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HARRY POTTER
E LA FANTASIA DEL LETTORE
di Fabio
Miele
Non credo di avere mai parlato
pubblicamente di Harry Potter in queste pagine telematiche.
Anzi, ne sono proprio certo.
Non è stata una dimenticanza ma un distratto e involontario rimandare
fino al momento giusto. Il perché sia ora il momento giusto non
ci riguarda e non saprei neanche dirvelo razionalmente. Forse, come accade
per ogni articolo, l’idea emerge stuzzicata sia da necessità
che da pensieri ricorrenti.
Pensavo giusto alla Rowling, l’altro giorno, la
fortunata “mamma” del maghetto ormai più famoso del
mondo. Ricordavo che quando affrontai per la prima volta la lettura della
Pietra Filosofale, in treno, fui subito colto da perplessità, nelle
prime pagine, e dal via via sempre più chiaro genio dell’autrice.
Innanzi tutto, anche se credo non ce ne sia più bisogno di dirlo
ora, cancellai velocemente il mito che voleva che Harry Potter fosse un
libro, o una serie di libri per la precisione, per bambini.
Certo, un bambino ci trova tutta la fantasia di cui ha bisogno, ma un
adulto, se non è proprio legnoso come un tronco, può ripescare
tutte le reminiscenze di una infanzia più o meno lontana, a seconda
dei casi. Il merito è del tema e del modo di raccontare la storia
in essa contenuta. Maghi, dolcetti, ragnatele e fantasmi accompagnano
da qualche anno anche noi europei nella magia di Halloween, e credo che
sia questa magia che ha avuto un grande potere sul lettore di ogni età
a fare strage di appassionati di questo nuovo eroe bambino. Io, personalmente,
organizzo sempre qualcosa per la notte di Halloween. C’è
un ritornare bambini, un confrontarsi con la propria fantasia.
J.K.
Rowling ha infuso nella sua letteratura questa magia; è
sempre Halloween tra le pagine di Harry Potter, è sempre una atmosfera
da racconto di streghe e fantasmi, ma con una punta di ironia, con una
spensieratezza onirica che ti fa quasi respirare le scintille di una bacchetta
magica, sentire il borbottio di qualcosa che bolle in un alambicco. Ma
non è solo questo che ha reso il piccolo mago un idolo anche di
insospettabili “adulti per bene”. La narrazione seria e consapevole
dell’autrice ha infuso una complessa interazione da “libro
per grandi” in una chiave che fino a poco prima era stata tipica
del libro per ragazzi. Da qui la diffidenza di molti verso quello scaffale
con i primi romanzi dell’autrice. Io ad esempio mi avvicinai a quel
mondo solo dopo che il terzo libro era diventato una realtà e anche
perché una persona che stimo moltissimo e dei quali gusti mi sono
sempre fidato, mi descrisse quelle atmosfere invogliandomi alla lettura.
Sono fondamentalmente storie gialle, con moventi e sospettati,
e tutto condito in salsa magica, trattando la fantasia come elemento portante.
Nulla di nuovo, nelle intenzioni, ma usato con tanta immaginazione. Tanti
ingredienti presi da anni di folklore e storie pagane rielaborati per
ricreare un nuovo mondo credibile e vivente. Verosimile. Così,
quando l’uomo in giacca e cravatta di quarant’anni, si direbbe
quasi un babbano, sfoglia per la prima volta un libro di Harry Potter
sorride prima di se stesso e lentamente regredisce all’infanzia
mantenendo una mente aperta e allenata alla vita. E tra quelle pagine
ritrova troll, streghe, ragni giganti e bacchette magiche ma vede il tutto
muoversi e pulsare seguendo meccanismi umani, da grandi, che lui incontra
ogni giorno della sua vita. Anzi, se non fosse stato grazie alla sua maturità
certi meccanismi non li avrebbe neanche capiti. Non c’è,
in quelle pagine, solo una favola sdolcinata con i piedi che non toccano
terra ma una realtà in trasparenza, nel chiaroscuro delle cupe
volte di Hogwarts. C’è il dolore, l’ingiustizia
e l’incomprensione che si muovono tra le pagine di un mondo di favola
ma che è gestito quasi come un parco per grandi. Sfogliarne le
pagine è come andare in un grande parco a tema con la scusa di
accompagnarvi i piccini ma con la certezza che, volenti o nolenti, si
finirà per essere rapiti da quel mondo. J.K. Rowling non lascia
la realtà fuori dalla porta, questa entra e diventa la spina dorsale
di tutte le trame del suo mondo fantastico. Ha una tavolozza di migliaia
di colori mentre disegna il suo personale e rivisitato universo stregato.
