Dicevamo
nei precedenti numeri della famosa missione su Saturno,
la Cassini-Huygens (nome dell’apparecchio e della
missione stessa), che vede tra i suoi costruttori tre principali protagonisti:
la NASA, per il satellite Cassini; l’ESA
(European Space Agency) per la costruzione della sonda Huygens; l’ASI
(Agenzia Spaziale Italiana), che ha fornito l’antenna per le comunicazioni.
Per fare un brevissimo riassunto, sono questi i tre principali componenti
dell’astromezzo che dopo un viaggio lungo sette anni è
giunto su Saturno.
Dopo
aver descritto le prime immagini del pianeta, arriviamo al pezzo forte:
Titano, la luna maggiore dell’anelluto pianeta.
Come mai tanto interesse per questo planetoide? I motivi sono molteplici.
Basti pensare che le dimensioni di Titano superano quelle di Marte,
e proprio per questo motivo è in grado di avere una propria atmosfera.
Bisogna anche considerare che i pianeti più distanti dal Sole
sono quelli che nel corso dei millenni hanno subito minori modificazioni,
al contrario dei pianeti più vicini. Un orientamento prepotente
vede dunque Titano come la versione ghiacciata di una Terra preistorica.
Possiamo
adesso comprendere l’interesse dei geologi, che cercano così
di saperne di più sui processi che regolano la formazione dei
pianeti e sulle condizioni necessarie affinchè possa esistere
la vita. Il 25 dicembre 2004 l’Huygens probe
(o sonda Huygens) si è separato dalla Cassini ad una velocità
di 30 centimetri al secondo, roteando sul proprio asse per sette volte
al minuto, rotazione che ha garantito una certa stabilità.
L’atmosfera di Titano è ricca di nitrogeno e si estende
per 600 chilometri nello spazio: non appena raggiunta (14 gennaio 2005),
la sonda è uscita dallo stato dormiente ed ha attivato tutti
gli strumenti. Immaginatevi il gusto degli addetti ai lavori: lo spazio
che ci separa dalla sonda non permette comunicazioni in tempo reale,
impedendo quindi ogni possibilità per eventuali manovre correttive.
La
spessa nube giallastra che circonda Titano oltretutto non ha permesso
l’individuazione di una zona sicura per l’atterraggio della
sonda, cosa che ha reso la missione molto emozionante e ricca di sorprese.
Qualche altro dettaglio tecnico: il satellite Cassini ha orientato la
propria antenna per seguire la Huygens. La Cassini era quindi il solo
mezzo in grado di comunicare con il proprio pargolo, ricevendo tutti
i dati durante la discesa. In un secondo momento la Cassini ha riproposto
il tutto in differita, una volta orientata l’antenna verso la
Terra. In questo lasso di tempo, di “buio”, i radiotelescopi
terrestri hanno captato gli impulsi che periodicamente la Huygens inviava
alla Cassini, suggerendo agli scienziati che la discesa stava procedendo
apparentemente senza problemi.
Precedenti osservazioni con il pluridecorato telescopio
spaziale Hubble avevano evidenziato su Titano zone
più chiare e zone più scure: questi contrasti avevano
lasciato ipotizzare la presenza di un oceano. Tutte ipotesi: l’unica
cosa certa era la superficie altamente irregolare del satellite.
Le
batteria interne alla Huygens avrebbero fornito l’energia necessaria
per analizzare l’atmosfera durante la discesa, più qualche
altro minuto per il resto delle operazioni previste dopo l’atterraggio.
Dove sarebbe atterrata dunque la sonda? Per ogni evenienza la Huygens
è stata fornita anche di strumenti in grado di analizzare liquidi.
In questo caso l’importante era che la sonda fosse rivolta verso
l’alto, prima di sprofondare lentamente, per continuare a trasmettere
i dati. Citando il sito
della Nasa, il suono prodotto
dalla sonda nel momento del suo atterraggio non era né un “thud”
(una superficie solida), né uno “splash” (superficie
liquida), bensì uno “spat”. Come se fosse atterrata
in una sorta di melma: altra informazione da tenere in considerazione.
