QUANTO MANCA AL 24ESIMO SECOLO?
di Matteo "Norton" Bistoletti

Ultimamente, a causa dei recenti avvenimenti, in Italia si fa un gran parlare di questo famigerato “relativismo etico”, tanto che nell’ormai solito supplizio che precede la stesura di ogni mio articolo alla ricerca della giusta ispirazione ho deciso di dire un po’ anche la mia sull’argomento parlandone ancora una volta tra le pagine della nostra rivista. Infatti quella che potrebbe sembrare una moda o una tendenza sociale, stilistica e linguistica tutta italiana degli ultimi tempi, è in realtà un concetto vecchio come il mondo, e che soprattutto noi trekker dovremmo conoscere molto bene, come già sottolineato da precedenti articoli su questa rubrica.

Fin dal suo principio Star Trek si distingue dalle altre serie di fantascienza mettendo sul ponte di comando un insieme eterogeneo, e nel contempo unito tanto da divenire amicizia, di persone assolutamente diverse tra loro, vuoi nell’aspetto esteriore (fattore all’epoca come oggigiorno non del tutto secondario al di là di facili moralismi), vuoi nel comportamento interiore (nella figura di un alieno più diverso interiormente che esteriormente se si pensa agli alieni figurativi finora rappresentati dal cinema).
Ma questo é solo l’inizio: le serie storiche di Star Trek, quelle create da Gene Roddenberry per intenderci, devono il loro incredibile successo ad una parola che spesso viene loro attribuita: utopia. Infatti questo concetto, solo in apparenza banale, di sette persone così diverse tra loro che sviluppano collaborazione e poi amicizia si è tramutato e sviluppato negli anni in quella che viene da molti definita la filosofia Trek. L’utopia creata e voluta da Roddenberry e coadiuvata da molti suoi stretti collaboratori si sviluppa attraverso concetti come l’IDIC, la Prima direttiva oppure storie come “Una vita a metà” o “Primo contatto”.
Dove, dentro tutto ciò, si inserisce il concetto di relativismo etico? Ovviamente nell’utopia. Star Trek è utopico non solo nel suo essere all’avanguardia o un universo talmente positivo a cui l’uomo dovrebbe tendere, esso resta e resterà sempre un utopia proprio per l’impossibilità, forse innata nell’uomo, di raggiungere un tale progresso.

Il relativismo etico assoluto è altrettanto utopico? È altrettanto giusto?
Forse un esempio ci può aiutare a fare chiarezza ed è lo stesso esempio che presi diversi anni fa in un mio articolo dedicato al concetto di alienità e diversità nel contesto Trek. In “Una vita a metà” la situazione tende al paradossale. Da una parte abbiamo una società che secondo la nostra etica si comporta in modo aberrante e selvaggio, dall’altra abbiamo una Federazione che rispecchia quelli che sono i valori etici comuni alla nostra società.
Al di là delle differenze che all’interno della nostra società possono esistere nei confronti di concetti quali l’etica e la morale e ai quali per l’appunto i così detti progressisti si appellano al relativismo etico nei confronti dei altrettanto cosiddetti conservatori, esistono dei concetti che sembrano essere di comune accordo e che ne “Una vita a metà” sembrano trovare ampio consenso. Insomma quanti di noi guardando la puntata non hanno provato disgusto o quantomeno contrarietà al comportamento di questa razza aliena che condanna a morte i propri anziani? La conclusione di Star Trek però ci spiazza e sorprende e, attraverso la Prima direttiva, compie un passo che già definii da gigante: esso non sceglie di mostrarci un giusto e uno sbagliato in una situazione già di per sé ovvia, ma ci fa cogliere il concetto di diverso, o appunto di relativismo etico. Picard e soci, rappresentanti della nostra morale, non sono d’accordo, ma non si pongono al centro dell’universo con la loro cultura e morale per giudicare gli altri.
Detto così, le conclusioni sono di una forza morale impressionante e Star Trek si distingue così dalla massa di opere televisive e di fantascienza per la sua a tratti sconvolgente lungimiranza e attrattiva intellettuale e filosofica.
Il relativismo etico, chiamato forse in codice Prima direttiva o IDIC (ovvero il fascino nella diversità, non il suo timore), trova in Star Trek il suo punto di forza e ne definisce la stessa utopia che l’ha resa una serie unica nella storia.
Insomma a quanto sembra il relativismo etico è la farina della pagnotta Trek!

