare di trovare un modo per risolvere il problema.
Ovviamente i tempi si accorciano drasticamente quando Jean-Luc, seguendo
il consiglio di Worf, cerca liberarsi dalla rete nella quale erano caduti
sparando, secondo la migliore tattica di guerra Klingon, a qualunque cosa
ti guardi storto, ottenendo come unico risultato un ulteriore perdita
d’energia.
Una scelta del genere fa discutere, soprattutto se consideriamo innanzitutto
che una trappola del genere è stata costruita appositamente per
ritorcere le energie di un vascello spaziale contro la nave stessa, che
inoltre questo dispositivo era rimasto pressochè intatto e perfettamente
funzionante per oltre mille anni, e che per giunta era riuscito a far
perire un equipaggio che conosceva i metodi di guerra del nemico quando
gli umani, come ci fa notare Picard, si divertivano ancora a fare le crociate
e i Klingon probabilmente si spenzolavano dagli alberi.
Ma tant’è, il pathos deve crescere e Jean-Luc ordina di far
fuoco.
Geordi,
cercando di trovare una soluzione, decide di caricare in sala ologrammi
il prototipo del motore dell’Enterprise per cercare di migliorare
qualche componente, così da eludere la trappola. Non mi dilungherò
sul technobabble altrimenti rischio di perdere il filo del discorso, senza
contare che dovrei rivedere alcuni pezzi dell’episodio, per cui
non me ne vogliano le maglie gialle (o rosse che siano) tra di voi.
Mentre Geordi è perso in visioni mistiche nella contemplazione
dei progetti del motore dell’Enterprise, fa la sua apparizione la
progettatrice stessa, la dottoressa Leah Brahms, richiamata involontariamente
da una richiesta dell’ingegnere capo.
Il povero La Forge, reduce da una spietata sequenza di brutte avventure
con le donne (in realtà all’inizio dell’episodio vediamo
soltanto una delle impietose disfatte, ma è fuor di dubbio che
sia solo l’ultima di una lunga serie), appena incrocia gli occhi
della bella dottoressa rimane fulminato e per qualche secondo si lascia
alle spalle il feroce ticchettare dell’orologio.
Si poteva forse inventare una coppia migliore?
La progettista e l’ingegnere capo…. con il loro figlioletto,
il motore dell’Enterprise, tutti coinvolti in una disperata corsa
contro il tempo.
I primi sintomi del fatto che La Forge si senta in qualche modo coinvolto
verso Leah li abbiamo quasi subito: dato che la simulazione del computer
manca totalmente di caratteristiche caratteriali e comportamentali, e
sia quindi più simile ad un Data cerebroleso che non ad un assistente,
l’ingegnere capo decide di chiedere al computer di ricaricare l’immagine
della dottoressa Brahms aggiungendo i tratti relativi alla personalità
in base ai dati disponibili.
Dopo
un refresh che assomiglia più ad un insufflazione d’anima
biblica che non ad una nuova immagine del ponte ologrammi, ci troviamo
di fronte ad una Leah Brahms (Versione 1.1) che, pur essendo in disaccordo
su alcuni aspetti con Geordi, si mostra ben diversa da quella che incontreremo
nell’altro episodio che la vede protagonista. Ma di questo parleremo
più avanti.
Lavorando in coppia e mettendo quasi immediatamente da parte le rivalità
riguardanti il lavoro sui motori, i due vagliano diverse alternative per
riuscire ad eludere il meccanismo della trappola.
Se da una parte, quando siamo ormai agli sgoccioli, Leah propone di lasciar
fare al computer i calcoli e i dovuti aggiustamenti per ingannare i sensori
e riuscire quindi a portare fuori dal ‘campo minato’ l’Enterprise,
dall’altra Geordi scopre una nuova vena d’ispirazione sentendo
le radiazioni mordergli la coda e capisce che l’unico modo per uscirne
vivi è di utilizzare tutta l’energia residua per un'unica
spinta e guidando manualmente la nave, lasciando che la forza d’inerzia
li porti in salvo.
