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STICCON
XIX REPORT
L'ESPANSIONE DEL GIROVITA
di Chiara
Salvioni
“It’s
Sticcon time!”, anzi, “It’s been Sticcon
time”. Per la prima volta, questo Maggio ho finalmente partecipato
a una convention di Star Trek, o meglio, LA convention
italiana di Star Trek. Ne sono rimasta delusa? Direi di no. Tutto è
stato come me lo aspettavo: nuove conoscenze, notti passate in stato etilico,
discussioni filo/religio/esistenzialiste condotte fino a crollo psichico
dei partecipanti (durata media 3h:47m, senza contare discesa negli spogliatoi,
tempi supplementari e rigori. A proposito di calcio, so che non c’entra
molto ma… “Thank you, Liverpool!”).
E poi lui, l’ospite d’onore, l’uomo con cui tutto ebbe
inizio –William Shatner. Come spiegare l’emozione
di un trekker cresciuto con la Serie Classica che all’improvviso
trova di fronte a sé la mitologica creatura nota come James
T. Kirk? Impossibile quantificarla: enorme, si potrebbe dire.
E tanto forte è la sensazione provata alla comparsa del mito della
propria infanzia, da suscitare reazioni prive di mezze misure. Dopo l’attesa
apparizione dell’attore in quel di Bellaria la polemica divampa;
c’è chi ne è rimasto deluso e chi invece lo ha adorato.
Pochi sono rimasti indifferenti. Ma la domanda incalza: è il mito
ad avere ingoiato l’uomo o l’uomo ad avere fagocitato il mito?
A
giudicare dalle dimensioni del soggetto in questione, direi che l’opzione
giusta è la seconda: all’interno dell’imponente addome
di Shatner c’è spazio per almeno due giovani Kirk con relativi
parrucchini. E, scherzi a parte, l’apparenza descrive bene anche
la realtà: l’attore ha senza dubbio sfruttato, nel corso
degli anni, la fama del personaggio con cui tutti lo identificano, costruendo
una carriera che per semplici meriti recitativi forse non avrebbe mai
ottenuto; e, per fare un esempio, basta pensare a come il rapporto tra
Shatner e Kirk sia diametralmente opposto a quello tra Patrick
Stewart e Jean Luc Picard, in cui il personaggio
è stato solo una tappa, seppure indimenticabile, del percorso professionale
del (grande) attore. A proposito, avrei voluto essere una mosca per svolazzare
intorno al tavolo della cena fra Shatner, Stewart e relative consorti
cui il primo ha fatto cenno nel pomeriggio di sabato alla Sticcon. Comunque,
tornando al nostro discorso, molti si sono scandalizzati per le battute
che il nostro ha riservato agli italiani, per avere percepito una certa
arroganza, per il modo elusivo in cui ha risposto ad alcune domande portandole
sempre al discorso che desiderava fare, per le regole di comportamento
imposte a noi partecipanti (la vignetta di Borry di questo mese è,
da tale punto di vista, emblematica). Ma, dopotutto, cosa ci si poteva
aspettare da lui, che probabilmente vive le convention come uno sporco
lavoro che qualcuno deve pur fare? E poi questo è l’uomo
che disse un giorno “Get a life”. Quindi,
per quanto mi riguarda, non sono rimasta delusa perché già
sapevo a cosa sarei andata incontro, e comunque sembra che nell’incontro
di domenica pomeriggio il buon Shatner abbia mutato atteggiamento dando
qualche risposta piacevolmente sorprendente. In compenso ho spezzato il
cuore di mia madre, giovane e sprovveduta, la quale, da innamorata storica
del Capitano col tribolo in testa, mi aveva chiesto di portarle un suo
autografo. Quando le ho detto che era a pagamento si è indignata
per la grettezza del mondo capitalista. Beata ingenuità.
