UNO SPORCO AFFARE
di Chiara Salvioni


Leggendo il titolo di questo articolo a molti sarà venuta una sincope. “Che vuole fare questa?”, già vi sento. “Certi argomenti non si toccano! È Star Trek, non roviniamolo con la sterile realtà”. Non vi preoccupate, non parlerò di attualità; anche se, in effetti, non ho mai capito perché si debba tranciare di netto la coesistenza del mondo fantastico e di quello reale. Lo so, sono consapevole del problema: è difficile parlare di attualità su una webzine dedicata a Star Trek. Come si fa a legare due piani così differenti senza forzature? Da un lato la cruda realtà; dall’altra sponda del fiume, uno spettacolo televisivo. È dannatamente difficile. C’è chi ti accusa di macchiare il sacro con il profano, chi dichiara di non volere contaminare il proprio tempo libero con discorsi seri… Eppure la realtà si riflette in tutto ciò che facciamo, compreso starcene seduti sul divano, una sera, a guardare un vecchio episodio di Tng. E poi Star Trek non è mai stato puro intrattenimento: senza scomodare tesi militanti che lo vedono come strumento di critica sociale, il solo fatto che in questo telefilm qualcuno respiri in un simile XXIV secolo parla di noi, di come siamo adesso e del fardello di storia umana che portiamo sulle spalle.

Comunque state tranquilli, non mi spingerò ad analizzare la corrente situazione politica cercando arditi paragoni con Star Trek e non tenterò nemmeno di capire finalmente se Star Trek è di destra o di sinistra, anche se, ricordando la vecchia canzone di Giorgio Gaber, potrebbe rivelarsi un giochetto divertente. I sostenitori della sinistra potrebbero ricordare, a testimonianza della propria teoria, che al comando ci sono uniformi rosse, che negli alloggi non esistono vasche da bagno ma solo sane, proletarie docce soniche, che il Viaggiatore sembra il pronipote di Piero Fassino o che Deanna Troi ama la Nutella (per conferma, chiedere a Nanni Moretti). Gli avversari, invece, potrebbero dimostrare che Star Trek è indubbiamente di destra ricordando che le uniformi al comando non sono rosse ma rossonere, che i due capitani più autorevoli sono pelati, che per stazza e abbigliamento William Riker è la versione trek del Gabibbo (noto comico di destra), che Deanna Troi e Gabriella Carlucci hanno lo stesso stilista, lo stesso parrucchiere e lo stesso chirurgo plastico, che Neelix e Rocco Buttiglione sembrano separati alla nascita e che il film Star Trek 6 si chiude con le parole “...seconda stella a DESTRA e poi dritto fino al mattino...”. Insomma, un passatempo da viaggio in macchina come “Arriva un bastimento carico carico di Città Europee con la Z”. Stupidaggini a parte, parlare di politica in Star Trek non è impossibile, soprattutto citando come esempio la serie in cui questo argomento è stato più a fondo trattato: Deep Space 9.

Ds9 è stata la prima e l’unica serie trek a usare questioni di politica come imprescindibile elemento narrativo. Il motivo è, in apparenza, molto semplice. Nella Tos e in Voyager gli equipaggi si trovano troppo lontano dalla casa madre per sentire la presenza del principale organo politico dei loro tempi, la Federazione. In Tng, nonostante tale presenza sia più forte, essa viene costantemente superata dall’esigenza di prendere decisioni autonome a causa degli imprevisti legati all’esplorazione; l’unica vera escursione in ambito politico è offerta dalle vicissitudini di Worf nell’impero Klingon. Ds9, invece, fin dall’inizio presenta una caratteristica di staticità che le tre serie già menzionate non possiedono: si svolge su una stazione spaziale ancorata nello spazio. Non è Deep Space 9 ad andare incontro alla galassia, bensì il contrario; sono le altre popolazioni aliene a cercare e a raggiungere, in modo sempre più aggressivo, la stazione. In principio ero convinta che tale caratteristica si sarebbe rivelata fatale per l’arco narrativo. Come conciliare il grande impulso alla scoperta alla base di tutto Star Trek con l’impossibilità di andarsene a zonzo nello spazio? Ho creduto di non essermi sbagliata per i primi tre anni, fino a quando gli autori hanno iniziato a scoprire le carte; dalla quarta stagione in poi, è risultato palese come anche in Ds9 ci fosse una forte componente esplorativa legata non più a “nuove forme di vita e nuove civiltà”, ma alle profondità dell’animo umano, soprattutto ai suoi aspetti più scomodi: e la politica, capace di coniugare alti ideali, necessari compromessi e bassi sotterfugi, è uno strumento ideale per scoperchiare un buon numero di Vasi di Pandora.