Con l’Enterprise fuori pericolo, Jean-Luc bombarda l’intera
zona distruggendo l’infernale trappola, senza curarsi (come fa notare
giustamente Luigi Rosa sempre nel suo Hypertrek) del fatto che contemporaneamente
spazza via il relitto d’una nave vecchia di mille anni.
Mi
chiedo come mai al professor Galen, vecchio professore di archeologia
di Picard, non sia venuto un colpo, o quantomeno la voglia di vaporizzare
l’allievo una volta avutolo tra le mani. Ma questa è un'altra
storia…. Questo episodio, invece, si chiude con un finale agrodolce
nella scena dell’addio tra il nostro La Forge e Leah, dove i due
sembrano palesemente cotti l’uno dell’altra.
La dottoressa Brahms torna a fare
capolino nella vita di Geordi nella quarta stagione, e più precisamente
nell’episodio “Il figlio della Galassia”,
quando decide di andare sull’Enterprise per vedere di persona tutti
i cambiamenti apportati al ‘suo’ motore dall’ingegnere
capo.
Il
teaser ci fa subito rendere conto d’essere davanti ad una Leah ben
diversa da quella che conosciamo (questa è infatti la Versione
2.0), scostante, scorbutica, arrogante e dispotica.
Alla faccia del fatto che il computer aveva ricreato il carattere e la
personalità con un margine d’errore del 9,37% !!
Le speranze e l’entusiasmo di La Forge ovviamente si estinguono
rapidamente una volta resosi conto della differenza tra la ‘sua’
Leah e la dottoressa appena sbarcata sull’Enterprise.
Questa,
a sua volta, man mano che realizza che quello che c’è all’interno
della sala macchine dell’ammiraglia della flotta ricorda solo mooolto
vagamente i suoi progetti iniziali a causa degli innumerevoli cambiamenti
e accorgimenti che Geordi ha apportato nel corso degli anni, diventa sempre
più intrattabile e irascibile.
Con questi presupposti, mancava solo un pretesto che imponesse ai due
di lavorare insieme, e dato che l’escamotage della perdita d’energia
era rimasto simpatico a tutti gli sceneggiatori, viene deciso di riutilizzarlo
più o meno pari pari, sostituendo la griglia di vecchi congegni
con un esserino che nasce, vive e muore nello spazio profondo.
Ma facciamo un passo indietro.
Mentre l’Enterprise si trova ad esplorare il sistema Alfa Omicron
i nostri eroi fanno una scoperta sorprendente: per la prima volta viene
rilevata una forma di vita che ha come casa l’intero universo.
Sfortunatamente l’essere è incinta, e come ogni madre che
sta per dare alla luce i propri piccoli è particolarmente suscettibile
e poco disposta ad accettare che le vengano puntati i sensori addosso
per studiarla.
L’istinto materno la porta ad attaccare l’ammiraglia della
flotta (mica un runabout qualunque) e Picard, dopo aver tentato tutte
le strade possibili, è costretto a far fuoco per difendere la propria
nave e, seppur a livello minimo, il colpo risulta essere mortale.
Subito dopo aver assistito alla morte dell’essere, i sensori (forse
in preda al senso di colpa) diventano più sensibili e precisi e
riescono a captare un'altra forma d’energia all’interno della
massa ormai inerte della madre: il piccolo!
Picard, annichilito dal fatto che una missione d’esplorazione aveva
causato la morte di un essere vivente (tra l’altro così peculiare),
si fa carico far nascere il piccolo e successivamente, quando questi si
attacca allo scafo dell’Enterprise per nutrirsi, di condurlo dove
presumibilmente la madre avrebbe voluto darlo alla luce.
Tornando da Geordi e Leah, non facciamo in tempo ad abituarci al caratteraccio
della dottoressa che al danno si aggiunge la beffa: quando l’ingegnere
capo inizia a muovere i primi, timidi passi per cercare di provarci con
la progettista, veniamo a sapere che la Brahms è felicemente sposata.
