COME SPARIRE COMPLETAMENTE...
...e non essere mai più ritrovati

di Chiara Salvioni

Regola numero uno per interpretare correttamente il vostro Stim mensile: più il titolo dell’articolo è criptico, più il redattore che lo ha ideato è in crisi mistica. A giudicare dal mio, ora dovrei andarmene in giro con un turbante in testa benedicendo bambini; invece la sindrome messia è scongiurata, poiché lo strano titolo che ho scelto questo mese non è una mia invenzione: traduce l’inglese "How to disappear completely and never be found", il quale dà nome, oltre a una canzone dei Radiohead, a quello che potremmo definire un manuale di sopravvivenza alla società moderna. Il libro, scritto da Doug Richmond, tratta in modo rigoroso le strategie per rifarsi una vita: in altre parole, analizza i trucchi e gli accorgimenti per scappare di casa e assumere una nuova identità senza essere mai più ritrovati. È un libro serio, ve lo assicuro, non una satira sul mondo alienante in cui viviamo. L’autore ha svolto uno studio approfondito dell’argomento ed è davvero convinto di quello che scrive. In teoria, qualunque uomo o donna che voglia troncare ogni legame con la vita che conduce potrebbe consultare questo saggio e realizzare il proprio sogno; così scopriamo che è preferibile non avere complici, che occorre simulare la propria morte e che conviene farlo bene perché se fossimo cittadini statunitensi avremmo alle calcagna la polizia, i federali, investigatori privati, compagnie di assicurazione e addirittura l’esercito della salvezza. Poco male, qui in Italia ci starebbe alle costole la redazione di Chi l’ha visto?. Comunque, ecco il motivo per cui il manuale è inedito in Italia: purtroppo i vari escamotage di fuga si riferiscono alla legislazione degli USA e non sono adattabili alla nostra. Un peccato, vero? Non ditelo a me; avevo già prenotato la mia copia su Amazon.

“Lei non sa chi sono io!”

Messa una pietra sopra alle scarse possibilità di applicazione qui in Europa, comprerei questo libro lo stesso, almeno per il titolo, che trovo bellissimo; il cantante dei Radiohead deve avere pensato la stessa cosa quando, folgorato dopo averlo visto in una libreria, lo ha scelto per una canzone dell’album Kid A. Tuttavia, non si tratta del solo titolo e anche noi italiani dovremmo trovare il saggio interessante per il fatto stesso che qualcuno abbia avuto l’idea di scriverlo. Il signor Richmond (e non soltanto lui, poiché negli ultimi anni sono fioriti manuali su questo argomento) solletica due corde nell’animo dell’uomo moderno. La prima è l’impressione che la nostra società, con il suo corredo di burocrazia, sia codificata a tal punto da permettere sempre, paradossalmente, di trovare una piccola anomalia che faccia saltare l’intero sistema; quante più regole si hanno, tanto più diventa piccolo il perno su cui far leva per scardinare l’elefantiaca struttura. Ad esempio mi è capitato, a causa di un disguido burocratico, di essere stata un’altra ragazza. All’università, durante un complicato iter per ottenere un rimborso, hanno scambiato il mio codice fiscale con quello di una mia omonima. “Dove è nata?”, mi chiede l’impiegata. “A Giussano, in provincia di Milano”, rispondo io. “No” “Come sarebbe a dire ‘No’?” “No, abbiamo controllato il suo codice fiscale, lei è nata a Cantù”. “È sbagliato il codice” “No, è impossibile. E quando è nata?” E così via, finché l’impiegata ha finalmente capito di avermi scambiato con un’altra Chiara Salvioni, per caso quasi mia coetanea, iscritta all’università di Como. È vero, dunque, che la nostra esistenza è provata da una carta d’identità, una tessera sanitaria, un codice fiscale e certificati vari, ma è anche vero che si tratta di scartoffie: se trovassimo il modo per falsificarle, in un colpo solo sparirebbe quello che siamo e nascerebbe un’altra persona. Il libro è allora la dimostrazione che l’anomalia nel sistema esiste e che tutti possiamo divertirci a cercarla.

