IL VIZIO DI VIVERE
di Lorenzo "Sunrise" Pifferi

Non saranno parole delicate. Seguiamo con apprensione e con dolorosa particepazione l’agonia di persone vicine alla fine, più spesso lontane dai riflettori, in qualche caso esposte al pubblico. Non c’è bisogno di ricordare quanto questi ultimi due mesi siano stati abbastanza particolari. Una serie di lutti ha richiamato l’attenzione di molti, credenti e non credenti, in una ressa planetaria, sia fisica quanto massmediatica. Abbiamo seguito il calvario del Pontefice, abbiamo salutato il Principe Ranieri III, abbiamo assistito impotenti all’agonia di Terry Schiavo. Andando oltre il valore simbolico di ognuno di questi fatti, con l’eccezionalità delle singole circostanze, ci confrontiamo l’ennesima volta con la nostra sola prospettiva sicura. Anche quando la fine di una vita riesce ad assumere le forme più contorte, che stravolgono i confini etici, serpeggiano i giudizi insicuri e le opinioni del singolo. Torniamo a considerare però le persone, sia che abbiano retto sulle proprie spalle il peso della vita di molti, o che abbiano subito le decisioni di altri, o quelle che ogni giorno affrontano la propria esistenza al meglio delle loro possibilità. Non si può fare una distinzione precisa, e per tutte teniamo la stessa forma di rispetto. Con una “piccola” nota per Terry: quanti l’hanno vista sostengono che fosse in qualche modo consapevole di quanto stesse avvenendo, ed abbia vissuto consapevolmente la sua fine. E siamo stati elevati a giudici universali di una situazione degna del Gran Sadico: non si può decidere se sia più giusta la continuità di una vita infausta prolungata ben oltre i limiti umani, che nessuno si augura di avere, oppure una morte naturale che assume le connotazioni di una esecuzione. Ho paura a prendere una posizione, perché un domani potrei pentirmene. La scienza medica ha creato una situazione disumana (difficile biasimare), ogni decisione presa da altri risulta altrettanto disumana. Solo Terry avrebbe potuto decidere, e forse lo aveva fatto. Qui mi fermo, la distanza è troppa…

Ma ogni volta, dicevo, è un duro confronto con la nostra morale, la nostra scienza, le nostre convinzioni, se non la nostra fede. Persone che a volte sentiamo troppo lontane per preoccuparcene, oppure troppo vicine che vorremmo tapparci le orecchie. I nostri sentimenti vengono colpiti, e con mesta retorica lo spettacolo deve continuare. Non conosco l’età media delle persone a cui mi rivolgo, ma credo di toccare corde sensibili per molti di voi. Chi vi scrive si avvicina agli “enta”, ed ha ormai affrontato la morte più volte, in diverse occasioni. Da quelle meno sentite, a quelle più strazianti del legame diretto. E non sarò certo il primo, e nemmeno l’ultimo. Giusto o sbagliato che sia, così è. Ed ora che realizzo di essere un mortale fra mortali, posso finalmente parlare del “grande sonno”, e considerarlo per quello che appare: una cosa normale. Così come Connor McLeod, immortale, alla fine comprende la gran ricompensa: il poter vivere ed il poter morire, a contatto con le persone. È una delle poche citazioni che mi sento di fare: così la vita acquista molto più senso, su questo sono d’accordo.

In quanti la pensano così? Se fosse un monologo da diario andrei tranquillo per la mia strada, da buon mistico del terzo millennio (sì, sì, diventò new age) vaneggiando appresso a realtà sovrasensibili, viaggi fuori dal corpo, sogni premonitori, e tutte quelle esperienze da almanacco dei fatti misteriosi che spesso si raccontano in quelle serate tra amici, ed ancor più spesso ci consolano lasciandoci l’incerta speranza di un “dopo”. In questo sempre meno privato monologo parto dal presupposto che già quanto vedo ha del fantastico: percepisco me stesso nello spazio, una dimensione misurabile ma non circoscrivibile. La mente a fatica riesce ad immaginare un confine allo spazio, e di fatto siamo tutti immersi in qualcosa di percepibile, ma allo stesso tempo di non concepibile. Neanche chiudendo gli occhi, ed allargando le braccia, riesco a spiegare tutto questo alla Ragione, con un cerchio dal raggio infinito. Viviamo nel paradosso. Poi dicevano dell’universo in continua espansione… Nulla ha più senso, quasi ho paura, ed è questo quello che provano in molti: il terrore del nulla. I’inconcepibile nulla che ci avvolge ogni giorno (chissà quanti punk in questo momento mi adorano). Una trama musicale potrebbe chiudere questa omelia, sulle basse scale di un pianoforte a coda: la sceneggiatura potrebbe prevedere un campo lunghissimo, un uomo in piedi di notte in una pianura desolata, o forse in ginocchio aggrapato ad una croce, e concludersi con un tragico fade su schermo nero, e la scritta “the end”. Ebbene siamo arrivati al dunque. Sarei curioso di sapere il vostro umore dopo tutto questo: cosa vi preme adesso? Gaudeamus igitur? Ci abbandoniamo all’inesorabile fine per proclamare la vittoria del Chaos? Oppure riportiamo la luce sul nostro percorso inseguendo uno dei tanti dogmi ultraterreni? Fate come vi pare, ognuno è libero di credere in quello che vuole.

Per millenni abbiamo provato a dare un senso all’universo, sperando di trovare il modo di venirne a capo. Più spesso ci siamo arenati, inseguendo i problemi di ogni giorno. Sicuramente la consapevolezza della morte è un qualcosa che ci appartiene, per quanto macabra ed inevitabile, rimane una tappa fondamentale. Forse ce ne siamo scordati, ma una volta si lottava ogni giorno per non morire. Avevamo anche molto meno tempo per pensarci, e perderci in logoranti pensieri, ed in inespugnabili logiche dalla sconcertante conclusione. Sarà un caso se diverse tradizioni iniziatiche si preoccupano di ricordare all’uomo la propria natura mortale? Sono quasi certo che sia un bene: la nostra psiche senza questa consapevolezza è instabile, incerta, e si sgretola appresso ad un mare di velleità. Vi ricordate il bambino che viaggiava sul Galaxy Express? Voleva raggiungere il pianeta dove la tecnologia rendeva immortali. Gli immortali che persi nella noia, avevano perso anche il senso delle cose. Non ci vuole molto per rendersene conto. Diamo il meglio di noi stessi in situazioni disperate, e vediamo quanta testardaggine abbiamo, quanto forte sia il nostro istinto, al di là di ogni ragonevole dubbio. Niente paura: per quello che mi riguarda, ne prendo atto evitando i pensieri troppo morbosi…

Ho passato diversi giorni nel cercare il giusto approccio all’argomento, nel calibrare le personali convinzioni con le situazioni obiettive, e non sono tanto sicuro di aver concluso un discorso lineare. Esperienze sparse qua e là, ricordi evocati, che rimangon parole. Spero che siano gli spunti più adatti per rifletterci nel modo migliore. Una buona conclusione? Ero preso da troppi pensieri mentre scrivevo: sono uscito per raggiungere una parente, al sesto mese di gravidanza. Vorrei poter trasmettere quello che ho sentito quando le ho appoggiato la mano sul pancione, subito dopo il battito del cuore. Sarà stupido, ma tutto è diventato molto più semplice, e mi sono arreso:“ (…) a dispetto di tutte le aridità e le disillusioni” il vizio di vivere ancora non l’abbiamo perso.

Live Long And Prosper


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