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SURVIVOR
di Chuck Palahniuk
Mondadorii - 1999
di Paolo
"Exidor" Longarini
Aprite
la mente.
Personalmente ho scoperto tardi Palahniuk. Quando uscì "Fight
Club" pensai che chi aveva scritto quella storia aveva seri
problemi sociali. O uno spacciatore particolarmente bravo.
L'editoria italiana non si era ancora accorta di questo signore di Portland
e di libri suoi ne giravano pochi. Anzi, nessuno.
Poi scoppiò il fenomeno "Ninna nanna", libro che ebbe
uno straordinario successo in America ed in Europa e che permise alla
Mondadori, casa editrice italiana degli scritti di Palahniuk, di stampare
anche i suoi libri precedenti.
Tra cui "Survivor".
Il libro inizia con il protagonista, Tender Branson, che racconta la sua
storia alla scatola nera (usata in questo caso come semplice registratore
vocale), di un aereo di linea, del quale si era nel frattempo impossessato,
lanciato verso un inevitabile schianto.
In breve, Tender vuole usare questo aereo per suicidarsi e vuole raccontarci
il perché.
Da questo momento in poi veniamo catapultati in un mondo impazzito, gli
occhi del protagonista ci portano nel grottesco di una società americana
in cui non sono presenti valori assoluti o punti di riferimento, in cui
tutto è possibile.
Il protagonista è stato formato, plasmato fin da bambino a diventare il
maggiordomo perfetto, un uomo che vedrà compiersi il suo destino nel totale
annullamento di sé a favore di quelli che saranno i suoi attuali datori
di lavoro.
O almeno così credeva.
Per
motivi che non posso raccontarvi, Tender inizia a sviluppare una crescente
amoralità, un dapprima leggero poi via via sempre più deciso distacco
da quello che dovrebbe essere una qualsiasi norma del vivere sociale;
il tutto, a mio avviso, senza neanche rendersene conto.
Tender passerà, apparentemente in maniera separata ma in realtà contemporanemente,
a ricoprire figure sempre più diverse che vanno dal maggiordomo impeccabile
e pronto in ogni occasione, all'operatore di una organizzazione da lui
stesso fondata tipo "telefono amico" in cui consiglierà a tutti il modo
migliore per suicidarsi, alla figura di idolo delle masse simil-guru.
Perché? Come mai tanto interesse intorno a questo strano tipo? Cosa ha
di particolare che ognuno di noi non ha o non potrebbe avere?
È l'ultimo.
Appartiene, o per meglio dire, apparteneva, ad una ristretta fede simil-mormonica
che, un bel giorno, ha detto a tutti i suoi adepti di suicidarsi.
La maggior parte lo ha fatto; altri, Tender compreso, non ci sono riusciti.
Da allora, le cosiddette "autorità" lo sorvegliano, lo tengono d'occhio,
lo coccolano e lo fanno seguire da uno psicologo che, forse, ha più problemi
personali di quanti ne possa risolvere a Tender.
Questo è un libro, o meglio, questo è un autore che non potete leggere
con i piedi piantati per terra; non potete aprire nessuna di queste pagine
se pensate razionalmente durante la lettura, se non avete intenzione di
abbandonarvi completamente alla storia.
Una tragicomica descrizione della società americana vista dagli occhi
di uno per cui "il giovane Holden" ha la stessa valenza di un depliant
turistico.
"Survivor" è stato il primo libro che ho letto di Palahniuk:
il giorno dopo averlo finito ero già in libreria per comprare tutti gli
altri (decisione che avevo preso già da pagina 45). Chi di voi non avesse
ancora scoperto Palahniuk, si prepari oltretutto a un autore con una qualità
media elevatissima; dei cinque-sei libri pubblicati in Italia, a mio modestissimo
parere, solo l'ultimo, "Diary", segna il passo rispetto
agli altri, bellissimi.
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