C'ERA UNA VOLTA...
di Chiara Salvioni

L’infanzia di un bambino non si può dire felice se nessuno gli ha mai raccontato una storia. Certo, non sarà una condizione sufficiente, ma secondo me è senz’altro necessaria. Prima che imparassi a leggere, i miei genitori non lesinavano serate di peformance teatrali da fare invidia a Carmelo Bene mentre, seduti al mio fianco sul letto, recitavano qualunque cosa la loro dispotica figlia volesse. Ogni tanto mi fa bene ricordare che quando avevo tre anni questi adulti imperfetti erano per me attori divini dalle mille voci, capaci addirittura di inventarsi il tono stridulo dell’Omino di Pan Pepato. Be’, altri tempi. Dopo avere imparato a leggere, venni considerata autosufficiente e le sedute di lettura si diradarono; ma io continuai a inseguire il miraggio di una voce adulta che racconta una storia fino a quando, da brava figlia della tecnologia, scoprii le varie collane di fiabe incise su cassette: ho ancora stampata nella mente la voce di Ottavia Piccolo mentre recita la storia del gatto Gobbolino. Si incomincia così, in modo innocuo, poi si chiede di più, ci si ritrova adolescenti divoratori di romanzi e i gusti lentamente si affinano. In fondo, però, anche da semi-adulti appassionati di letteratura si continua a cercare in ogni libro il primo brivido irrazionale, la prima scossa causata dall’arte: l’eco della prima emozione trovata in una vecchia fiaba.

Eppure in pochi lo ammettono. Già, una volta cresciuti le fiabe diventano oggetto di scherno e disprezzo. Si sostiene che esse siano portatrici di un messaggio troppo semplice per il lettore adulto, che siano prive di profondità e non abbiano dignità perché non si affannano a descrivere la vita così com’è: “È cultura popolare”, si dice come se fosse un delitto, oppure “È roba per bambini”, ed è ancora peggio perché l’idea che le fiabe siano destinate solo all’infanzia è falsa. In realtà, le fiabe sono giunte ai bambini dopo essere precipitate dal mondo degli adulti. Sono simili a miti non sacri; i loro elementi, nati per rappresentare inconsciamente i fenomeni della società, sono frutto di una evoluzione durata secoli e sono stati rielaborati nella forma attuale in modi che i bambini non possono comprendere: attraverso le nevrosi private da Andersen, allo scopo di testimoniare il patrimonio culturale tedesco dai fratelli Grimm, con intenti pedagogici da Tolstoij, per una ricerca letteraria da Calvino. Le fiabe, dunque, non appartengono ai bambini allo stesso modo in cui non appartengono loro le bambole, in origine create per essere donate ai morti, e le trottole, usate come simboli mistici prima di essere tramutate in giocattoli. Tutto questo non significa che le fiabe debbano restare riserva di caccia dell’adulto dotato degli strumenti che la ragione gli offre, ma soltanto che, dietro l’apparente semplicità, esse nascondono una fitta ragnatela di complicazioni.

Una conseguenza sbagliata delle considerazioni appena fatte si è diffusa intorno agli anni ’60, quando molti genitori iniziarono a pensare che le favole della tradizione non fossero adatte ai bambini. Insomma, diciamolo: le fiabe dei fratelli Grimm sono tremende. Belle ma terrificanti. Una vecchia megera che si mangia i bambini più cicciotti, ragazze che entrano in coma per avvelenamento e poi vengono palpeggiate dal primo maniaco di sangue blu che passa, donne ossessionate dal desiderio di eviscerare la figliastra, batraci che molestano ragazzine... Nemmeno Perrault e Andersen se la cavano male, specialmente il secondo, con quella storia della piccola venditrice in nero di cerini morta ibernata. Scommetto che se “Hansel e Gretel” non fosse firmata dai Grimm e non avesse dunque una certa autorità letteraria alle spalle, gli iscritti del Moige si giocherebbero a tombola il diritto di bruciarne fino all’ultima copia: perché, nonostante i bambini ne siano i primi lettori, è una storia spaventosa, inquietante, feroce. Eh già, le fiabe sanno essere crudeli. E questa è solo una delle innumerevoli critiche rivolte loro negli ultimi decenni: dopo l’accusa di crudeltà, è arrivata quella di essere retrograde perché legate a modelli culturali superati, contrarie allo spirito scientifico perché irrazionali, diseducative perché irreali. Insomma, sembra che le fiabe siano la radice di tutti i mali. Eppure continuano a essere amate.

Lo stesso cammino contraddittorio, in cui le lodi spesso hanno accompagnato gli insulti, è stato percorso dalla cosiddetta letteratura di genere, soprattutto fantascienza e fantasy, e in tempi più recenti dalle serie televisive, fra le quali a noi interessa ovviamente Star Trek. Per uno strano caso, tutte le critiche rivolte alle fiabe sono state lanciate anche contro il mondo di Star Trek; be’, tutte tranne quella di crudeltà (nonostante episodi come “Operazione cervello” e “Ombre dal passato”, che massacrano il povero spettatore, facciano sorgere qualche dubbio). Star Trek è stato frequentemente considerato “buono solo per i bambini” (si legga “per i minus habens”) nonché colpevole di istigare all’evasione dalla realtà. E questo perché, come le fiabe, osserva il nostro mondo da un punto di vista anomalo nella collocazione temporale e spaziale: un indefinito passato e regni lontani per le une, il futuro e lo spazio profondo per l’altro. Sembra che non descrivere la vita per come è o è stata sia un peccato mortale perché spinge a fuggire da essa; a questo proposito, è fin troppo facile citare Tolkien e la sua famosa opinione sulla letteratura fantastica “non come fuga del disertore ma come evasione del galeotto”. E poi, chi dice che nella realtà si debba entrare dalla porta? Ci sono anche finestre e camino. Si tratta soltanto di accettare una diversa prospettiva sul mondo, tutto qui.

