UNA MARJ PER TUTTE LE STAGIONI
di Domenico Ciccone


Questo mese parliamo di Marj Dusay, una delle innumerevoli “babe” della TOS, e più specificamente Kara, regina degli Eymorg, nell’episodio della terza stagione “Operazione cervello”.
Con Marj Dusay si arriva alla sublimazione assoluta non solo del concetto di “attore ospite” nei più famosi e mai troppo citati “mondezza serial”, ma anche della figura della tappabuchi. Scorrendo il curriculum artistico di Marj, infatti, la troviamo infilata in una buona ventina di serial tv americani dal 1967 ad oggi, quasi sempre per una, al massimo due puntate, anche interpretando personaggi diversi fra loro nello stesso serial. Fra i più conosciuti, cito soltanto “Bonanza”, “Gli eroi di Hogan”, “Barnaby Jones”, “Le strade di San Francisco”, “Peyton Place”, “Quincy”, “Dallas”, “La signora in giallo” (ti pareva…), e con spruzzate di fantascienza, oltre Star Trek, in “Galactica” e “Il Fantastico Viaggio”: di quest’ultimo ho pure una foto, che mi preme pubblicare per farvi ammirare l’espressione imbesuita che nove volte su dieci ha Roddy McDowell nelle parti che interpreta.
Dicevo della Dusaj come tappabuchi, visto che le parti più lunghe in ruoli televisivi le ha avute sostituendo le attrici originariamente previste, in ben quattro soap-operas: “Capitol” dal 1983 al 1987 in luogo di Carolyn Jones (vabbè…vero è che il motivo è stato la morte dell’attrice - che è la Morticia del classicissimo Famiglia Addams in b/n), “Santa Barbara” dal 1987 al 1991 in luogo di Samantha Egger, “I giorni della nostra vita” nel solo 1993 in luogo di Louise Sorel, e la migliore di tutti in….. TADAAAAAAAA……”Sentieri” sostituendo ben due attrici.
Infatti nel mefitico ruolo di Alexandra Spaulding (v. anche STIM OTTOBRE 2004) Marj ha sostituito l’originale Beverly McKinsley nel 1993 fino al 1997, per apparire sporadicamente pochi mesi nel 1997-1998, venire cacciata di nuovo ed essere sostituita nel 2002 da Joan Collins, che aveva voglia di provare pure l’esperienza della soap. Quando però dopo solo pochi mesi la Collins si è stufata e ha fatto ciao-ciao con la manina, i produttori hanno pensato bene di richiamare Marj, la quale non si è fatta pregare ed è tornata a tambur battente nel longevo sceneggiato americano.

Tanta condiscendenza nel farsi trattare più o meno come uno straccio si può ben spiegare con il successo e la qualità che hanno avuto le incursioni di Marj in campo cinematografico: in altre parole, delle immani fetecchie. A voler essere proprio obiettivi, Marj un paio di film dignitosi li ha anche azzeccati, all’inizio della carriera: “Pendulum” (1969), è un bel giallone per l’epoca molto innovativo, come “Breezy” (1973) è un road-movie che dà un ritratto omogeneo dell’america hippy di quegli anni, con i suoi pro e i suoi contro.
Ma a noi, per gli attori che sono questa rubrica, interessano le cose ben fatte? Naturalmente no.
E allora, vai con “Love Walked In” del 1997, che si apre su un fumoso piano bar, il “Blue Cat Lounge”, dove un pianista sfigato sta suonando una triste melodia, accompagnato da una passionale cantante che è anche la sua passionale fidanzata, mentre un distinto uomo dagli occhi blu li osserva seduto al bancone con sguardo rapito (un misto tra “Casablanca”, “I favolosi Baker” e “Hot Shots!”). Per farla breve, un detective privato avvicina il pianista per proporgli il seguente affare: la moglie del distinto uomo, che è un multimilionario, vuole divorziare dal marito, e il detective vuole che il pianista convinca la passionale fidanzata a corteggiare il multimilionario. In questo modo il detective potrà scattare foto compromettenti e la moglie avrà il suo bel pretesto per un divorzio dal quale ricavare molti soldi. Peccato che la cantante si innamori davvero del multimilionario, il quale invece non ne vuole sapere perché desideroso solo di una sveltina con la bella sgnacchera. In tutto ciò il pianista, che ha anche velleità da scrittore, porta avanti una specie di sottotrama riguardo un cugino, del quale racconta gli sforzi per affrancarsi da un’esistenza infelice. Ecco un commento sul film : “L’intera sottotrama del cugino è uno stupido espediente che non funziona per nulla. Di chi è stata la brillante idea? E la protagonista femminile si atteggia ad una specie di Juliette Binoche”. Marj Dusay regge la parte dell’ingrata moglie del multimilionario.

