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ODE
AL DISORDINE
di Chiara Salvioni
C’era
una volta un’entità superiore il cui passatempo preferito
era farsi gioco degli esseri umani per la loro semplicità. L’entità
amava burlarsi, in particolare, di un gruppo di esseri umani sopra tutti:
come fossero animaletti da laboratorio, spesso li poneva in situazioni
irritanti e fastidiose che al medesimo tempo erano irripetibili sfide
al senso comune; grazie a simili occasioni, essi arrivarono a intuire
che la freccia del tempo poteva essere distorta, piegata e intrecciata,
in contraddizione con la linearità che avevano sempre creduto essere
irrinunciabile. Capirono inoltre come la natura umana riservasse loro
ancora molte sorprese. L’entità si chiamava Q
e il gruppo di persone era l’equipaggio della nave stellare Enterprise
D. Eppure l’entità superiore non aveva ancora fatto
i conti con un altro gruppo di persone, su un altro frammento di pianeta
Terra disperso nello spazio; era cosciente della loro esistenza ed era
anche stato a trovarli, ma ahimè, non ne era venuto fuori nulla
di interessante: perché su Deep Space Nine, nei giorni della visita
di Q, nemmeno si presagiva quali cataclismi si sarebbero scatenati qualche
anno dopo. Cataclismi nati per dividere, non occorre certo ricordarlo,
la mandria dei trekker fra ostinati adoratori e strenui avversari della
serie.
Perché
amare Deep Space Nine? Che domande, per le stesse ragioni per cui è
odiata. Ds9 è estranea a ogni discorso inerente Star Trek e allo
stesso tempo ne rappresenta la più raffinata evoluzione. Alcuni
ne apprezzano i toni e gli argomenti maturi, altri si chiedono se questa
sua maturità non costi troppo in termini di idealismo; alcuni adorano
l’espediente narrativo della guerra, altri ne valutano la presenza
come un tradimento; alcuni si trovano a loro agio fra i meandri della
diplomazia, altri vi trovano riflessa la meschinità della politica.
Per quanto mi riguarda, io me ne sto comoda nella prima categoria di appassionati
per così tanti motivi da non poterli elencare nel corso di una
sola vita. Di uno di questi motivi, tuttavia, vorrei parlare ora: ed è
il fatto che le parole chiave per interpretare questa serie sono “caos”
e “complessità”.
Uno
degli aspetti che hanno reso affascinante Deep Space Nine ai miei occhi
è il modo in cui poggia sui contrasti. Pensateci: ad esempio, il
macrocosmo della Storia che cambia opposto al microcosmo delle relazioni
personali, oppure le ragioni temporali della guerra contro la ricerca
della spiritualità. In questa serie, più delle altre, si
avverte la presenza di forze nascoste che reggono le fila delle vicende
spingendole in direzioni opposte: Ds9 sembra spesso un brodo primordiale
ribollente di pulsioni dai cui contrasti nasce la vita della trama. Un
magma, ecco come potrei definirla. Ma non solo. La cosa che più
mi ha stupito di questa serie la prima volta in cui, dopo la quarta stagione,
mi sono messa a riflettere su quanto avessi visto, è la sua scarsa
linearità. Tutte queste pulsioni ribollenti non hanno ordine. Dov’è
la compostezza di Picard, l’eleganza neoclassica
della sua razionalità? Dissolta, come i filosofeggiamenti espliciti,
discussi ad alta voce, di cui in Ds9 non esiste traccia. Tanto importante
è la parola in Tng, quanto lo è l’azione in Ds9: non
per nulla il suo protagonista, Benjamin Sisko, è
spesso descritto come un uomo che ama stare in mezzo ai fatti. A Ds9 manca
il potere salvifico della parola, l’unico strumento capace di razionalizzare
gli eventi, di chiuderli in una cornice, di dare loro, per l’appunto,
ordine. Il suo tratto dominante è l’impossibilità
di spiegare, che a tratti compare anche in Tng, sebbene in modo non sistematico.
