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DIETRO
LE QUINTE
di Chiara
Salvioni
Che
bello, preparare un saggio di fine anno: be’, fino a quando si hanno
quindici o sedici anni; poi diventa uno dei principali fattori di mortalità
adulta insieme a sigarette, strutto e frontali con autocarri. Alla tenera
età di ventisei anni mi capita di frequentare un corso di teatro
con annesso spettacolo finale e non credo di riuscire a sopravvivere fino
alla sera fatidica. Mentre i bambini, in genere, trovano divertente partecipare
a qualche attività extrascolastica, la maggior parte degli adulti
ritiene i corsi serali un luogo in cui sfogare il nervosismo accumulato
durante il giorno, rendendoli spesso invivibili: quelli che “l’insegnante
parla troppo!”, quelli che “l’insegnante parla
poco!”, quelli che “l’insegnante mi ha guardato
storto!”, quelli che “lui ha più battute di
me!”, quelli che sbuffano per tutta la lezione, quelli che
non riescono a leggere il copione perché in evidente stato di alterazione
stupefacente… Immaginate ora di dovere preparare un saggio finale
con le suddette persone, supponete di avere pochi mesi a disposizione,
aggiungete ghiaccio, shakerate e avrete un’idea del delirio in cui
mi trovo coinvolta. Comunque non mi sto lamentando: ho solo detto che
questa esperienza potrebbe danneggiarmi le coronarie; ciò non toglie
che mi diverta moltissimo. L’idea che una comitiva squinternata
e dilettante come la nostra possa riuscire a mettere insieme uno spettacolo
è elettrizzante, simile a un filosofico tentativo di apporre ordine
al caos. Dopotutto si dice che il teatro sia nato in Grecia durante i
folli festeggiamenti dedicati a Dioniso, quindi la nostra isteria di gruppo
non è così fuori luogo. Tutto questo per dire che la bellezza
del teatro non si trova solo nello spettacolo pronto e confezionato, ma
nella sua preparazione. E sembra che il tempo non sia passato da quando,
a nove anni, ero felice del mio saggio di danza classica anche se si trattava
di ballonzolare su un palco vestita da gallina.
Prima
di iniziare il famigerato corso di cui ho appena parlato, non mi ero mai
trovata in una situazione altrettanto capace di unire in così breve
tempo perfetti sconosciuti. Il tipo di legame che si instaura fra le persone
che mettono in scena uno spettacolo teatrale è unico (ma parlo
da dilettante, immagino che in una compagnia di professionisti le cose
siano ben diverse). Dopo l’iniziale diffidenza, le barriere sociali
crollano e senza rendersene conto si iniziano a mettere in piazza aspetti
intimi del proprio carattere. Non ci si sforza più di controllare
gli atteggiamenti che di solito si nascondono agli estranei; allo stesso
tempo si prova un’automatica simpatia per gli altri, cavie come
noi e come noi esposte, malgrado non sia detto che debba nascere un legame
di amicizia: la parola giusta è “empatia”.
Se ci si sforza di osservarli con particolare attenzione, è addirittura
possibile che in una simile condizione si arrivi a conoscere i propri
compagni di cordata meglio di quanto facciano i loro amici abituali. In
teatro la vita viene raccolta, concentrata e lasciata esplodere nel poco
tempo in cui gli spettatori sono disposti a occupare le sedie in platea;
ogni gesto è amplificato, e così ogni emozione, che arriva
al pubblico (se la compagnia fa il proprio dovere) dieci volte più
intensa di come è nata. Il “dietro le quinte” di una
rappresentazione è lo specchio di ciò che accade sul palco,
perché anche chi prepara la messa in scena è soggetto a
questa improvvisa accelerazione dell’esistenza, a questo inarrestabile
turbine di sentimenti: basta pagare il piccolo prezzo di non risparmiarsi
mai e di aprirsi completamente al resto del gruppo. Il teatro, dal palcoscenico
ai camerini, è vita all’ennesima potenza.