In
ogni caso, è stato interessante assistere alle varie reazioni dei
presenti per rendersi conto di quanto sia difficile separare il mito dall’uomo
che lo impersona. Perché, in fondo, non muore mai il desiderio
che il personaggio idealizzato e così amato esista realmente. Ciascuno
di noi, anche il più smaliziato, ne sono certa, ha dei modelli,
delle figure ideali cui si appoggia nel corso della crescita. Il modo
in cui ci si rapporta a tali figure può spaziare dalla semplice
ammirazione all’incondizionato fanatismo, ma ad ogni modo non si
può negare che esse esistano. L’intera storia della civiltà
occidentale ne porta i segni: già nel 1800 molti giovani europei
guardavano a Napoleone con spirito emulativo (è sufficiente leggere
la storia di Julien Sorel, il protagonista del romanzo “Il
rosso e il nero” di Stendhal). Poi il
mondo è cambiato e con l’arrivo del secolo della comunicazione
il numero di miti é cresciuto in modo esponenziale toccando ogni
ambito, dalla politica alla religione, dalla scienza allo spettacolo.
Oggi abbiamo un pantheon di nuovi dei che non ha nulla da invidiare a
quello dell’antica Grecia e a cui in fondo molti guardano allo stesso
modo: di queste nuove divinità, infatti, il mondo occidentale si
chiede che cosa mangiassero di solito, con chi abbiano avuto storie d’amore,
quali tristi vicende abbiano segnato la loro infanzia; si creano leggende
che snaturano l’essenza della persona per creare il personaggio,
un’entità fittizia (come Ares o Afrodite)
che mai corrisponde alla realtà. Quanta rabbia mi fa, a volte,
pensare che l’ammirazione di cui gode Albert Einstein non
sia legata al suo incommensurabile contributo alla fisica moderna ma,
piuttosto, al suo sembrare estroso, simpatico, benignamente pazzo, immagine
che non è mai esistita (e se avete dubbi, andate a leggere qualcosa
sul rapporto fra lo scienziato e la sua prima moglie); al contrario, un
grande uomo come il fisico Richard Feynman fra il grande
pubblico non ha metà della fama che meriterebbe.
Ma
la creazione di miti nel nostro mondo non si ferma un istante. É
la giusta conseguenza della profezia che Andy Warhol,
un mito egli stesso, fece negli anni ’60: “In futuro,
ognuno avrà diritto a quindici minuti di celebrità”.
E in accordo a tale previsione oggi e’ sempre più facile
non solo creare nuovi idoli (ormai ognuno di noi potrebbe diventarlo),
ma anche distruggerli; la semplicità con cui si raccolgono e diffondono
informazioni fa sì che l’occhio del pubblico veda più
di quanto dovrebbe dei propri beniamini, arrivando infine a detestarli
perché non rispecchiano l’immagine ideale che aveva attribuito
loro. Eppure, in questo marasma di continua creazione e distruzione di
leggende che è il mondo occidentale, forse rimane ancora qualche
punto fermo; qualche figura importante che ha segnato davvero il corso
della storia o semplicemente dei costumi; qualcuno che, con le proprie
parole e vicende, è stato capace di fare sognare e dare speranza:
permettetemi di annoverare fra questi il nostro James Kirk. Nostro, appunto,
e di nessun altro, perché è stato creato per nutrire la
nostra immaginazione. L’unico prezzo da pagare è rendersi
conto che l’uomo Shatner ha prestato corpo e voce per dare vita
a una creatura che non gli appartiene. Ne ha guadagnato lui, ma anche
noi, in uno scambio di favori secondo me equo che oggi ci ha portato gli
uni davanti all’altro alla convention di Bellaria.
Ma
parlavamo prima di come sia facile creare e distruggere miti. E come potrei
chiudere questo articolo senza ricordare il mito che qua, sullo Stim,
un redattore di cui non faccio né nome né cognome (Paolo
Longarini) è riuscito a creare ex novo? Permettetemi, dunque, di
terminare con una professione di voto. Lo so, si tratta di questioni personali
e per dovere di par condicio non dovrei dire nulla, ma quando la società
civile chiama all’appello il cittadino io non posso tirarmi indietro.
Ed è dunque a gran voce, con la testa alta, avvolta nella bandiera
italiana, che proclamo… “Scendetelo here!™”.
Come Stimmer non posso esimermi dall’appoggiare questa storica campagna.
Wil Wheaton a Bellaria: e, vi assicuro, non vorrà più
andarsene dall’Italia. Forse non troveremo una leggenda al pari
di James Kirk, ma un essere umano cortese e simpatico… be’,
credo proprio di sì.
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