ASTINENZA TREK
di Guillaume Riggio


Ebbene sì, devo ammettere che è ormai più di un mese che il mio televisore non ospita un DVD di Star Trek. In questi ultimi trenta giorni non ho avuto molto tempo da dedicare all’home cinema, ed il poco che avevo l’ho utilizzato per guardare film o telefilm che con la saga Trek non hanno nulla a che fare. Mi sono spazzolato via la prima stagione di Law & Order, la quinta di Sex & the City, qualche puntata di C.S.I., un pizzico di Alias e di Six Feet Under, oltre ad un numero imprecisato di Hitchcock e Agatha Christie, ma nulla che avesse a che fare con Picard, Sisko, Janeway o Kirk. Alla faccia che avevi poco tempo libero, direte voi.
Ad essere completamente sinceri, infatti, mi sono reso conto che stavo andando in overdose di Star Trek, ed ho sentito la necessità di staccare un po' la spina, considerato anche il fatto che ogni mese mi incatenavo alla poltrona a guardare cinque-sei episodi per cercare di farmi venire in mente un'idea interessante per un articolo e quando trovavo l’argomento adatto mi riguardavo le puntate almeno tre volte per non tralasciare nessun particolare importante.
Il problema si è posto quando, guardando il calendario, mi sono accorto che ero efferatamente in ritardo nella consegna ed a Star Trek avevo volutamente pensato il meno possibile.
Vi risparmio i racconti sugli incubi (provocati dal senso di colpa per non aver compiuto il mio dovere di redattore) dove la Direttrice mi rincorreva con una sega circolare alimentata a dilitio e, una volta raggiuntomi, sotto la sua attenta e affilata supervisione, mi obbligava a scrivere ininterrottamente tutti gli articoli che dovevo consegnare da qui alla data del Primo Contatto. (Di tutti i sogni mai fatti sulla mia personcina, nessuno aveva mai costruito un'ambientazione tipo "Armata delle Tenebre", Nota del Direttore)

Se però da una parte tornando a casa la sera dal lavoro mi dicevo che mi sarei dovuto mettere di buona voglia a guardarmi qualche episodio di TNG, dall’altra la sola idea mi metteva quasi ansia. Questo era un fattore che non avevo previsto quando accettai di far parte della redazione dello STIM. Improvvisamente mi chiesi se anche altri si fossero trovati nella mia stessa situazione (Sì, ogni mese, Nota 2 del Direttore).
È pur vero che io amo l’universo di Star Trek per tutto quello che mi ha trasmesso, ma allo stesso tempo dover necessariamente mettermi a guardare qualche puntata per rincorrere un'ispirazione che sembrava svanire alla sola idea di vedere sullo schermo Picard e soci era una cosa frustrante, in totale antitesi con il piacere che precedentemente provavo nel mettermi a guardare qualche episodio.
Sfortunatamente non riuscivo a trovare una soluzione per uscire da questo circolo vizioso, così decisi che se non avessi scritto un articolo su Star Trek, avrei optato per un pezzo che riguardasse le motivazioni dell’assenza di Star Trek nella mia vita, cercando anche di analizzare le conseguenze che questa mia decisione ha provocato.

In realtà devo confessarvi che l’assenza delle avventure dell’Enterprise dal mio teleschermo dipendono anche da un altro fattore. Come avrete forse intuito dai preamboli dei precedenti articoli questo per me non è esattamente il più roseo dei periodi, anche se cerco di affrontarlo e di reagire con un ingiustificato ottimismo. Fallendo miseramente.
Per dirla a chiare lettere non mi trovo dell’umore adatto per seguire una storia dal lieto fine (più o meno) assicurato che, tanto per fare un esempio, in quarantacinque minuti mi risolve un silenzio tra padre e figlio durato quindici anni.
Vedere adesso un episodio come “The Icarus Factor”, seconda stagione, dove William Riker riesce ad appianare i propri problemi con suo padre Kyle con una facilità ed una velocità che ha del disgustoso è quasi un affronto alla mia attuale realtà dei fatti, in cui mi trovo circondato da persone che l’ultima cosa che vogliono è instaurare un dialogo civile o anche semplicemente cercare di mettersi nei panni degli altri, provando a valutare un punto di vista che sia differente dal proprio.
Non so se a voi sia mai capitato, e mi riferisco soprattutto agli irriducibili ottimisti che seguono questa webzine, di passare un periodo nel quale nonostante tutti i vostri sforzi nel cercare almeno un lato positivo della situazione in cui vi trovate, arriviate a non poter tollerare il candido lieto fine, arriviate a trovarlo scandalosamente disonesto se rapportato alla vostra vita di tutti i giorni e terribilmente ingenuo se comparato al reale svolgimento dei fatti nella maggior parte dei casi della vita.

