RIFLESSI "D'AMORE"
di Fabiano "Langley" Piccione

Mettiamo della colla nel tentativo di fare aderire alcuni minuti, alcune ore, alcuni giorni della nostra vita con chi ci sta vicino e che desideriamo avere al nostro fianco; ma a volte la colla non tiene più e i due lembi si staccano. Quando il prossimo si allontana ne deriva incertezza. Ci sentiamo fragili come cristallo perché sentiamo il bisogno del prossimo, anche se ci glorifichiamo quando siamo forti della nostra indipendenza; ma un attimo dopo le cose si ribaltano e la nostra indipendenza diviene solitudine. Amiamo noi stessi quando ci sentiamo forti, detestiamo noi stessi quando ci sentiamo deboli. Siamo ottimisti e felici di come siamo e di come agiamo, quando le nostre aspettative vengono positivamente soddisfatte; ci compatiamo quando abbiamo sperato in qualcosa o in qualcuno e la nostra speranza disattesa la interpretiamo allora come nostra ingenuità o come una qualche sfumatura di incapacità.

Ma l’essere umano è perennemente scontento di sé?!!!!!!!!

Penso queste cose, in momenti di riflessione sui generis dettati dall’arrivo di queste feste e dell’inverno vero e proprio. Ci penso mentre impacchetto i regali che darò ai miei amici, ai miei parenti, alle persone che orbitano nella mia vita e anche a quelle che vi hanno orbitato. Ci penso….all’idea di un nuovo anno che inizia e di modalità umane che mi appaiono vecchie e nuove, stanche e sempreverdi. Ci penso, quando mi rendo conto per la millesima volta (ma ogni volta il mio cervello sembra dimenticarsene con facilità) che non sono solo in questo eterno ballo fra delusione e ottimismo interiore, e che sono le cose che accadono al di fuori di me che mi fanno ballare senza sosta…per quanto non voglia ammetterlo.

Non è una valutazione triste, né allegra se vogliamo: è un'analisi dolce-amara e fattuale, e forse anche assolutamente triviale, di come il genere umano sia fondamentalmente vittima di vortici di se stesso.

Siamo tutti un po’ B’Elanna: vorremmo non essere esattamente quello che siamo…vorremmo tutti, saltuariamente, essere un po’ diversi in qualcosa, perché abbiamo la sensazione che ci sia qualcosa in noi che potrebbe toglierci l’amore del prossimo. Lasciamo che la fantasia ci porti ad immaginare come sarebbe se fossimo più solari , più simpatici, più cristallini, più menefreghisti, più belli, più sicuri, più razionali…meno razionali, più introspettivi, meno menefreghisti, meno socievoli, più ermetici, più egoisti, più maliziosi, più sospettosi, più cinici e meno ingenui. Quello che un secondo vediamo come un mood positivo, in noi, cambia più o meno sensibilmente valore se la situazione attorno a noi muta: siamo eternamente vittime degli avvenimenti e delle interazioni col prossimo, nella valutazione di noi stessi. Se il padre di B’Elanna non avesse abbandonato lei e sua madre quando lei era piccola, e se lei non avesse poi avuto momenti difficili all’Accademia, dalla quale decise di allontanarsi, quanto sarebbe stata scontenta del suo lato Klingon? Quanto avrebbe visto negativamente la sua indole focosa? Se all’Accademia avesse avuto successo, spiccando sopra la media degli altri studenti, ricevendone riconoscimenti e ammirazione, nonostante il suo temperamento ribelle, probabilmente avrebbe finito col dare al suo lato Klingon una parte del merito della sua competitività e della sua caparbietà, invece che tutta la colpa del suo disagio sociale. Forse avrebbe addirittura ringraziato quella parte di sé così passionale e determinata, invece che odiarla, perché quel suo lato alieno non le avrebbe dato la sensazione di sottrarla all’amore altrui. Come cambia la prospettiva, vero?

Non accetto di buon grado la condizione per cui l’amore per noi stessi spesso derivi dall’amore che gli altri nutrono per noi. Quando il secondo manca, e spesso manca, allora viene a mancare anche il primo, di conseguenza. E il nostro mondo pare crollare in minuti pezzetti, perché è la nostra stessa identità ad essere messa occasionalmente in discussione. Non lo accetto di buon grado……ho detto….ma non posso che accettarlo.
Nella nostra vita i fattori che regolano la percezione del nostro valore sono tutti esterni, nella quasi totalità dei casi: l’amore per noi stessi che emaniamo non è profuso, ma soprattutto riflesso.
Inutile dire che è così, e se lo negate siete un po’ bugiardi. Con voi stessi, in primis.

Un amico mi raccontava di un sociologo, Ervin Goffman, di cui aveva letto tempo fa e che in particolare aveva condotto uno studio (i cui risultati sono stati pubblicati nel suo libro “Asylum”) su come l’identità dei prigionieri delle carceri venisse piegata e sgretolata, oltre che vestendoli con le stesse identiche uniformi e rasandoli completamente, soprattutto facendo in modo che le guardie rispondessero con cattiveria e insulti ad eventuali manifestazioni di fragilità e cortesia da parte dei detenuti. Queste mancate corrispondenze alle aspettative, sottese al comportamento dei prigionieri, causava in loro crisi d’identità di notevoli proporzioni.
Sembreranno ovvietà, ma lasciatemelo dire: forgiamo il metro di valutazione di noi stessi, di quello che ci piace e non ci piace del nostro intimo modo di agire e di pensare, in base a quanto questo susciti apprezzamento sociale e in base, quindi, a quanto ciò che riceviamo corrisponda alle aspettative che abbiamo costruito nella nostra mente. Se disattese, siamo inadeguati e illusi. Se confermate, allora diventiamo ai nostri occhi dei dei grandi conoscitori di come gira il mondo e siamo davvero “avanti”. Come siamo volubili nel nostro autogiudizio! E’ così difficile percepire la propria unicità come una virtù, nelle sue sfumature nere e bianche.

"I’m sorry to myself, for treating me worse than I would everybody else" - A.Morissette
(Sono dispiaciuta verso me stessa, per essermi trattata peggio di quanto avrei fatto con chiunque altro)

Se c’è una cosa che emerge da questa mia carrellata di pensieri semi-caotici, qualcosa che non sia un ulteriore quesito privo di facile risposta, è che siamo spesso i peggiori giudici di noi stessi.


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