Proprio in questi giorni gli scienziati sono in
fase di elaborazione, cercando di tradurre ogni singolo dato ricevuto
per ricostruire una immagine verosimile e certa di questo interessante
satellite. Le prime immagini mostrano una intensa attività geologica,
molto simile a quella terrestre. Nonostante sulla superficie non vi
siano al momento elementi allo stato liquido, le immagini mostrano evidenze
di precipitazioni, erosioni, abrasione meccanica ed attività
fluviali, avvenute apparentemente in tempi recenti. L’elemento
che probabilmente fu in grado di scorrere allo stato liquido, a temperature
inferiori ai –180 C°, è il metano. Piogge, laghi e
fiumi di metano. Queste sono le prime prove in mano agli studiosi, ma
la complessità dei dati ricevuti li farà lavorare ancora
per diversi anni. Soprattutto i geologi, per i motivi fin qui spiegati,
avranno il loro bel da fare per confrontare i dati provenienti da quella
luna distante più di un milione di chilometri. Per il momento
siamo ancora in attesa che maggiori dettagli vengano divulgati dalla
comunità scientifica, motivo per il quale proprio il 25 gennaio
è stata allestita una conferenza
nel planetario di Milano. Probabilmente ritorneremo sull’argomento.
Touchdown! Dicevamo. Ed è proprio
una bella meta. Vi consiglio di guardare anche il sito della Agenzia
Spaziale Europea, nella sezione
dedicata alla missione. Vi sono anche alcuni file audio:
tra questi uno ripropone i venti di Titano; nell’altro una versione
“ascoltabile” del radar che ha tracciato la discesa. Emozionante…
anche perché un altro impatto è previsto per luglio, ma
non su Titano.
Meno emozionante infatti, ma assai più divertente (secondo il
mio personalissimo punto di vista), la missione Deep
Impact. Obiettivo: raggiungere la cometa Tempel
1 e lanciarle contro 370 chili di rame ed alluminio, ad una
velocità di impatto pari a dieci chilometri al secondo. Sembra
un piano perverso di un novello genio del male, determinato a realizzare
il suo sogno infantile: da grande distruggerò una cometa. Niente
di tutto questo, ovviamente. La cometa in questione, con i suoi sei
chilometri di diametro, fu scoperta nel 1867 da tal Wilhelm
Tempel, ed è l’obiettivo ideale per saperne di
più su questi solitari corpi celesti. Vista la prossimità
con l’orbita della Terra, è stato predisposto un razzo
per tempo, lanciato il 5 gennaio 2005, che a luglio permetterà
alla Deep Impact di raggiungere la cometa. Nel frattempo la Terra, proseguendo
sul proprio tragitto, sarà alla giusta distanza per seguire da
“vicino” l’avvenimento.
La
Deep Impact dispone di tre parti principali: un corpo centrale con strumenti
di analisi ottici e spettrografici, a differenti risoluzioni; un pannello
solare (questa volta siamo vicino al sole, mica su Saturno), e l’”impactor”.
L’impactor quindi sarà rilasciato dal corpo centrale per
andare a creare un cratere sulla cometa. Il cratere sarà generato
con la forza cinetica dell’impatto (la forza d’impatto di
370 chili a dieci chilometri al secondo è paragonabile a cinque
tonnellate di tritolo), al fine di rilevare le caratteristiche del nucleo
della cometa, ed analizzare le emissioni generate dall’impatto
stesso. La struttura in rame ed alluminio dell’impactor ridurranno
al minimo le interferenze sulle letture spettrografiche. Missione geniale,
piccola, e molto interessante. Bello vero? Aspettiamo l’estate
per sapere come andrà a finire.
Live long, and impact!
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