Il
complesso meccanismo che, pur senza rendergli giustizia, ho tentato di
illustrare in poche righe, ha peculiarità tali da averlo reso un
argomento spesso analizzato e addirittura sfruttato. Quante volte, in
un film, abbiamo assistito alla storia di una compagnia teatrale impegnata
a preparare uno spettacolo? Vogliamo vivere, Nel bel mezzo di
un gelido inverno, Rumori fuori scena, Vanya sulla 42esima strada sono
tutti esempi di vicende in cui ciò che è sul palco e ciò
che sta dietro, ossia l’ideale perfezione scenica e l’imperfetta
realtà degli attori, si alternano in un gioco incessante di richiami.
L’utilizzo della messa in scena teatrale nell’ambito di un’altra
forma d’arte è di norma uno stratagemma per “specchiarsi”:
in altre parole, esibendo i meccanismi di un immaginario spettacolo gli
sceneggiatori sono in grado di raccontare loro stessi. Così, narrare
le peripezie di un gruppo di persone che vogliono organizzare una recita
è il modo migliore non solo per sviscerare i rapporti fra queste
persone, ma anche per capire come il tema trattato dalla recita si leghi
alle loro esistenze: una sorta di ponte fra il microcosmo delle prove
teatrali e il macrocosmo della vita umana. Vogliamo fare un banale esempio?
La ricetta doc per parlare di gelosia consiste nel descrivere i personaggi
mentre rappresentano il Cyrano di Bergerac. Credo di
avere visto qualcosa di simile innumerevoli volte: se non mi sbaglio,
gli ultimi in ordine di tempo sono stati Aldo, Giovanni e Giacomo
nel film Chiedimi se sono felice. Significa mettere l’arte
dentro l’arte, in un gioco di scatole cinesi che alla fine rende
espliciti gli ingranaggi solitamente nascosti. Non dimentichiamo che questo
trucco è presente anche nello stesso Shakespeare,
basti pensare ad Amleto o al Sogno di una notte di mezza
estate. Ma passiamo al ventiquattresimo secolo (o giù di lì).
La
coerenza dell’universo di Star Trek è testimoniata
anche dalla presenza, dalla Tos a Voyager,
di alcuni concetti ricorrenti che, pur senza smarrire il proprio significato
originario, si evolvono seguendo l’identità delle serie stesse.
Uno di questi elementi è rappresentato, per l’appunto, dal
teatro e dalla recitazione. Il primo esperimento risale all’epoca
kirkiana e porta il nome dell’episodio La magnificenza del
Re. Fin da questo iniziale tentativo, l’approccio di Star
Trek al mondo teatrale segue una direzione ben definita. La storia racchiude
tutti gli elementi di cui abbiamo parlato poche righe fa ed è un
classico esempio di narrazione parallela, tramite i due livelli della
rappresentazione scenica e della realtà che negli ultimi istanti
arrivano a fondersi. La gloria, tuttavia, si manifesta senza dubbio con
Tng e non solo per l’ammontare spropositato di
riferimenti shakespeariani: Shakespeare è citato quale profondo
esploratore dell’animo umano, dunque senza che gli si attribuisca
necessariamente il ruolo di “mediatore teatrale”. Chi ama
il teatro dovrebbe piuttosto ringraziare Beverly Crusher, il personaggio
che più di tutti nella storia di Star Trek si è industriato
per organizzare spettacoli, seminari e recite della domenica: una sorta
di fantozziano ragionier Filini, insomma. La immaginiamo
odiata dall’intero equipaggio, soprattutto dal patologicamente timido
Reginald Barclay, mentre cerca di convincere chiunque le capiti sotto
tiro a recitare nella sua ultima commedia, minacciando di negare cure
mediche ai disertori; con la silenziosa approvazione del capitano Picard,
ovviamente, che non può negarle il suo appoggio in quanto sincero
appassionato di recitazione. Eppure, alle smanie creative della dottoressa
Crusher dobbiamo alcuni dei momenti più belli di Tng. Non possiamo
dimenticare Schegge di realtà, con un William Riker protagonista
che rimane invischiato in tre diversi piani di narrazione, uno in cui
l’Enterprise è frutto della sua immaginazione, un altro in
cui ha il ruolo del malato di mente in un dramma teatrale e l’ultimo,
che lo vede prigioniero di alieni. Altri esploratori del mondo della recitazione
sono Data e il già citato Picard, i quali spesso discutono di questa
forma d’arte mentre preparano una scena dell’Enrico
V o della Tempesta: e così anche Patrick
Stewart e Brent Spiner ne approfittano per farci capire qualcosa del modo
in cui vedono il proprio mestiere di attori. Il discorso, però,
non si esaurisce qui, su un palcoscenico o con il copione di un’antica
tragedia in mano.