Il sogno del galeotto

La seconda corda solleticata dall’autore è la cosiddetta “sindrome del carcerato”, la quale ha origini ben più nobili che un prontuario degli anni ’80 (il libro risale infatti al 1986): vi dice nulla “Il fu Mattia Pascal”? Luigi Pirandello narra la strana storia di un uomo che sente la propria vita come una gabbia e, creduto morto dalla famiglia, ne approfitta per tentare di costruirsi una nuova identità. Poco prima parlavo di come la società in cui viviamo (mi riferisco dunque a quella occidentale, l’unica di cui abbia avuto esperienza) sia codificata ormai fino alla radice. In una simile gloria di norme è difficile non provare, in alcuni momenti, la sensazione di essere snaturati e infatti il tema dell’uomo in fuga dalla società è diventato uno dei più ricorrenti nell’arte degli ultimi secoli. L’individuo si interroga sulla propria individualità chiedendosi quanto essa sia definita dai parametri della burocrazia, a partire da Pirandello per arrivare fino a Matrix. Per quanto mi riguarda, trovo che sia molto facile essere attratti dall’idea di mutare identità. Siate sinceri, quando si e' stufi di arrabattarsi e lottare contro i mulini a vento, non sarebbe bello scegliersi una vita diversa così come si pesca una caramella dal sacchetto? Una vita alla fragola, poi una frizzante all’arancia e magari una mou al caramello. Vite usa e getta, una nuova in regalo a ogni compleanno. E così via, saltellando da un mondo all’altro, senza legami o troppi rimpianti. Cosa potrebbe esserci di sbagliato? Quando camminiamo per la strada e la gente ci viene addosso, non ci tiriamo forse da parte? Non è il desiderio più naturale, quello di cambiare strada? Eppure ce ne stiamo lì, e ciondoliamo come mozzi su un transatlantico in avaria, a sciacquare piatti nell’oceano: con tutte le possibilità che il mondo ci offre, impegnarsi in una sola vita pare il più futile dei delitti. Tuttavia il senso di responsabilità, le relazioni sentimentali o l’affetto per familiari e amici fanno da argine a simili progetti; e potrebbe anche essere meglio così, perché forse il desiderio per l’evasione del galeotto è uno di quelli che non vanno mai soddisfatti. Ricordate la fine del romanzo di Pirandello? Il protagonista non riesce a costruire una nuova vita e si ritrova a perdere entrambe le identità. Il libro si chiude, infatti, sulla constatazione che l’uomo non sia più né Mattia Pascal né Adriano Meis, bensì un ibrido invisibile ai propri simili.