Ciò che ha inventato non è l’originalità stessa
ma l’uso non convenzionale di temi pre-esistenti per creare un mondo
segreto in cui tutti vogliono rifugiarsi. Tutti hanno problemi, molti
soffrono come il piccolo Harry. Ognuno di noi, a gradi
diversi, vorrebbe uscire dalla realtà che ci circonda e provare
a fuggire in un mondo segreto che non è solo evasione ma stile
di vita. La forza dell’autrice sta in questo, il genio nella non-originalità
è la linfa che dà vita alla finzione. Il segreto di un autore
popolare è certo questo; muovere pedine reali in un labirinto di
caratteri ancorato in un mondo apparentemente irreale, onirico ma riconoscibile
perché tutti, almeno una volta, abbiamo sentito raccontare una
storia di magia o una favola.
Quindi
ecco qualcuno che piccona su quella scorza dura di realtà che la
vita ci porta a crearci intorno, per proteggerci, e vediamo quel qualcuno
intrattenerci con una favola per realisti, una favola per chi ha capacità
a sufficienza per riconoscere la genialità dei dettagli e tutti,
proprio tutti, vorrebbero tornare ad essere dodicenni e prendere un treno
invisibile per una remota scuola di magia. Un ecosistema per maghi, si
potrebbe dire, perfettamente autosufficiente e con le sue regole. Un mondo
parallelo che a volte non sembra avere contatti con la realtà ma
che ad un osservatore attento non può che apparire l’altro
universo oltre lo specchio, una realtà immaginifica che vive in
relazione simbiotica con il mondo ordinario di tutti i giorni.
Chi non sogna su queste pagine, chi non viene intaccato dalla magia è
fondamentalmente ciò che l’autrice chiama un babbano. Un
bitorzoluto e coriaceo uomo reale, coi piedi per terra e che forse mai
è stato bambino dentro. Difficile è il pensare che ci possa
essere qualcuno incapace di sorridere dell’ironia e della fantasia
presenti in quei libri.
Un prodotto privo di furbizia ma che con trasparenza ci mette davanti
alla liberazione di un mondo fantastico con l’amicizia e l’amore
quali motori di ogni fantasia. Ogni invenzione, ogni creazione, ogni nome
di quel mondo ha un codice segreto per attecchire sull’anima anche
dei più ostinati detrattori della letteratura di genere fantastico.
La dimostrazione sta nelle versioni per i paesi non anglofoni: ogni nome
ha un significato o una parvenza di significato. Il curatore della
traduzione si trova costretto a tradurre persino i nomi per aiutare
a mantenere la magia intima in essi contenuta. L’obiettivo è
suscitare un piccolo sentimento, una piccola reazione, ad ogni nome pronunciato
e letto. Sono i piccoli nodi che tengono legati alla tua realtà
quel mondo “irreale”. Nomi quali Longbottom
nell’edizione originale che diventa Paciock in
quella italiana per trasmettere un po’ la goffaggine legata al personaggio.
Il viscido e autoritario Snape, che suona come snake
(serpente) appunto, il quale diventa Piton per il pubblico
italiano. E via così con Muggle italianizzato
in Babbano, Gryffindor in Grifondoro.