Come
possono le cose andar peggio? La risposta è semplice, quasi scontata:
la situazione peggiora quando Leah, andando in sala ologrammi per studiare
la simulazione che aveva permesso a Geordi di scampare alla famosa trappola
di cui sopra, trova il suo doppio olografico esclamare “ogni
volta che guardi questo motore è come se guardassi me, ogni volta
che lo tocchi, tocchi me”, ed ovviamente se ne risente.
Geordi, arrivato troppo tardi per scongiurare il disastro, viene letteralmente
investito dalla dottoressa che l’accusa, neanche troppo velatamente,
di essere un perverso maniaco malato.
Il nostro ingegnere capo, a questo punto, stanco di subire in silenzio
le angherie e i comportamenti altezzosi e supponenti della progettista,
sbotta e fa notare alla Brahms che la sua unica colpa è stata quella
di averle offerto la sua amicizia, ricevendo in cambio solo giudizi senza
possibilità d’appello e commenti sprezzanti.
I due, dopo essersi reciprocamente sfogati, riescono finalmente a collaborare
iniziando a rispettare ed a considerare obiettivamente le reciproche idee
ed arrivano quindi a trovare la soluzione per liberarsi di Junior, ‘inacidendo’
il suo nutrimento e portandolo a staccarsi dalla nave.
La
puntata si chiude con Leah e Geordi che sono finalmente arrivati a mettere
da parte tutti i rancori ed i pregiudizi da una parte e tutte le aspettative
dall’altra.
“Probabilmente quella donna
ti ha fatto la cosa peggiore che si possa mai fare a qualcuno: non vivere
secondo le tue aspettative. Quindi se fossi in te cercherei di vederla
sotto un'altra ottica: vedila per quello che è, non per quello
che tu vuoi che sia.”
Rimango sempre di stucco quando trovo
in qualche episodio di Star Trek, o in qualche libro o canzone, delle
frasi che rispecchiano le mie idee, che sembrano conoscermi meglio di
quanto sul momento non sia disposto ad ammettere, che riescono a toccare
determinati tasti del mio pensiero e dei miei sentimenti in modo tanto
specifico e preciso.
E’ una sensazione che fa quasi paura a volte, che ti fa mettere
in pausa e riavvolgere, con cautela, per riascoltare o rileggere quello
che tu hai sempre avuto sulla punta della lingua e che non sei mai riuscito
a dire con quelle precise parole.
Spesso mi sono soffermato a pensare al concetto di “aspettativa”,
a quanto certe persone riescano a rimanerne succubi ed a farne il motore
della propria vita, riversando su altri il peso di esperienze, obiettivi
o sogni che non sono riusciti a raggiungere in prima persona (Ogni riferimento
a fatti o persone reali è palesemente privo di qualsiasi casualità).
Ho scritto almeno un paio di poesie che toccano più o meno velatamente
questo concetto, cercando sempre di condensare in poche parole il peso
e allo stesso tempo l’inconsistenza, la pericolosità di un
sentimento del genere, di quanto possa riuscire a cambiare il tuo umore
o anche il modo stesso che hai di vedere una certa persona.
Ma nell’ascoltare le semplici ed incisive parole di Guinan, poesia
degna della migliore prosa, ho sentito un brivido percorrere la mia schiena
mentre l’ascoltavo leggermi nella mente e rivelarmi le giuste parole
per descrivere cosa stavo pensando.
D’altronde è parte della natura umana avere dei sogni, ed
in questo caso, traslandoli su una persona il termine esatto è
appunto ‘aspettative’, il problema nasce quando, nel caso
dell’aspettativa frustrata o mancata, il nostro ego si sente chiamato
in causa, colpito dal fatto che una persona a cui magari teniamo particolarmente
non si comporti come ci aspettavamo.