Tanto tempo fa, in un regno lontano, quando ancora ero di buon umore ed il destino non si divertiva a piazzarmi tagliole per orsi lungo il cammino, ero solito dire che si può reagire in due modi alle esperienze negative: o ci si lascia inaridire, diventando sempre più cinici e disgustati dalla crudeltà che ci circonda, lasciandoci annegare nell’egoismo oppure si cerca di trarre qualcosa di positivo da quel che si è appena vissuto, anche semplicemente imparando qualcosa, dato che un esperienza dalla quale sei in grado di trarre una qualsiasi conoscenza non può mai essere considerata completamente negativa.
Può risultare un modo ingenuo di affrontare le brutture che tutti dobbiamo affrontare, ma nella sua semplicità è sicuramente di un ottimismo di cui non mi credevo capace.
Il problema è che con il passare del tempo mi sono reso conto che per quanto possa essere una buona tattica, non solo non sempre è infallibile, ma a volte non è abbastanza, l’aver imparato qualcosa non ti ripaga sufficientemente di quel che hai passato e di certo non ti consola quando tutto intorno a te sfuma dal grigio verso il nero.
Per questo ultimamente sto passando un periodo nel quale sono refrattario all’happy ending e forse sarebbe il momento adatto, se proprio voglio guardarmi uno Star Trek, orientarmi verso Deep Space Nine, molto più consono al mio attuale stato d’animo ed al modo che sto avendo di affrontare determinate situazioni.

Il problema di scrivere qualcosa di decente riguardante TNG andava aggravandosi sempre più alla luce di queste ultime considerazioni.
Come potevo anche solo considerare di mettermi a davanti alla televisione a seguire le avventure di un capitano diplomatico sempre pronto al dialogo e all’ascolto e del suo perfetto equipaggio, traboccante di ‘per favore’, ‘mi scusi’ e di ‘per il tuo bene’, dove tutto va a finire a tarallucci e vino e dove se non è l’abilità e l’intelligenza dei nostri eroi a salvare la giornata ecco arrivare un deus ex machina che non solo risolve il problema in corso, non solo appiana la situazione che diventava sempre più drammatica minuto dopo minuto, ma riesce a farlo senza lasciare una grinza?
Tornando, ad esempio, all’episodio “The Icarus Factor”, è mai possibile riuscire a sorbirsi un così sostanziale cambiamento di rotta dei due personaggi nello spazio delle poche ore (forse giorni, non ricordo) che trascorrono sulla stessa nave? Accidenti quanto cambierà l’umanità!
E, rimanendo in tema di accidenti, come diavolo può cambiare l’intero genere umano se intorno a noi, nonostante i nostri sforzi, tutto sembra immobile, statico, se non arriva addirittura a peggiorare giorno dopo giorno?
Nel migliore dei casi ne sarei uscito con un articolo pesantemente sarcastico e nel peggiore sarei arrivato ad una stroncatura dell’episodio conseguente, ovviamente, agli occhi sanguigni con cui l’avevo guardato.
Oltretutto in entrambi i casi non sarei stato onesto ponendomi di fronte all’episodio con una sorta di paraocchi che mi avrebbero inevitabilmente portato a distorcere il messaggio influenzando di conseguenza le mie considerazioni al riguardo.
Certo, avrei potuto prendere un episodio controverso e ‘sfogarmi’ con quello, ma non era una soluzione che mi soddisfaceva.

Il mio obiettivo era di capire, per arrivare a potermi nuovamente sedere sul divano a gustarmi un episodio di Picard e soci, come mai in questo momento non riuscissi a contemplare il finale perfetto, che tante volte era riuscito a infondermi ottimismo e ad alimentare nuovamente quella fiammella di speranza che i venti della monotonia e dell’altrui egoismo facevano tremolare.
Come mai, insomma, l’idea di guardarmi un episodio non mi dava più lo stimolo di vedere le cose da una prospettiva più positiva ma al contrario, il pensiero di mettermi di fronte a qualcosa di così ottimistico non faceva che alimentare la mia avversione a quel tipo di visione?

Dopotutto in fondo sono una persona dall’umore abbastanza volubile (leggi: psicolabile), nel senso che in realtà mi basta poco per tornare allegro ed affrontare la giornata senza quella fastidiosa patina di cinismo che attualmente vela il mio sguardo e rende affilate le mie parole, e molto spesso un episodio di Star Trek era proprio quello che mi ci voleva per risollevare le sorti di una giornata trascorsa con un stato d'animo tendente al nichilismo.
Sicuramente, come accennavo prima, gran parte della responsabilità di questa situazione va ricercata nel mio modo attuale di (voler) affrontare le situazioni in un determinato modo, che se per certi versi è il più semplice dato che ti riveste di una corazza che ti permette di rispondere con velenoso sarcasmo alle provocazioni della giornata, dall’altro pian piano diventa un abitudine, trasformando il tuo pessimismo in un'arma che si ritorce contro di te, in un circolo vizioso che si autoalimenta e che non prevede soluzioni se non quella di intraprendere un brusco cambio di rotta, abbandonando il sicuro miraggio di oasi che il cinismo ti offre per tornare ad affrontare il deserto, sperando che la tua forza di volontà sia sufficiente per sorreggerti finchè non incontrerai un posto dove l’acqua e la pace siano reali.