Fuga dal Quadrante Alfa

Nonostante i rischi, penso comunque che in molti, se creduti morti come Mattia Pascal, sarebbero tentati dalla sua stessa scelta di scomparire e “ricominciare da capo”. E questo ci porta finalmente all’argomento vero e proprio della rubrica, ossia Voyager. La quarta serie di Star Trek parte da una premessa che ai tempi, quando ancora Sette di Nove non si era ridotta a flirtare con Chakotay, avevo trovato affascinante: un intero equipaggio creduto morto ma in realtà disperso nello spazio a settantamila anni luce da casa. Non solo; l’idea che parte del suddetto equipaggio fosse formata da reietti della Federazione non poteva che accentuare questo aspetto. I Maquis a bordo della Voyager vengono infatti dipinti, soprattutto Chakotay, B’Elanna Torres e Tom Paris, come individui che hanno rifiutato la società in cui vivevano quasi più per disagio personale, che per seguire un ideale. A questi individui viene all’improvviso offerta la possibilità di ricominciare la propria vita in un angolo mai esplorato della galassia: un po’ come gli ergastolani inglesi che nel XVIII secolo si erano trovati a popolare l’Australia. Da questo punto di vista, Voyager rappresenta il sogno dell’uomo in fuga, l’apoteosi dell’argomento di cui abbiamo parlato fino ad ora; è interessante, dunque, dare un’occhiata al modo in cui i protagonisti si adattano a un’esperienza da fantascientifici Mattia Pascal. Eppure basta riflettere un momento per capire come tale analisi possa essere applicata solo a una ristretta selezione di personaggi; l’equipaggio regolare, infatti, per intenderci quello composto da veri ufficiali della Flotta, più che dall’acume di Pirandello sembra governato dalla speranza di Pollicino, che segue una pista di sassolini per tornare all’agognata casa. Invece, i tre ex terroristi Maquis citati prima reagiscono all’incidente che li confina nel Quadrante Delta in modi più elaborati e diversi fra loro. Chakotay, complice forse la natura riflessiva, è l‘unico ad accettare con serenità la nuova situazione: riconosce la Janeway come Capitano e collabora quale Primo Ufficiale alla ricerca della strada per tornare alla casa madre della Federazione; una casa che egli non riconosceva più come propria, ma che impara a desiderare durante un viaggio grazie al quale il suo spirito trova finalmente pace. Anche B’Elanna sembra trovare pace poiché impara a moderare l’aggressività, costruisce nuove amicizie, si riconcilia con il ricordo della madre e supera la paura di unirsi a qualcun altro grazie alla relazione con Tom Paris. Quest’ultimo, infine, è il più “Mattia Pascal” dei tre per l’entusiasmo in cui si butta nella nuova possibilità che gli viene offerta. Prima che la Voyager si perdesse, Tom si trovava nella situazione più scomoda del trio: non apparteneva né al gruppo dei terroristi, che aveva tradito collaborando con la Flotta per uscire dal carcere, né all’equipaggio regolare della nave. La sua posizione “esterna” a ogni schieramento diventa privilegiata, nell’attimo dell’incidente. Tom è l’unico che comprende subito e accoglie con entusiasmo le potenzialità dello spazio inesplorato in cui la Voyager si ritrova. Verso la conclusione della serie anch’egli, dopo la riconciliazione con il padre Ammiraglio, prova il desiderio di tornare nel Quadrante Alfa.

Occasioni perse…

Sono spesso critica nei confronti di Voyager perché credo che, date le premesse, la serie avrebbe potuto essere migliore di come in realtà è stata; uno dei motivi può essere trovato proprio nelle storie dei tre personaggi di cui abbiamo appena parlato. L’intera serie è un processo non tanto di costruzione di una nuova identità (a parte il caso limite del Dottore Olografico), bensì di ritrovamento della propria: nulla di male in questo, se non fosse che in questo modo l’affascinante tema del “galeotto in fuga” viene spesso schiacciato e perde di complessità. Un esempio è dato dall’episodio della seconda stagione “Una nuova Terra”: quando gli ufficiali della Voyager possono scegliere se restare a bordo della nave o trasferirsi su un pianeta ospitale per cominciare una nuova vita, nessuno accetta; una testimonianza di grande affetto nei confronti del Capitano, ma anche una risposta banale della sceneggiatura a una difficile scelta. L’unico personaggio capace di donare profondità a questo aspetto della serie è, a mio parere, Sette di Nove; l’unica in grado di bruciare e rinascere come l’araba fenice: da Borg a essere umano. E noi spettatori capiamo che il processo di rinascita è completo quando Sette accetta di farsi chiamare Annika. Perché il nome, nel mondo in cui viviamo, è l’unico strumento che può definire la nostra individualità di fronte agli altri. Del resto, lo ha scritto Pirandello:

“Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
-Io mi chiamo Mattia Pascal.
-Grazie, caro. Questo lo so.
-E ti par poco?”


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