La
direttiva 4 impediva ad Alex Murphy, aka Robocop,
di uccidere il cattivissimo vice-presidente della OCP. In questo film
brillante degli anni 80, dalle atmosfere gelide, il freddo spirituale
del povero agente di polizia metropolitana si riflette sulla lucente armatura
bionica del robosbirro. Un cyborg, un organismo cibernetico, comunque
lo vogliate chiamare, un connubio tra uomo e macchina. In questo caso
un connubio sofferente, una tetra resurrezione dell’agente che fatica
a ricordare la propria vita passata. Un finale dolce-amaro, e dei sequel
discutibili a cui spesso siamo abituati. Numero 5 invece
“nasce” grazie ad un fulmine, nel simpaticissimo film “corto
circuito”, e come un bambino viene catapultato al di fuori del centro
di ricerca, imparando giorno dopo giorno a vivere, fino a sviluppare emozioni
da vero essere vivente. Anche Data ebbe l’opportunità
di provare il chip emozionale: insomma pare che sia una predilezione della
macchine cercare di diventare degli esseri umani.
Chi si ricorda “Electric
Dreams”? In italia uscì con il titolo “Lui,
lei e il computer”. Questa volta è un home computer
che, dopo un bagno di champagne, prende consapevolezza sviluppando un
rapporto di amicizia con il suo proprietario, l’architetto di nome
Miles. Il computer inizialmente aiuta Miles a conquistare la bella ragazza
della porta accanto, per poi innamorarsi di lei e competere con l’architetto.
Dopo una estenuante battaglia, e commoventi scene sul povero computer
non corrisposto, la macchina decide per il supremo gesto d’amore
e d’amicizia: termina le proprie funzioni in favore della coppia
in carne ed ossa. Che bella la fantascienza, le macchine che prendono
vita, che amano! Quanti film, libri, cartoni animati, potremmo citare?
Nemmeno ci provo, ho solo riportato quelli che più mi sono rimasti
più impressi nella memoria. Kyashan! Ops scusate… qualche
sinapsi ha fatto contatto.
È
da tempo che proviamo a simulare la vita, o forse cerchiamo qualcosa con
cui stabilire un rapporto emotivo soddisfacente. Psicologismi e tamagochi
a parte, diversi sviluppatori si cimentano in simulazioni software, lasciando
che elementi virtuali interagiscano con il proprio ambiente sulla base
di semplici informazioni iniziali. Si cerca così di dare ai programmi
la facoltà di apprendimento, ed ancor più difficile, la
facoltà di scelta. Non mi ricordo in quale speciale sul “Signore
degli anelli” venne descritto il programma utilizzato dalla
weta (la casa che ha curato gli effetti speciali) per
elaborare le grandi scene di battaglia: il MASSIVE software.
Dopo aver creato un database ricco di movimenti, andature, armature, tratti
somatici, mosse di combattimento, il programmone provvedeva a generare
la moltitudine di orchi molto differenti tra loro, dando così l’impressione
di una massa caotica in movimento. Il passo successivo fu quello di elaborare
un algoritmo di “combattimento e posizionamento”, con l’utilizzo
di variabili che tenessero conto della reciproca distanza, della direzione
degli altri combattenti, creando anche parametri per la valutazione di
rischio. Una delle prime simulazioni ha generato degli orchi che se la
battevano a gambe da soli su per le colline. Più umano di così!
Il tutto è molto divertente, ma siamo ben lontani ancora dall’avere
macchine in grado di “esistere”.
Per
accontentare i più fantasiosi, me per primo, chiariamo subito il
punto di vista: l’utilizzo di molecole potrebbe aprire la strada
ad apparati bio-elettronici. La principale prospettiva di queste applicazioni
riguarda la possibilità di ridurre consumi, avere macchine più
versatili, ma sicuramente non ancora “vive”. Per quanto questa
ipotesi sia attraente (e nessuno può ancora dire se stiamo parlando
di fantascienza o meno) al momento le macchine rimangono macchine. Più
volte ci hanno proposto programmi di AI, robot umanoidi
con interfaccie di riconoscimento, cagnolini robot che abbaiano in giro
per casa, ma siamo tutti consapevoli che si trattano di simulazioni, diagrammi
di flusso “freddi” che in qualche modo ci illudono.