Passiamo ora a “A Chronicle of Corpses” del 2000 (letteralmente “Una cronaca di cadaveri”), film teoricamente ad ambientazione orror-gotica, praticamente ad ambientazione schif-trash. La storia è quella di una ricca famiglia americana del XIX° secolo, gli Elliot, proprietaria di una piantagione di cotone, dove ne succedono di tutti i colori. La famiglia è composta da Nonna Elliot, una vecchia rimbambita sempre sogghignante, il figlio minore, alcolizzato cronico, il figlio maggiore e rispettiva moglie che conducono un matrimonio idilliaco, l’uno coinvolto in una rapporto omosessuale con il cognato, l’altra in una relazione con un prestante schiavo della piantagione. Tutti coloro che sono associati alle azioni lussuriose di questa amena famiglia vengono fatto fuori uno ad uno; e non si capirà bene chi sia l’assassino nemmeno alla fine, perché il film non si propone di rispondere tanto alla domanda “chi ha ucciso?” ma quanto “sono così debosciati da meritarsi la morte”? Effettivamente non è ben chiaro dove sia la componente horror, considerato che il film abbonda di scene di sesso, lunghi e noiosi primi piani sui personaggi, discorsi assurdi, lunghe inquadrature di paesaggi belli di per sé, ma senza alcun costrutto logico. Il motivo di interesse maggiore di questo film, a questo punto, diventa il fatto che sia stato recensito da Phil Hall, critico cinematografico del New York Times (mica pizza e fichi!!!) sulle pagine dell’omonimo quotidiano: vi propongo alcuni significativi estratti “Il film offre seri problemi di credibilità, fra i quali una ridicola e anacronistica storia gay (che non si ricollega in alcun modo alla natura horror del film) e una bizzarra scena in cui due ragazze hanno una schietta discussione di sesso, che sembra una versione coloniale di “Sex and the City”. Sembra anche strano che nessuno dei personaggi abbia un cambio di vestiti, visto che tutti vestono esattamente allo stesso modo dall’inizio alla fine sebbene la linea temporale del film sia molto lunga. La recitazione è frequentemente troppo forzata, anche se Marj Dusay esprime bene lo spessore esageratamente sopra le righe richiesto dal ruolo della matriarca fuori di testa (anni di digrignamenti davanti alle telecamere delle soap-operas hanno dato i loro risultati)”. Riportato il parere di un critico ufficiale, passiamo ai pareri dei frequentatori di forum dedicati e affini: “Non lasciatevi ingannare dal titolo, non è un film dell’orrore: è un film orribile, ma non dell’orrore” e anche “Mentre il film rivela dimostra che lo sceneggiatore e regista Andrew Repasky McElhinney ha visto molte produzioni straniere, non è ugualmente chiaro se ci abbia poi capito qualcosa”.
Quasi dimenticavo: di un film girato da Marj nel 1995, non sono riuscito a trovare assolutamente nulla circa la trama, ma ve lo segnalo lo stesso, perché i pochi elementi a disposizione me lo figurano irrimediabilmente trash. Trattasi di tale “Shao Nu xiao yu”, regia di Sylvia Chang, girato a Taiwan e recitato in lingua mandarino-cinese: è necessario specificare la cosa, dal momento che ne esiste anche una versione ridoppiata in cantonese (vuoi mai che si confondano le due versioni???). Marj vi interpreta una tale Rita, ovviamente circondata da una pletora di attori cinesi. In conclusione, se la cosa vi può interessare, sul sito ufficiale dell’attrice è specificato che è capace di variare il suo accento con inflessione britannica, irlandese, tedesca, russa, di tutta l’Europa dell’Est, e americana del Sud, del Midwest e del Texas (sic).

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