Se
in Deep Space 9 o Voyager nessuno si
occupa con passione di organizzare seminari teatrali e recite, il motivo
è che non ce n’è bisogno: il ponte ologrammi è
una continua fonte di spettacolo. Già, le infinite possibilità
del ponte ologrammi mischiano le carte. Anche quando sembra che il teatro
non sia presente, in realtà c’è; è sempre lì,
intorno ai personaggi. Il bello del gioco sta nell’entrare in una
parte, come a teatro, e non ha importanza il fatto che non ci sia un vero
palcoscenico o che tutto sembri così reale: a ben vedere, è
solo una questione di scenografie. Non è il teatro a sua volta
una, seppure intensa, simulazione? La differenza sta nel fatto che il
teatro è una simulazione onesta. Esso non forza lo spettatore a
credere che quanto si verifica sulla scena sia reale, al contrario del
ponte ologrammi, spesso ingannevole. Tuttavia l’aspetto più
importante è che in entrambi i casi le proprie emozioni siano messe
in gioco. Infatti, la maggior parte dei personaggi utilizza il ponte ologrammi
così come parteciperebbe a un corso di recitazione: dalla immaginifica
guerra fredda dell’agente segreto Julian Bashir
alla fantascienza d’antan di Captain Proton, lo
scopo è quello di essere coinvolti in un gioco di improvvisazione
(certo non come nella ridente cittadina irlandese di Fair Haven,
il cui iniziale fine ricreativo si trasforma, sotto forma di un truce
barista, nello sfogo ormonale di una solitaria Kathryn Janeway): in parole
povere, nonostante si abbia una vaga idea di cosa potrebbe accadere, si
cerca di reagire agli imprevisti immaginando reazioni compatibili con
l’identità del proprio personaggio. Il ponte ologrammi, dunque,
sta alla recita stile Crusher come l’improvvisazione sta a un copione
predefinito. Ma non è ancora finita.
Abbiamo
iniziato coi piedi piantati su un palcoscenico, ci siamo trasferiti in
una stanza tappezzata di olodiodi e ora entreremo nella mente umana, perché
qui si svolge quello che secondo me rimarrà sempre il più
bel “racconto nel racconto” di tutto Star Trek: la strana
storia di Benny Russell e dei suoi colleghi scrittori. Stiamo parlando
dell’episodio Far beyond the stars, ma anche di
Shadow and symbols; insomma, sempre farina del sacco
di Ds9, sesta e settima stagione. Benjamin Sisko, un giorno, ha una lunga,
realistica visione in cui si ritrova a impersonare Benny Russell, autore
di fantascienza, negli Stati Uniti degli anni ’50. Tutti i suoi
amici e nemici del ventiquattresimo secolo sono intorno a lui in nuovi
panni. Ogni elemento della visione ci parla della missione che Sisko deve
compiere su Deep Space 9, ma anche dell’importanza rivestita dalla
fantascienza nel mondo moderno e del potere rivoluzionario che l’immaginazione
possiede. “Tu sei il sognatore e il sogno”, gli viene
detto a un certo punto dell’episodio: e non si può fare a
meno di pensare al titolo della commedia datata 1635 di Calderon de la
Barca, La vita è sogno.
Star Trek è probabilmente la creazione
fantascientifica più teatrale che sia mai passata sul piccolo e sul grande
schermo non solo per il modo in cui intreccia continuamente la realtà
e la sua rappresentazione, ma anche per come spinge lo spettatore a dubitare
di poterle distinguere. La chiusura di “Far beyond the stars” è,
per questo motivo, l’ideale chiusura di tutto Star Trek: “Forse
Benny non è il sogno… Noi lo siamo. Forse non siamo altro che creazioni
della sua immaginazione”. È come chiedersi, a teatro, se il
vero spettacolo si svolga sul palco o in platea; dopotutto, quando le luci in
sala si spengono, le certezze si dissolvono nel buio.
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