Sono due gli elementi principali che portano la serie a includere svariate situazioni di carattere politico: la vicinanza della stazione a Bajor e la presenza del tunnel spaziale che conduce al Quadrante Gamma. Bajor è un pianeta reduce da cinquant’anni di occupazione cardassiana ed è pertanto in piena ricostruzione. Quando Benjamin Sisko arriva su Ds9, il pianeta ha appena iniziato a porsi il problema di formare un nuovo governo e a domandarsi se aderire o no alla Federazione. In questo fermento politico, il ruolo di Sisko è senza dubbio fondamentale poiché il popolo lo ritiene essere l’Emissario, figura religiosa espressione del volere dei Profeti, le divinità bajoriane. Il problema di Bajor è che, come spesso succede anche ai nostri giorni, religione e politica si mischiano: Bajor è tutto tranne che uno stato laico. Così nel corso delle stagioni assistiamo all’incredibile aumento dell’importanza di Sisko nonché alla scalata al potere di Winn Adami, prima semplice sacerdotessa, poi leader religiosa col titolo di Kai e addirittura Primo Ministro ad interim per un breve periodo. La politica di per sé non è un’arte semplice, figuriamoci su un pianeta non laico in cui si debba continuamente bilanciare la ragion di stato con le ragioni dello spirito. Il popolo pende dalle labbra dei suoi idoli religiosi: per fare un esempio, l’arrivo di un nuovo Emissario (episodio “I due emissari”) è sufficiente a rivoluzionare in brevissimo tempo l’intero assetto della società bajoriana riportandola a una superata struttura a caste; oppure basta pensare a Sisko in “Estasi”, che con una parola riesce addirittura a bloccare l’agognato processo di ammissione di Bajor alla Federazione. Insomma, c’è da sperare che il finale della serie rappresenti anche la liberazione dei bajoriani e una nuova possibilità per camminare con le proprie gambe, senza che Profeti o Pah-Wraith mettano becco nella stesura della locale Finanziaria.

La confusa situazione politica bajoriana sembra un allegro parco giochi se paragonata al marasma della guerra con il Dominio, in cui emerge la costante necessità di scendere a compromessi o a mezzi poco leciti per sopravvivere. Come dimenticare che Benjamin Sisko si presta a ingannare i romulani, pur di farli entrare in guerra al fianco della Flotta Stellare? Ma l’aspetto più sconcertante del conflitto con i Fondatori non è tanto la serie di guazzabugli diplomatici che si crea, quanto piuttosto tutto ciò che si scopre sull’assetto politico della rinomata Federazione: e, sorpresa, veniamo a sapere che il suo Presidente, Jaresh-Inyo, ha assunto tale carica controvoglia, che esiste un potere parallelo a quello ufficiale (la famigerata Sezione 31) e che il governo federale non è esente dal rischio di tramutarsi in un regime dittatoriale (obiettivo che l’Ammiraglio Leyton prova a realizzare nell’episodio “Paradiso perduto”). Ed ecco che la Federazione, idealizzata dagli spettatori come modello cui aspirare per un solare futuro dell’umanità, diventa simile, se non proprio a una tragicomica Repubblica delle Banane, a un più abbordabile e fallibile stato occidentale contemporaneo.

D’altro canto, l’interesse di Ds9 nei confronti della politica è evidente anche grazie alla gran quantità di dettagli che ci viene offerta sui governi di altri pianeti, cosa che non interessa mai particolarmente né alla Tos, né a Tng, men che meno a Voyager. Non solo scopriamo gli intrighi di Cardassia, che passa da governo militare a dittatura con Gul Dukat e finisce per assumere, guidato da Damar, il ruolo poco onorevole di “stato fantoccio” nelle mani del Dominio; riusciamo a capire anche il folle funzionamento della libera repubblica commerciale di Ferenginar. Tutti questi particolari non hanno una semplice funzione descrittiva. Il loro scopo è introdurci nei luoghi del potere e della burocrazia, dove più facilmente la natura umana svela le sue meschinità (Brunt e l’Associazione per il Commercio Ferengi) e le sue grandezze (l’orgogliosa ribellione finale di Damar). È anche in questo modo che Ds9 realizza il suo obiettivo di scandagliare le profondità dell’animo senza viaggiare alla loro ricerca nello spazio come possono invece fare tutte le altre serie trek.


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