Alcuni nomi tradotti forse eccedono nella loro funzione e diventano esercizi
superflui; l’originale McGonagall ad esempio poteva
restare ed essere altrettanto efficace piuttosto che il troppo significante
McGranitt; oppure l’eccellente Dumbledore
ridotto ad un quasi banale e troppo esplicito Silente. Ma certe
scelte in fondo non si devono forse eccessivamente discutere e potrebbero
essere in parte dettate da una abitudine acquisita leggendo solo le versioni
originali.
La Pietra Filosofale infatti la lessi in inglese, e mi abituai ai suoi
termini e alla sua cornice di nomi esotici e carichi di rimandi. Quando,
per una serie di ragioni, dovetti affrontare il secondo libro mi ritrovai
per le mani solo la copia italiana e feci molta fatica ad abituarmi a
Piton, a Silente e alla nuova atmosfera, quasi stessi leggendo di altri
personaggi e non di coloro dei quali mi ero ormai abituato. Mentalmente
se passavo sopra a McGranitt gli occhi dardeggiavano oltre e mentalmente
riempivo la lacuna con la mia ormai più familiare McGonagall. Ma
sono dettagli di rilievo del tutto personale, che tuttavia tradiscono
quel senso di personale aggancio con il proprio mondo segreto di cui parlavo
qualche riga più sopra.
Harry Potter ha la grande genialità di essere intimo, personale
per ognuno dei singoli lettori. Non c’è la partecipazione
parallela di un viaggio del lettore a braccetto dei personaggi ma c’è
come una partecipazione diretta, come se il lettore fosse uno dei personaggi
principali in un mondo che prende a piene mani dalle favole e dalla letteratura
di genere e tradizioni quasi paesane, trattandole con la meticolosità
di un mondo reale, pulsante, privo se possibile di incongruenze.
J.K.
Rowling racconta favole riportandoci alla mente l’eco di noi stessi
bambini, come dei sogni abbandonato con l’adolescenza vengano ora
ripescati e aiutati a crescere al nostro livello, usando personaggi reali
e senza utilizzare quasi nessuna delle fondamentali regole stilistiche
tipiche del racconto favolistico, colpendo la fantasia di grandi e meno
grandi. Non stupisce il fatto che, a quanto pare, il futuro sesto libro
della serie, Harry Potter and the Half-Blood Prince (Harry
Potter e il Principe Mezzosangue), sarà forse pubblicato in
due edizioni: una per bambini e una per grandi. In fondo Harry
è ormai un signorino, le storie che affronta crescono con la sua
età, così come i rapporti con le persone che lo circondano
e con la sua personale psicologia del dolore. Ad un certo punto, se Harry
cresce, non tutti i suoi nuovi e recenti piccoli lettori sono forse pronti
alla comprensione di certi meccanismi. Chissà poi se e come questa
separazione verrà operata a livello pratico, tra le pagine o la
scelta di approfondimenti più o meno necessari. Forse si tratterà
di una versione extended e di un’altra invece epurata
di elementi piuttosto forti. Tra qualche mese certamente lo sapremo di
sicuro. Chissà poi se, con questa mossa, si finirà per raddoppiare
il numero di copie vendute. Vedo già gli appassionati accaparrarsi
entrambe le copie per cercare subito di studiare le differenze e magari
sperare di trovare e capire qualcosa in più rispetto a coloro che
si sono accontentati di una o dell’altra versione.
E dopo il settimo e ultimo anno ad Hogwarts cosa succederà? Pare
certo che non vedremo le avventure di Harry come un mago
adulto alle prese con la vita: o così disse anni fa la stessa autrice,
garantendo che Harry Potter sarebbe stato sempre il giovane studente di
magia che i lettori hanno imparato a conoscere. Ma non si può mai
dire.
Mi domando anche cosa l’autrice stessa si ritroverà a creare
dopo che questo filone interminabile e ricco sarà esaurito. Nuovi
mondi o nuove incarnazioni dello stesso mondo di Harry?
Per questo si dovrà attendere un po’ di più, ancora
qualche anno certamente.
E avremo di che leggere nel frattempo.
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