Ah, quanto ci sono mancati
i vecchi cari malfunzionamenti del teletrasporto! Sembra di no, ma è
come una sottile corrente di malinconia, come se mancasse qualcosa,
una sensazione come di… incompiutezza.
Come andare su un ponte ologrammi e non essere mai rapito da un file
particolarmente creativo che si crede di essere diventato vivo. Suvvia!
Non è neanche Star Trek se funziona tutto a meraviglia e i protagonisti
non si incasinano con le loro stesse mani.
Il
14 gennaio è ripresa la trasmissione dei nuovi episodi della
quarta stagione di Enterprise in America, con una storia
dal sapore antico.
Un vecchio ingegnere, genio del suo tempo e pioniere della tecnologia
del teletrasporto, ha perso il figlio in un esperimento mal riuscito:
dopo 15 anni dall’incidente crede di aver finalmente trovato la
soluzione tecnica e tenta il salvataggio.
È un vecchio amico del padre di Archer, lavora per la Federazione
e ha fatto enormi progressi scientifici, quindi non gli è affatto
difficile ottenere di farsi assegnare l’Enterprise, con la scusa
di condurre nuovi esperimenti in una regione desertica dello spazio.
Il suo vero scopo però rimane segreto, in quanto non si fida
nemmeno di Archer e teme che, se rivelerà la verità, nessuno
vorrà aiutarlo nella sua impresa.
Il
figlio è smolecolarizzato da ben 15 anni, sospeso
nel limbo di una distorsione sub spaziale, che, quando si manifesta
all’interno dell’astronave, risulta essere letale al contatto.
Un’altra “maglietta rossa” che se ne va….
Alla
fine, scoperti gli arcani, Archer acconsente al tentativo di soccorso,
ma ormai è passato troppo tempo: il segnale si è andato
deteriorando e anche se il corpo del giovane viene effettivamente recuperato,
le sue cellule sono troppo degradate per sostenerlo in vita. Ciò
che viene rimaterializzato è solo un cadavere.
Una piccola storia di ordinaria disperazione, una trama discreta attraverso
la quale si intreccia quella di Trip e T’Pol, ancora in sospeso
e in attesa di riallacciare i fili del loro rapporto, dopo il matrimonio
ed il divorzio lampo di lei su Vulcano
(sì,
lo so, non vi ho ancora parlato di questo avvenimento, e questo non
è da me, vista la mia passione per le storie d’amore, il
Big-Love e il sesso a tutto spiano… ehm… ne riparleremo.
Promesso).
Quello che colpisce in questo episodio è il senso di… “serie
classica” che trasmette.
Nelle precedenti stagioni ci sono state molte puntate che sembravano
pallidi riflessi di cose già viste.
Colpi
di sonno senza costrutto per telefilm presto caduti nel dimenticatoio.
Anche questo può sembrare così.
Abbiamo già assistito tante volte a uomini ossessionati da progetti
che hanno portato via tutta la loro vita: penso al Commodoro
Matthew de “La macchina del giudizio universale”,
o al Dott. Daystrom con il suo computer M5.
Un
altro clone-episode, dunque?
Secondo me no. O almeno non completamente. La storia può non
essere originale, ma l’atmosfera ricreata è perfetta.
Si
respira aria da anni ’60 e il cuore da un balzo ogni volta che
compare l’anomalia sub spaziale che contiene il corpo del giovane
disperso, e ne lascia intravedere le fattezze.
Sembra quasi di assistere alla fusione tra la nube di lucette e Zefram
Cochrane, o alla misteriosa entità che si nutre di sentimenti
negativi e mette in contrasto tra loro Klingon e umani. Si ha la netta
sensazione che qualcosa di straordinario stia per accadere, provando
quel senso di meraviglia ed aspettativa che sempre (o quasi) ha contraddistinto
gli episodi della serie classica.
Inoltre T’Pol è più ‘Spock-osa’
che mai: sta studiando la vera dottrina di Surak e sta cominciando finalmente
a capire quale sia la “via di Vulcano” per lungo tempo abbandonata.
Forse
questo episodio mostra la vera differenza che c’è tra un
amorevole omaggio ed una frettolosa ricopiatura.
O forse sono solamente io che sono rimasta influenzata dal sapere che
Manny Coto è un fan di Star Trek come tutti
noi, e che per rilassarsi dopo una dura giornata di lavoro passata a
scrivere per Enterprise, si guarda un telefilm di Voyager (vedi intervista
a Manny Coto, pubblicata su questo stesso numero). Forse essere un fan
di Star Trek ed amarne le storie porta effettivamente alla produzione
di un buon prodotto.
Nel frattempo Bergman fa sapere che i fan stanno apprezzando
molto il cambiamento di rotta della IV stagione, ma commenta acido che
gli indici di ascolto sono comunque calati, sorvolando sul fatto che
anche la collocazione nel palinsesto è cambiata.
Speriamo che tra i due litiganti, siano i fan quelli che continuano
a godere.
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