TOUCHDOWN!
di Lorenzo "Sunrise" Pifferi

Dicevamo nei precedenti numeri della famosa missione su Saturno, la Cassini-Huygens (nome dell’apparecchio e della missione stessa), che vede tra i suoi costruttori tre principali protagonisti: la NASA, per il satellite Cassini; l’ESA (European Space Agency) per la costruzione della sonda Huygens; l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), che ha fornito l’antenna per le comunicazioni. Per fare un brevissimo riassunto, sono questi i tre principali componenti dell’astromezzo che dopo un viaggio lungo sette anni è giunto su Saturno.
Dopo aver descritto le prime immagini del pianeta, arriviamo al pezzo forte: Titano, la luna maggiore dell’anelluto pianeta. Come mai tanto interesse per questo planetoide? I motivi sono molteplici. Basti pensare che le dimensioni di Titano superano quelle di Marte, e proprio per questo motivo è in grado di avere una propria atmosfera. Bisogna anche considerare che i pianeti più distanti dal Sole sono quelli che nel corso dei millenni hanno subito minori modificazioni, al contrario dei pianeti più vicini. Un orientamento prepotente vede dunque Titano come la versione ghiacciata di una Terra preistorica. Possiamo adesso comprendere l’interesse dei geologi, che cercano così di saperne di più sui processi che regolano la formazione dei pianeti e sulle condizioni necessarie affinchè possa esistere la vita. Il 25 dicembre 2004 l’Huygens probe (o sonda Huygens) si è separato dalla Cassini ad una velocità di 30 centimetri al secondo, roteando sul proprio asse per sette volte al minuto, rotazione che ha garantito una certa stabilità.
L’atmosfera di Titano è ricca di nitrogeno e si estende per 600 chilometri nello spazio: non appena raggiunta (14 gennaio 2005), la sonda è uscita dallo stato dormiente ed ha attivato tutti gli strumenti. Immaginatevi il gusto degli addetti ai lavori: lo spazio che ci separa dalla sonda non permette comunicazioni in tempo reale, impedendo quindi ogni possibilità per eventuali manovre correttive. La spessa nube giallastra che circonda Titano oltretutto non ha permesso l’individuazione di una zona sicura per l’atterraggio della sonda, cosa che ha reso la missione molto emozionante e ricca di sorprese. Qualche altro dettaglio tecnico: il satellite Cassini ha orientato la propria antenna per seguire la Huygens. La Cassini era quindi il solo mezzo in grado di comunicare con il proprio pargolo, ricevendo tutti i dati durante la discesa. In un secondo momento la Cassini ha riproposto il tutto in differita, una volta orientata l’antenna verso la Terra. In questo lasso di tempo, di “buio”, i radiotelescopi terrestri hanno captato gli impulsi che periodicamente la Huygens inviava alla Cassini, suggerendo agli scienziati che la discesa stava procedendo apparentemente senza problemi.

Precedenti osservazioni con il pluridecorato telescopio spaziale Hubble avevano evidenziato su Titano zone più chiare e zone più scure: questi contrasti avevano lasciato ipotizzare la presenza di un oceano. Tutte ipotesi: l’unica cosa certa era la superficie altamente irregolare del satellite. Le batteria interne alla Huygens avrebbero fornito l’energia necessaria per analizzare l’atmosfera durante la discesa, più qualche altro minuto per il resto delle operazioni previste dopo l’atterraggio. Dove sarebbe atterrata dunque la sonda? Per ogni evenienza la Huygens è stata fornita anche di strumenti in grado di analizzare liquidi. In questo caso l’importante era che la sonda fosse rivolta verso l’alto, prima di sprofondare lentamente, per continuare a trasmettere i dati. Citando il sito della Nasa, il suono prodotto dalla sonda nel momento del suo atterraggio non era né un “thud” (una superficie solida), né uno “splash” (superficie liquida), bensì uno “spat”. Come se fosse atterrata in una sorta di melma: altra informazione da tenere in considerazione.

Proprio in questi giorni gli scienziati sono in fase di elaborazione, cercando di tradurre ogni singolo dato ricevuto per ricostruire una immagine verosimile e certa di questo interessante satellite. Le prime immagini mostrano una intensa attività geologica, molto simile a quella terrestre. Nonostante sulla superficie non vi siano al momento elementi allo stato liquido, le immagini mostrano evidenze di precipitazioni, erosioni, abrasione meccanica ed attività fluviali, avvenute apparentemente in tempi recenti. L’elemento che probabilmente fu in grado di scorrere allo stato liquido, a temperature inferiori ai –180 C°, è il metano. Piogge, laghi e fiumi di metano. Queste sono le prime prove in mano agli studiosi, ma la complessità dei dati ricevuti li farà lavorare ancora per diversi anni. Soprattutto i geologi, per i motivi fin qui spiegati, avranno il loro bel da fare per confrontare i dati provenienti da quella luna distante più di un milione di chilometri. Per il momento siamo ancora in attesa che maggiori dettagli vengano divulgati dalla comunità scientifica, motivo per il quale proprio il 25 gennaio è stata allestita una conferenza nel planetario di Milano. Probabilmente ritorneremo sull’argomento.

Touchdown! Dicevamo. Ed è proprio una bella meta. Vi consiglio di guardare anche il sito della Agenzia Spaziale Europea, nella sezione dedicata alla missione. Vi sono anche alcuni file audio: tra questi uno ripropone i venti di Titano; nell’altro una versione “ascoltabile” del radar che ha tracciato la discesa. Emozionante… anche perché un altro impatto è previsto per luglio, ma non su Titano.

Meno emozionante infatti, ma assai più divertente (secondo il mio personalissimo punto di vista), la missione Deep Impact. Obiettivo: raggiungere la cometa Tempel 1 e lanciarle contro 370 chili di rame ed alluminio, ad una velocità di impatto pari a dieci chilometri al secondo. Sembra un piano perverso di un novello genio del male, determinato a realizzare il suo sogno infantile: da grande distruggerò una cometa. Niente di tutto questo, ovviamente. La cometa in questione, con i suoi sei chilometri di diametro, fu scoperta nel 1867 da tal Wilhelm Tempel, ed è l’obiettivo ideale per saperne di più su questi solitari corpi celesti. Vista la prossimità con l’orbita della Terra, è stato predisposto un razzo per tempo, lanciato il 5 gennaio 2005, che a luglio permetterà alla Deep Impact di raggiungere la cometa. Nel frattempo la Terra, proseguendo sul proprio tragitto, sarà alla giusta distanza per seguire da “vicino” l’avvenimento. La Deep Impact dispone di tre parti principali: un corpo centrale con strumenti di analisi ottici e spettrografici, a differenti risoluzioni; un pannello solare (questa volta siamo vicino al sole, mica su Saturno), e l’”impactor”. L’impactor quindi sarà rilasciato dal corpo centrale per andare a creare un cratere sulla cometa. Il cratere sarà generato con la forza cinetica dell’impatto (la forza d’impatto di 370 chili a dieci chilometri al secondo è paragonabile a cinque tonnellate di tritolo), al fine di rilevare le caratteristiche del nucleo della cometa, ed analizzare le emissioni generate dall’impatto stesso. La struttura in rame ed alluminio dell’impactor ridurranno al minimo le interferenze sulle letture spettrografiche. Missione geniale, piccola, e molto interessante. Bello vero? Aspettiamo l’estate per sapere come andrà a finire.

Live long, and impact!

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