Una
intervista interessante, anche se forse troppo emotiva, è quella
rilasciata da Dario
Floreano per l’Espresso. L’intervistato si occupa
di robotica evolutiva, una scienza che citando le sue
stesse parole unisce gli sforzi di “ingegneri, biologi e cognitivisti”.
Tutta l’intervista, secondo me, forza un po’ la mano su questa
nostra voglia di robot vivi, o forse ricalca la passione e la fantasticherie
di questo personaggio, che è riuscito subito a conquistare la mia
simpatia. Nell’articolo vengono spiegati gli studi attuali, ovviamente
molto interessanti. Nella robotica evolutiva un criterio di selezione
darwiniana viene applicato dagli stessi progettisti su dei piccoli automi
lasciati liberi di svilupparsi e provvedere alla proprie esigenze (sia
pure in contesti semplificati). L’approccio vuole mettere la macchina
in condizione di evolversi nel tempo, sulla base di elementi software
che nel tempo imparano ad interagire con i sensori ad esso collegati.
Solo i più adattivi saranno mantenuti ed implementati. L’articolo
paragona questi segmenti di software al DNA umano, in grado di sviluppare
funzioni prestabilite in potenza all’interno di elementi hardware.
O così mi sembra di aver capito. Proprio come un bambino che piano
piano prende dimestichezza con i 5 sensi. L’avvertimento di Floreano
è sin troppo esplicito: questi esperimenti generano “comportamenti”
imprevisti da parte di questi elementi, che potrebbero darci l’impressione
di un qualcosa di senziente. Gli obiettivi? Come nel caso dei circuiti
“molecolari” (per similitudine, non di fatto) la possibilità
di operare anche quando un singolo elemento smette di funzionare, grazie
a reti cooperative ed evolutive, in grado di adattarsi a seconda delle
circostanze, e perché no, autoripararsi ed addirittura modificarsi.
In contrapposizione alla progettazione standard, questo filone di ricerche
intende risolvere un problema, non grazie ad una soluzione prestrutturata,
ma grazie ad un sistema che sia in grado di evolversi da solo per il fine
preposto, lasciando al sistema stesso la scelta della forma più
adatta per l’adempimento.
Un
po' come dire, questi sono i chicchi macinati, questa è l’acqua
calda, ora impara a fare il caffè. Spero di non esser stato troppo
dissacrante, ma le applicazioni son ben più serie. Sempre nell’articolo
vengono illustrate le potenzialità del circuito elettronico multicellulare:
il POEtic Project (http://www.poetictissue.org/).
Il fatto che sia una ricerca europea mi mette di buon umore. Spostandomi
sul sito di riferimento cito nuovamente, riportando in una tradotta sintesi
l’introduzione: il nome del progetto unisce le iniziali delle
parole Philogenesis, Ontogenesis ed Epigenesis:
rispettivamente richiamano i significati di evoluzione storica della specie,
di sviluppo individuale in base al codice genetico, di sviluppo dell’individuo
attraverso processi di apprendimento. i tre concetti condividono una stessa
base: una descrizione monodimensionale dell’organismo, il genoma.
Ogni singolo concetto è stato fonte di ispirazione per lo sviluppo
di elaboratori, ed ora il tentativo è quello di amalgamarli in
un unico artefatto: un tessuto composto da tante singole cellule (meglio
definirle “celle”), in grado di comunicare con l’intera
struttura e con le altre celle, e di eseguire una funzione di comune accordo.
Le prospettive anche questa volta
si fanno entusiasmanti. Gli sviluppi li attendiamo come sempre. Vi lascio
spulciare il sito che, come avrete notato, si avvale in prima pagina di
figure antropomorfe e stringhe di codice binario. Quale sia l’allusione,
si capisce immediatamente.
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