Geordi, negli episodi in questione, cade proprio in quest’errore,
iniziando dapprima a fantasticare innocentemente sull’idea
che ha di Leah Brahms iniziando ad infatuarsene e successivamente, come
dice Guinan (che dalla prima volta che l’ho sentita ha spodestato
Oscar Wilde dalla vetta assoluta della mia personalissima classifica di
‘guru’, andando quantomeno parimerito), è arrivato
a vedere esclusivamente quello che voleva vedere, completamente assorbito
dalle sue fantasie, o se preferite, dalle sue aspettative.
Aspettative
puntualmente, ovviamente ed inevitabilmente infrante ancor prima che le
bobine di transizione di fase in sala teletrasporto si fossero raffreddate
subito dopo l’arrivo della dottoressa.
Il processo in sé, come dicevo
prima, è qualcosa di assolutamente naturale che va a coinvolgere
ogni aspetto della nostra esistenza: quante volte ci siamo trovati a dire
“non era come me l’aspettavo?”.
A me capita sempre per quanto riguarda i luoghi; quasi sempre prima di
andare in un qualsiasi posto mi creo un immagine mentale e poi, una volta
giunto sul luogo, mi diverto a notare le migliaia di particolari che sono
simili a quello che credevo di trovare ed a quelli talmente diversi che
mi rendo conto che mai sarei riuscito ad immaginarmi fossero così.
Solitamente è un esercizio mentale, teso esclusivamente a solleticare
la mia fantasia ed in un certo senso a farmi pregustare ad esempio un
viaggio, ma quando capita di fare un pensiero del genere, andando ad immaginare
quel che vorremmo che una persona dicesse o facesse spesso il gioco perde
tutto il suo fascino e la sua innocenza, andando a scontrarsi inevitabilmente
con una realtà dei fatti che deve necessariamente tener conto che
ci troviamo di fronte ad un altro individuo, e non ad un estensione della
nostra persona e dei nostri pensieri.
Abusare di un ‘esercizio di stile’ del genere, lasciando a
briglia sciolta le nostre aspettative, quindi, non potrà che ritorcercisi
contro in maniera proporzionale a quanto teniamo a quella determinata
persona, facendo si che ogni minima discrepanza possa anche solo potenzialmente
influire negativamente sull’idea che abbiamo dell’individuo
che abbiamo di fronte.
Ma c’è un altro caso
in cui l’aspettativa può avere dei risvolti ancora peggiori.
Ormai l’immagine del genitore che vede il proprio figlio ancora
bambino già come laureando in medicina o giurisprudenza è
diventato un clichè, così come banale e prevedibile è
la risposta difensiva del padre o della madre che assicurano che è
soltanto per il bene del figlio, per far si che economicamente parlando
non abbia problemi, che abbia un posto solido all’interno della
società.
Personalmente ritengo che un tale modo di vedere (che non è poi
così remoto in un mondo dove si sente ancora parlare di matrimoni
combinati), se portato oltre il buon senso e la giusta misura di protezione
che un genitore deve assicurare, dia per scontante talmente tante variabili,
tanti desideri che devono ancora sbocciare, tanti interessi che possono
essere lontani anni luce da un conto in banca con un numero immorale di
zeri o da una posizione di rispetto tra gli alti papaveri, che non basterebbe
un enciclopedia di bestemmie (mi si conceda lo sfogo) per contenerle tutte
e far capire il concetto a chi vuole plasmare a sua immagine e somiglianza
il prossimo.
Se ci pensate un secondo, vista da questa prospettiva l’aspettativa
è un processo assolutamente egoistico e distruttivo, teso solo
a solleticare il nostro ego(centrismo), il nostro personale modo di pensare
e di vedere le cose, e non ultima la nostra necessità di avere
un illusione d’immortalità.
Ho voluto estremizzare molto il discorso
perché, da un lato, mi sembrava il modo migliore per rendere il
concetto senza utilizzare mezzi termini, e dall’altra perché
in fondo la distanza che separa un semplice pensiero da una radicata aspettativa,
spesso, è tristemente breve.
Come ripeto sempre ai miei compagni
Triboli, giusto per citarmi anche alla fine…
“Diffidate sempre dai sogni che non hanno il riflesso dei vostri
occhi”.
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