ABBANDONARE LA NAVE!
di Matteo "Norton" Bistoletti


Rispetto alle altre serie di Star Trek, Deep Space Nine ha la caratteristica di svolgersi su una stazione spaziale immobile nello spazio. Bella scoperta, direte voi! Ma forse questa non è la caratteristica più peculiare di questa serie.
Più di una volta nei miei articoli ho rimarcato come una delle più fantastiche trovate di Star Trek siano proprio le sue ambientazioni: le varie Enterprise e la Voyager sono tutte comode e meravigliose navi stellari federali a zonzo per la Via Lattea. Insomma risulta difficile, o quantomeno scomodo, per taluni identificarsi con un astronauta di film come Capricorn One, Apollo 13 o Alien. Ma quanti invece non sognerebbero, senza dover uscire troppo dal proprio seminato, di vagare tra le stelle seduti su una comoda poltrona del Bar di prora dell’Enterprise-D o anche della forse un poco più movimentata plancia di una nave di classe Constitution?
Suddetto idillio subisce una rottura con la terza serie Trek, che riceve fin da subito l’etichette di serie più cupa della saga. Questo non tanto per la sua ambientazione statica, ma penso piuttosto per la fine di quelle calde e accoglienti atmosfere da astronave federale a cui tanto ci eravamo affezionati.
DS9 è una stazione costruita da una razza aliena, e di sicuro il contrasto con l’Enterprise balza all’occhio fin dal principio.

La struttura architettonica è assolutamente più austera e fredda e il colore predominante il grigio metallico. Alcune forme geometriche ricorrenti, simbolo dell’Impero cardassiano, sono sparse qua e là per la stazione, dando quel tocco di alienità in più all’insieme. Ma non solo: la geometria della stazione è inizialmente un po’ inquietante (quanti non hanno pensato ad un enorme ragno la prima volta che l’hanno vista?), la disposizione architettonica dei vari ambienti assolutamente nuova (lo studio del capitano che domina sulla plancia della stazione tanto per fare un esempio), i turbolift e le porte scorrevoli ci appaiono esageratamente enormi e lenti, mentre i display sparsi un po’ ovunque con quei piccoli e rotondeggianti oblò visivi ci ricordano con costanza che ci troviamo a bordo di una stazione aliena.
Ma è anche attraverso concetti, storie e dialoghi che la serie rimarca questa sua nuova alienante ambientazione. Fin dal pilot “L’emissario” capiamo di trovarci in una realtà assolutamente nuova: quando l’efficientissima Enterprise si guastava era sempre colpa di qualcuno o qualcosa ed era sovente motore della vicenda. Qui sulla stazione i malfunzionamenti sono invece una normali prassi alla quali assistiamo quale routine in svariati episodi e spiazzano fin da subito O’Brien, finora vissuto a bordo dell’Enterprise. Guasti, malfunzionamenti e perfino arvicole, insidiosi animaletti simili a ratti che hanno la tendenza a mangiarsi fili e condutture della stazione, danno alle atmosfere della serie davvero un tocco di novità, che sicuramente ha messo a disagio fin dal principio molti fan, che non riuscivano più a sentirsi “a casa tra le stelle” come avveniva per la serie classica e TNG.
Ma quello che per molti è un difetto di DS9, per altri ne è invece proprio il suo punto di forza.
Non posso non ammettere che mentre rimanevo affascinato dalle meravigliose forme delle varie Enterprise (ho sempre nutrito una sviscerata passione per la plancia di Star Trek V e le nave di classe Constitution così come le vediamo nei film della serie classica), non ho mai sognato di trovarmi a bordo di DS9. Eppure questa nuovo tipo di ambientazione, così aliena e contemporaneamente nel costante tentativo di chi la abita di renderla il più possibile prossima ad un suo focolare, ha suscitato in me un enorme fascino.

C’è infatti un episodio su tutti che gioca a meraviglia con questa nuova ambientazione, una puntata che poteva essere fatta solo su DS9 e che esprime perfettamente tutte le sensazioni descritte finora. Nonostante questo episodio non sia tra i più glorificati e riveriti di DS9, io ne rimasi affascinato fin dalla mia prima visione e non mi stanco mai di riguardarlo.
L’episodio si intitola appunto “Misure di sicurezza” (Civil Defense in originale). Forse alcuni di voi lo ricorderanno: Sisko padre e figlio e O’Brien, mentre lavorano ad uno dei macchinari per i lavori forzati usati ai bajoriani ai tempi dell’occupazione, attivano per errore un programma antisommossa cardassiano ancora attivo nei computer della stazione dando via ad un susseguirsi di aventi a cascata che coinvolgeranno l’intera stazione… e oltre!!!

In TOS e in TNG situazioni di tale pericolo si svolgevano solitamente sul pianeta di turno: fiori assassini, armi automatiche e vecchi castelli demoniaci erano solo parte dei vari ostacoli alieni in cui Kirk, Picard e soci venivano catapultati una volta scesi sui vari pianeti.
In Misure di sicurezza l’azione si svolge tutta sulla stazione che per anni (la puntata è della terza stagione) avevamo lentamente imparato a considerare, insieme ai suoi protagonisti, come a ad una casa. Poi d’improvviso diventa un territorio sconosciuto e pieno di insidie ed incognite.
L’idea che sta alla base dell’episodio è strepitosa proprio per questo: ricordarci, proprio nel momento in cui dopo un po’ di puntate ce ne stavamo quasi dimenticando, che questa stazione è un mondo alieno e che noi siamo solo dei visitatori.
Il paradosso si porta agli stremi quando la stazione sembra fregare perfino i suoi stessi costruttori intrappolando dapprima Gul Dukat, e poi Garak. La stazione spaziale è ormai divenuta un luogo alieno anche per coloro l’hanno costruita?

In questo episodio ci rendiamo conto di come in Ds9 tutto sia relativo, tutto sia diverso e alieno. L’egocentrismo dell’uomo nella galassia, sulla quale si poggiavano le due precedenti serie, viene abbandonato. Come abbiamo più volte rimarcato questo viene fatto attraverso la scelta di storie e personaggi. Questi ultimi non solo sono in gran parte alieni, ma nello stesso tempo ci vengono presentati con estrema naturalezza nella loro diversità e nel tentativo di renderli apprezzabili e seguibili da noi spettatori anche nel loro modo di essere diversi dai quei valori che noi umani abbiamo sviluppato (anche se devo ammettere non è sempre facile seguire gli imbrogli di Quark o le leziosità sull’onore Klingon).
Ma oltre ciò il concetto di alienità della serie è presente in ogni fotogramma attraverso appunto quella stazione spaziale su cui la serie si basa: quella monolitica e fatiscente costruzione che ci ricorda ogni momento quanto siamo lontani da casa e, nello stesso tempo, quanto contino valori come collegialità e amicizia per crearsene una nuova anche su un “mondo” alieno.



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