LINGOTTI D'ORO, IL PREZZO DELLA MORALITÀ
di Fabiano "Langley" Piccione

Pensiero Violento”, puntata intrigante della IV Stagione di Star Trek Voyager. Un pianeta sul quale gli abitanti, telepatici per natura, sono riusciti a debellare la piaga della criminalità attraverso la cancellazione mnemonica di tutti quei pensieri associabili o inerenti alla violenza. I tutori dell’ordine lavorano sulla repressione della fonte degli istinti violenti e criminali, invece che sul loro espletamento, estirpando con procedure mediche ben precise ogni traccia di violenza dalla mente degli abitanti.

“Il diavolo e la Signorina Prym”, un interessante romanzo di Paulo Coelho in cui gli abitanti di Riscos, piccolo paese di una non ben identificata zona del Sud America, ricevono la visita inaspettata di uno straniero che porterà scompiglio e tentazioni in un ambiente moralmente sterile e statico, almeno all’apparenza.

Unite il concetto portante della puntata di Voyager al libro di Coelho, e dopo aver mescolato sapientemente….

Il libro di Coelho vede questi poveri paesani, isolati dal mondo e piccoli nella quotidianità delle loro problematiche, sconvolti dall’arrivo di questo straniero le cui intenzioni saranno tutt’altro che innocue: mettere alla prova la moralità degli abitanti di Riscos, offrendo loro ben dieci lingotti d’oro massiccio, da lui nascosti chissà dove, a patto che entro una settimana uno di loro venga ucciso.
I dieci lingotti potrebbero garantire la rinascita del paese: il suo decollo turistico, la sua ristrutturazione, la possibilità di un suo ampliamento e la chance per alcuni di andarsene se lo desiderassero, cambiando vita. All’inizio la proposta del forestiero pare davvero assurda, per il lettore. Come potrebbe un pacifico paesino arrivare ad uccidere uno dei propri compaesani pur di arricchirsi? Pagina dopo pagina l’autore riesce abilmente a muovere i personaggi e a dare fiato al mutamento dei loro principi morali, piegandoli…contorcendoli….fino a considerare l’opportunità di compiere il delitto pur di dare una svolta alla propria vita, ognuno con proprie motivazioni. Alla fine sarà la signorina Chantal Prym, unica giovane del paese, a dover fermare all’ultimo secondo il linciaggio in pubblica piazza di Berta, l’anziana vedova del paese che, tramando nell’ombra, gli abitanti avevano deciso di sacrificare per ottenere il tesoro dello straniero. Il forestiero, il cui scopo era quello di mettere alla prova l’essere umano e verificare quanto l’essenza del bene e del male potessero miscelarsi e quale dei due potesse prevalere, vuole stare a guardare e ottenere risposte da dare in pasto ai demoni che lo tormentano: la tragica morte della sua famiglia , anni prima, ha segnato la sua vita e lui ora vuole capire quanto ci sia di buono e di giusto al mondo; vorrebbe capire se la sua in passato sia stata una semplice e sfortunata ingiustizia subita, o se l’uomo in sé custodisca il male piuttosto che l’amore per il suo prossimo.
La risposta che il libro pare dare a questo quesito è affascinante e merita un pensiero, ma il metodo col quale l’autore vuole arrivarci è a mio parere fallace: Chantal Prym fermerà il linciaggio sul punto di essere compiuto. Non facendo forza sul senso di giustizia del paesino, evidentemente privo di appeal, quanto sul rischio per il paesino che il delitto possa essere scoperto e il tesoro non possa essere incassato e messo a frutto. Ebbene non è un sistema che mi possa vedere soddisfatto. Non quando la morale, svelata nell’ultima pagina in un dialogo fra il forestiero e Chantal, vuole descrivere tutti gli uomini come vittime degli stessi istinti, dalle stesse naturali pulsioni, della stessa aggressività e dello stesso egoismo intrinseco, differenziandosi però attraverso il proprio autocontrollo.
Santi e assassini avrebbero gli stessi istinti, ma diverse capacità di repressione e di controllo degli stessi.
Un concetto interessante, ma può essere definito come rincuorante? È ottimista? È pieno di speranza e a “lieto fine”?
Il linciaggio è da prendere come un atto efferato di una piccola società in cui il senso di appartenenza e fratellanza dovrebbe più che mai essere forti. Eppure pare non siano sufficienti.
È una morale amara? Credo di sì, per lo stesso motivo qui sopra spiegato. Ma allora il tono rincuorato e speranzoso del forestiero, nell’ultima pagina, quanto può stonare?! A me stona molto, perché ciò che traggo da questo finale è un senso di amara inquietudine nello scoprire la visione di un’umanità in cui cane mangia cane per propria convenienza, senza badare a confidenza, affetto, appartenenza e rispetto per la vita. L’uomo è davvero lupo all’uomo, e la produttiva e rispettosa convivenza si può davvero ottenere solo affidandosi a sovrastrutture sociali in cui siamo legati da leggi, regole, divieti, istituzioni che ci impediscano di divorarci l’un l’altro. Sapere che gli uomini non si mangino fra loro solo per il sovrastare di leggi e punizioni, di bastoni e carote, è amaro e tragicamente drammatico. Può starci tutta, come si dice! Mi sta bene questa opinabile visione dell’autore. E’ amaro che il messaggio che ne venga fuori sia questo, quasi a sottolineare che il male sia la nostra natura e il bene sia la nostra capacità di autocontrollo. E’ affascinante, ma un po’ sterile e negativa come visione. Tutto è opinabile. Ma non quando questo messaggio pare essere per il forestiero fonte di serenità. Egli sembra mettere finalmente a tacere i propri demoni, facendo questa considerazione. Quando invece essi dovrebbero francamente essere foraggiati da tutto ciò, dannandolo ancora di più.