Se
è vero che l’essenza di ogni serie di Star Trek è
sublimata nella figura di ciascun capitano, per capire qualcosa sulla
distanza fra Tng e Ds9 dobbiamo tornare alla visita di Q a Sisko &
Co. L’ episodio della prima stagione “Per amore di
Q” non è memorabile fatta eccezione per un breve
scambio di battute fra l’entità e il Capitano: “Mi
hai colpito, Picard non l’avrebbe mai fatto!” “Io non
sono Picard”. Lapalissiano, certo, ma è molto più
di questo. Picard e Sisko non sono solo banalmente diversi; sono davvero
l’uno l’opposto dell’altro. Pensiamo alle due esperienze
di “vite virtuali” (se così mi è concesso chiamarle)
passate da entrambi, al modo in cui si svolgono e al sentimento con cui
si chiudono. “Una vita per ricordare” è
quella di Picard: tramutato nel Ressikiano Kamin, l’uomo lotta con
calma determinazione per tornare alla sua Enterprise. È la pacatezza
a contraddistinguerlo, alle volte una certa freddezza; e quando si risveglia
di nuovo come Picard, tutta la vita che ha appena passato è racchiusa
nella melodia di un flauto, un telaio su cui riannodare e comprendere
razionalmente un evento straordinario. Per Sisko, invece, dobbiamo parlare
di “Lontano, oltre le stelle” e del disegnatore
Benny Russell, della sua battaglia senza respiro che sfiora la follia
e si chiude con rabbia. Da una parte la tranquilla determinazione, dall’altra
la collera; una melodia contro urla furiose. E mentre la musica, nel caso
di Picard, riesce a riordinare agli occhi della ragione il corso degli
eventi, a Sisko cosa rimane? Ombre e simboli: pareti intere di un manicomio
su cui scrivere senza sosta, in modo scomposto, la storia infinita della
stazione spaziale. I simboli parlano a Sisko seguendo la via delle emozioni,
mai quella dell’intelletto, come in “Estasi”,
e i simboli rappresentano Ds9 proprio come la parola rappresenta Tng.
Per questo motivo nella serie a vincere è il disordine, il caos
che genera complessità.
Ecco
spiegato come mai Q avrebbe avuto filo da torcere, se invece dell’Enterprise
qualche anno più tardi avesse rotto le uova nel paniere ai Niners:
avrebbe trovato qualcuno che alla linearità aveva già rinunciato
da un pezzo. Dopotutto non si può fare altro quando hai per vicini
di casa i Profeti, che fin dal pilot mettono bene in
chiaro la loro non linearità; guarda caso sono proprio loro a inviare
a Sisko, l’Emissario, i simboli di cui parlavamo. Che li chiamiate
dei o alieni del tunnel spaziale, con o senza aura mistica, è fuor
di dubbio che essi marchino sulle vicende della stazione la scia di una
freccia del tempo distorta e intrecciata.
Tuttavia
non è semplice abbandonarsi al disordine. Parlavamo prima del fatto
che la vitalità di Ds9 sia dovuta ai grandi contrasti su cui essa
poggia: fra questi c’è senz’altro il tentativo di combattere
con l'ordine il disordine. Nello stesso equipaggio, ad esempio, i due
personaggi che più stentano ad adeguarsi alla mancanza di linearità
sono Odo e Worf. Il mutaforma non riesce
a conciliare la sua severità con l’amore che prova per Kira.
È questo sentimento a devastarlo completamente e a distruggere
il suo innato bisogno di ordine, come dimostra in “Fuoco
incrociato” quando, ingelosito da Shakaar, perde il controllo
di se stesso. Anche Worf ha enormi difficoltà nell’abituarsi
alla vita irregolare della stazione. Tutto sull’Enterprise era bianco
o nero; ma su Ds9, gli dice Sisko nell’episodio “Il
giuramento di Ippocrate”, è questione di sfumature
di grigio. Il mutaforma e il klingon trovano, nella loro richiesta di
rigore materiale e comportamentale, un forte punto d’unione a cui
entrambi dovranno rinunciare: Odo sceglierà di unirsi ai suoi simili
malati nel Grande Legame e Worf accetterà, ormai placato, la presenza
di una parte della sua Jadzia in Ezri Dax. Ma l’aspetto più
interessante della complessità di Ds9 è dovuto al fatto
che nei “massimi sistemi” la manichea opposizione fra bene
e male diventa la lotta del disordine contro l’ordine. Già,
il disordine è dalla parte giusta della barricata. I veri nemici
sono i Fondatori, coloro che combattono per imporre ordine
all’universo. Ma sono destinati a perdere poiché si oppongono
alla natura delle cose, che consiste nel trovare equilibrio nel disordine.
Le altre serie
di Star Trek non condividono questa visione del mondo e sono perlopiù
costruite sulla linearità, magari con qualche piccola deviazione.
Ciò non toglie nulla al loro valore. Si tratta solo di punti di
vista: è un po’ come scegliere se osservare il ciclone dalle
finestre di un edificio ben protetto o volare insieme a lui, nel mezzo
del vortice, nel suo occhio.
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