Come ho detto poc’anzi, alcuni episodi di Star Trek hanno alimentato questa mia speranza di puntare su qualcosa che fosse più di quello che avevo di fronte agli occhi, di credere che quell’oasi esistesse davvero, o possa esistere un giorno se lavorerò perché veda la luce, permettendomi di tener viva la mia volontà di abbandonare un modo di vedere che dava soltanto spago alle miserie che ci circondano.
Il problema però è che l’acqua e la pace che Star Trek ci indicano sono pensieri a volte dolorosi quando ti trovi in mezzo al deserto, solo ed esausto, privato delle energie dal sole cocente che ti annebbia i pensieri e che sfibra il tuo corpo, sono promesse crudeli quando intorno a te vedi soltanto sterminate distese di sabbia arida che aspetta solo che tu cada esanime per sommergerti e cancellare così quell’unica figura longilinea che ha osato cercare di innalzarsi al disopra delle sue dune.
Star Trek è una speranza per un domani migliore, per un umanità finalmente unita ed evoluta, per un mondo dove il benessere collettivo è il solo obiettivo logico e plausibile verso cui indirizzare le proprie energie.
Pensare ad un mondo del genere, dove puoi davvero contare sugli altri se le cose vanno male, dove credere al finale perfetto non è solo un sogno infantile destinato ad infrangersi contro il muro della realtà, a volte non mi da più la forza di lottare per un domani migliore, ma mi porta a chiedermi se un oggi così meschino se lo meriti.
Ma non sta a me giudicare o cercare vendetta contro un mondo ed un tempo che non mi appartiene.
Può darsi che pensare, oggi, ad un finale perfetto o anche semplicemente ad un essere umano che non punti soltanto al proprio interesse personale possa far male, ma se devo essere completamente sincero è l’unica cosa che posso fare.
Perché alla fine mi rendo conto che andare in astinenza di Star Trek per troppo tempo, rimanere senza quell’iniezione di ottimismo e di quella meravigliosa, seppur immaginaria, alternativa, non fa altro che permettere al mondo che ci circonda di stendere le sue lunghe dita crudeli anche su di me, trasformandomi in un buon soldatino, sempre pronto a dire si, a non pensare, a genuflettere la mia schiena e la mia dignità, a comprare quel che mi viene detto essere buono e giusto, a cadere vittima della paranoia di credere di non essere all’altezza degli altri solo perché non faccio come loro.
Io preferisco immaginare che la pubblicità che adesso passano in televisione, dove vediamo una tipa prossima al delirio appena giunta al nuovo posto di lavoro e che si immagina che tutti la ritengano responsabile delle colpe dell’universo e la sfottano per lo stato dei suoi capelli, ma che dopo che ha provato il nuovo balsamo agli estratti di gagh riceve più attenzioni di un capo di stato, venga presentata all’accademia della flotta come la forma definitiva di Terrorismo Mediatico, dove manca soltanto che la povera donna si autoaccusi di essere responsabile della crocifissione di Gesù Cristo a causa dello stato dei suoi capelli per convincere tutti gli ascoltatori a comprare quel dannato balsamo.

Una cosa in ogni caso è sicura: non rimarrò più a lungo in astinenza di Star Trek, perché il finale perfetto, nonostante mi sembri così dannatamente fuori posto in un mondo del genere, è uno dei motori che tiene viva la fiammella della mia speranza.
Forse mi sbagliavo prima, dicendo che esistono solo due modi per affrontare una situazione negativa, l’arrendersi al buio o imparare da essa.
Forse esiste una terza possibilità, in fondo.
Perché per quanto brutta sia la situazione e per quanto difficile sia riuscire a tener fede alla parte che dentro di te è rimasta pura, puoi sempre cercare conforto nelle piccole cose che ti ricordano come, quando eri ancora un bambino, non avresti mai permesso che certi eventi o certe brutture arrivassero a contaminarti o a trasformarti in uno dei ‘grandi’.
Certo, era una visione ingenua che non teneva conto del fatto che non sapevi verso cosa ti avrebbe condotto la vita. Ma sai anche bene che era anche una delle cose più vere che hai mai vissuto.
Sì, esiste una terza strada.
Ed è la più difficile, la più dolorosa.
Ma è anche la più proficua per il tuo spirito.
È la speranza.


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