Lasciando però perdere questa mia critica stilistica, posso passare a considerare che anche in “Pensiero violento” di Voyager la visione è più o meno concorde con tutto ciò: B’Elanna e Tuvok, due estremi opposti per quanto riguarda la capacità di autocontrollo, sarebbero sostanzialmente simili in quanto ad essenza. Persino Tuvok possiede in sè pensieri fra i più oscuri e istinti fra i più violenti. Ne darà prova lui stesso, operando una fusione mentale con un abitante del pianetucolo di turno, su cui si è addirittura sviluppato un mercato nero di pensieri violenti. Mercato nero di pensieri violenti… Quasi a suggerire che sradicare l’oscurità dall’animo umano (o bipede vivente in generale, intendiamoci) sia impresa non solo ardua, quanto inutile e soprattutto devastante, perché sarebbe come privarlo di una parte fondamentale di sé. “L’uomo” ha bisogno della sua negatività. L’oscurità è in Tuvok, come è in B’Elanna, ma la differenza fra loro è la semplice capacità di controllarne gli effetti pratici e di dare ad essa sfogo o repressione. Così come uguali sono le pulsioni e gli istintivi pensieri di Tuvok e uno degli alieni che sul pianeta compiranno degli efferati delitti. Il più calmo, il più controllato, il più ligio e razionale essere vivente può rivelare la peggiore oscurità e la migliore capacità di reprimerla. A fare la differenza è la coscienza, no?
È la gestione dei nostri istinti a renderci diversi, perché pare che sia gli scrittori di Voyager che Coelho vogliano suggerirci unanimemente che, lasciati senza filtri e controlli dati da sovrastrutture o da strutture morali autoindotte e assimilate dall’esterno, saremmo tutti dei paurosi assassini, ladri e stupratori. Sono le leggi, le istituzioni e la morale a noi derivante dall’educazione e dal costume sociale superficialmente percepito ad avere più o meno effetto in noi, a seconda di quanto sia più o meno interiorizzato in noi l’effetto di queste sovrastrutture o influssi educativi esterni che ci facciano percepire cosa è giusto e cosa non lo sia. Come su Vulcano si reprime la violenza con il controllo e la repressione di ogni emozione, così l’uomo di circonda di sovrastrutture e “autocastrazioni” morali e materiali per evitare che l’uomo sia lupo all’uomo. Ma quanto può scaldarci il cuore l’idea del bene come coscienza, se la coscienza è composta da limiti e legami autoinflitti o applicati a causa di interiorizzazioni di valori assimilati? Non mi scalda il cuore pensare che la coscienza sia sostanzialmente un trattenere se stessi e non abbia un carattere leggermente più “innato” e facile da perseguire. Anche perché questa visione renderebbe quasi poetica e mirata la giustizia dei Mari, per i quali ciò che davvero è bene corrisponde all’assenza di pensieri negativi e quindi alla purga dello spirito, come strumento meno aberrante della castrazione di impulsi che realmente percepiamo. In effetti se il bene corrispondesse ad una pura autorepressione, preferirei quasi non dovermi reprimere. Mi sentirei sminuito se così fosse davvero. Lo trovo troppo riduttivo, o forse terrificante. Un circolo vizioso in cui mi rifiuto di addentrarmi perché già non sono convinto della sua ipotesi, figuriamoci della sua tesi e derivazioni! Più procedo e meno mi è chiaro. Non mi convince a pieno… fatemi sapere, se vi capita, cosa ne pensate.


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