Ma quanti passi verso questa utopica visione della morale abbiamo fatto nel nostro presente? Come dicevo, lo spunto di questo articolo è nato in ambito dei recenti fatti mondani avvenuti in Italia, Spagna, in Svizzera o più generalmente in Europa. Non per nulla di relativismo si é tanto parlato durante l’elezione del nuovo papa che, a detta sua, si propone come ostacolo a questa concezione. Se a ciò si aggiunge l’opposizione, vana, alla giurisdizione in materia di coppie omosessuali in Europa oppure all’avversione, meno vana, alle recenti votazioni italiane sulla ricerca in ambito cellulare, viene da chiedersi se davvero tutta l’umanità tenda davvero verso questa utopia relativista e se davvero essa sia per forza di cose nel giusto.
A quanto sembra oggi siamo in molti a non considerare il relativismo etico come segno di progresso, ma piuttosto si cercano dei valori morali ed esistenziali che possano essere assoluti e validi per tutti, impresa ancora più utopica del relativismo stesso in quanto lo stesso Star Trek, sempre citando la puntata descritta sopra, si arrende all’evidenza che non esistono valori assoluti. Lo stesso Picard applica la stessa scala di valori verso un ragazzo umano, Jono, solo perché tale, dimenticando quello che lui realmente è: in “Improvvisamente umano” (altra puntata emblematica su questo argomento) Picard apprende a pieno il significato di relativismo etico, pagandone un sacrificio sulla propria pelle nonché sui propri sentimenti. Paradossalmente anche gli esseri più simili tra loro possono avere un etica diversa, ma non deve ciò precluderne il rispetto, per quanto a volte sia difficile

Nella diversità è quindi giusto imporre i nostri valori?
Se ad una società vengono imposte delle proibizioni è sempre segno di mancanza di progressismo?
E se uno stato proibisce aborto, eutanasia, ricerca sulle cellule staminali, sodalizi omosessuali, apertura dei suoi confini geopolitici diventa meno relativista o con una scala di valori più conservatrice? Cioè meno tendente al futuro. Cioè meno trekker? Cioè meno “buono”?
Eppure già mille Trekker staranno impugnando le loro pistole per darmi contro…no, no aspettate…
Ma fino a che punto possiamo spingerci in definitiva?
Quanto appoggio e relativismo etico possiamo concedere ed applicare se la storia di “Una vita a metà” fosse vera? Quanto appoggio e relativismo concediamo noi stessi alla cultura (ai nostri occhi) repressiva nei confronti delle donne dei musulmani fortemente praticanti? Quanto relativismo etico siamo disposti a concedere nei confronti di assassini, dittatori o pedofili? Quanto relativismo etico concediamo ogni giorno, nel nostro piccolo quotidiano, nei confronti del nostro collega d’ufficio o del cameriere al bar o del nostro migliore amico o peggior concorrente?
La risposta più banale sarebbe quella di dire che il relativismo è accettato finché non danneggia la felicità e l’integrità altrui, ma porre dei chiari limiti può a volte essere difficile. Se per taluni un uomo ucciso equivale all’aborto, per altri un embrione ha un valore ben diverso di un bambino di cinque anni.
Non mi sento di dire chi abbia ragione o meno, ma penso sia giusto che ognuno di noi abbia il diritto di porsi questa domanda e darsi una riposta liberamente. Compiere il bene o compiere il male, compresi la loro definizione, fanno parte del nostro libero arbitrio e come tali vanno rispettati. Un insieme di regole di base comune serve a noi per darci la possibilità di rispecchiarci in una società che vede corrisposto il nostro modo di essere. Se così non fosse bisognerebbe avere il coraggio di andarsene come stava per fare Timicin o Jono nelle puntate di Star Trek, alla ricerca di una società che sappia esaltare il nostro vero io.
Forse è proprio questa la vera utopia portata sugli schermi da Star Trek: un universo, un mondo, una società che sostiene ed esalta i propri singoli individui con le loro peculiarità, nelle loro diversità e nelle loro somiglianze e nel contempo rispetta e convive, senza giudizio di sorta ma addirittura con occhio attento e curioso di apprendere e rapportarsi, con chi le sta vicino.

Da questo siamo purtroppo ancora lontani…

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