Quindi Star Trek entra nella nostra realtà passando dal camino. Prende il mondo in cui viviamo e lo analizza per scovarne i dettagli più minuti, che poi trasporta in altri tempi e luoghi; permette quasi di toccare con mano uno dei più grandi desideri inconsci dell’umanità, quello di esplorare il cosmo e spingere l’avventura della conoscenza in un luogo nel quale non possono esistere limiti; continua a essere criticato aspramente eppure è amato da molti; infine, ha ormai connotazioni quasi mitologiche, tuttavia appartiene alla cultura popolare, non a quella alta e per questo motivo capita che sia trattato con supponenza. Proprio come una fiaba. Ma Star Trek lo è davvero? La Tos forse sì, per certi versi. I suoi episodi hanno una struttura semplice, lineare, quasi sempre chiusa da un lieto fine; un finale in cui non si annida alcuna ambiguità e in cui poche battute stemperano completamente la tensione accumulata negli attimi precedenti. Trovo questa semplicità e immediatezza un pregio, come in ambito fiabesco, e non un’ingenuità. Man mano che le carte si mischiano, a partire da Tng, questa impronta sembra svanire; tuttavia, ogni tanto, è lo stesso Star Trek a suggerire un parallelo col mondo delle fiabe: non è forse vero che la storia di Data sia quella di Pinocchio, come viene esplicitamente detto nell’episodio “La misura di un uomo”? Dopo la conclusione delle vicende di Picard e soci l’immediatezza fiabesca è andata perdendosi. Ds9, per fare un esempio, è molto più simile a un romanzo d’appendice. Eppure, trovo che in tutte le serie continui a esistere, in una certa misura, il brivido irrazionale di cui parlavo all’inizio dell’articolo, l’eco dell’emozione vissuta per la prima volta durante la lettura di una fiaba da bambini. E questo si sente fino a quando Star Trek rimane, o fa finta di rimanere, inconsapevole della sua forza comunicativa.

Mi spiego meglio. Negli ultimi decenni molti hanno cercato, dopo avere concluso che le fiabe tradizionali non fossero adatte ai bambini, di modernizzarle. Insomma, l’intenzione era quella di scrivere nuove storie a partire dal requisito di renderle necessariamente educative: e così nacquero una serie di fiabe moderne di qualità letteraria dubbia. Che senso ha fare leggere a un bambino solo ciò che lo rassicuri e abbia un contenuto pedagogico? Bianca Pitzorno ha scritto che “se il libro fosse principalmente una medicina, per i bambini che non hanno gravi problemi psicologici o familiari leggere un libro sarebbe del tutto superfluo, così come chi non ha la tosse non ha bisogno di prendere lo sciroppo. Tutti i bambini invece hanno bisogno di leggere, esattamente come gli adulti, essenzialmente per soddisfare la propria sete di storie”. E, per aggiungere un’altra citazione, Gianni Rodari diceva: “non si può fare prima il messaggio e poi la storia: fai la storia e poi questa darà il suo messaggio se ce l'ha”. E Star Trek, ai massimi livelli, è così. La storia viene prima di qualunque messaggio, che comunque è ben presente, pronto a essere catturato dallo spettatore; le vicende del conflitto con il Dominio in cui Benjamin Sisko si trova coinvolto rappresentano una storia dall’impatto narrativo molto forte in cui si annidano dozzine di messaggi da decifrare. Al contrario, gli episodi che più mi lasciano perplessa, presenti bene o male in tutte le serie e soprattutto in Voyager, sono quelli in cui la consapevolezza di cosa significhi Star Trek è talmente alta da prendere un messaggio e cercare di costruirci sopra una vicenda, con un intento pedagogico che, per quanto mi riguarda, è piuttosto fastidioso. Oggi Star Trek mi sembra talmente consapevole di sé da cascare spesso in questa trappola; è diventato “elefantiaco” ed è forse giusto che si fermi per dimenticare ciò che rappresenta. Ma, ripeto, nelle sue più alte espressioni è sempre stata la storia a svelare il messaggio.

E questo rende Star Trek “educativo” nello stesso modo in cui può esserlo una vera fiaba. Si crede che le fiabe tradizionali siano incatenate al passato, in ogni senso: al passato dell’umanità, in cui ancora esistevano cavalieri e principesse, e al passato della vita di un adulto, ossia l’infanzia. Eppure, la situazione è rovesciata. Le fiabe offrono ai bambini un’utopia, che è poi una speranza legata al futuro. Ecco perché vanno amate. L’utopia ha un immenso valore educativo poiché spinge a criticare la realtà senza più accettarla passivamente, a volere dal mondo qualcosa di più e a impegnarsi per trasformarlo. Questo può offrire una fiaba a un bambino; e questo può offrire Star Trek a un adulto. Spock, Picard, Sisko e Data possono ancora insegnarci qualcosa, così come Biancaneve e Pollicino sono abituati a fare da secoli.


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