SIN CITY: LA CITTA' DEL PECCATO
di
Fabio Occhiuto



-- Il sole è ormai basso, fumo un’ultima sigaretta prima di entrare nella sala.
L’aria umida rende ogni passo pesante, non so a cosa vado incontro.
La donna alla cassa scruta il padre ed il figlio con aria sorpresa, e bisbiglia un “…è un film molto violento…”, ma l’uomo non se ne cura ed il bambino ride…
Mentre ripenso ai bei tempi, alle emozioni, ai colpi bassi che la storia di Miller mi aveva suscitato, l’odore acre che permea le mie narici mi avverte che sto fumando il filtro.
Butto la cicca, o ciò che ne resta, la cassiera mi fa un cenno di intesa, è ora di andare.
Entro.
L’attesa sarà breve, batto il tempo tornando con la memoria a Marv, a Dwight, a Goldie, alla cura maniacale dei dettagli che Miller mette in ogni sua opera, ai suoi giochi di luce, alle atmosfere anni 50 cariche di fumo e dense di “sporcizia” tipiche della Città del Peccato…
Mi domando se vedrò tutto questo…
La musica cessa, mentre, lentamente, si spengono le luci… --

Premetto di essere un grande estimatore di Frank Miller, dai tempi del “Ritorno del Cavaliere Oscuro”, passando per le innumerevoli storie scritte per la Marvel, dalla saga di Elektra, a produzioni indipendenti come l’epopea di Martha Washington.

Sin City, il fumetto, è un'opera d’arte. Ogni tavola comunica visivamente emozioni contrastanti, si passa dagli sguardi lascivi delle “donnine” che operano nella città vecchia, a tavole di inaudita durezza e decisamente “forti” come impatto visivo.
Le storie raccontate da Miller hanno un ritmo lento, l’atmosfera che si respira riprende a pieni mani l’america anni’50 raccontata da Chandler, i sobborghi degradati, le stanze d’albergo in cui l’unico sollievo è dato da un ventilatore che rende meno asfissiante l’afa notturna, le perversioni umane e la disperazione dell’uomo che vuole continuare a “sopravvivere”.
Del fumetto è stato detto ormai tutto, o lo si ama o lo si odia, ma una cosa è certa, non può lasciare indifferenti.
Il primo interrogativo che mi sono posto, prima di andare al cinema, riguardava la difficoltà di rendere, nel film, la stessa carica dinamica che le tavole di Miller riescono a trasmettere, oltre agli evidenti “esercizi stilistici” che promanano dalle suddette, rigorosamente in bianco e nero, e solo a tratti “macchiate” da spruzzi di colore.
Non nascondo che, viste le ultime prove incolori, a mio avviso, di Robert Rodriguez, temevo dover assistere ad un insulso fumettone multispettacolare ma privo di qualunque spessore.
Mai impressione fu più sbagliata…

Fin dalle prime inquadrature il film proietta lo spettatore nella stessa realtà del fumetto, in quell’atmosfera satinata, grigia e opprimente, decisamente retrò, che è resa magnificamente dalla scelta del regista di usare il bianco e nero, scelta che si adatta perfettamente alle storie raccontate e che è coerente con la versione cartacea.
Il film racconta principalmente le tre storie narrate da Miller nelle graphic novels "The Hard Goodbye" (Sin City), "The Big Fat Kill" (Un’abbuffata di morte) e "That Yellow Bastard" (Quel bastardo giallo), e propone anche la storia breve "The Customer is Always Right" (Il cliente ha sempre ragione), ed una piccola citazione di "A Dame To Kill For" (Una donna per cui uccidere).
Le storie sono indipendenti tra di loro, anche se in alcuni momenti si intersecano per via di alcuni elementi comuni, e lo strumento usato dal regista è quello dello “sfasamento temporale” proprio di film come Pulp Fiction (ed è qui , a mio parere, che si nota la collaborazione di Tarantino al film).
L’appassionato del fumetto non viene assolutamente deluso, la cura del dettaglio è maniacale (grazie alla supervisione di Miller), persino i cerotti sul viso di Marv rispecchiano perfettamente i disegni del comic book, le inquadrature non possono non dare allo spettatore quel senso di dejà vu, massima espressione satisfattoria per il “fan” che, quindi, viene immediatamente riportato con la memoria alle tavole disegnate.
Nonostante l’appassionato sappia benissimo come la storia si evolverà, quali siano i colpi di scena ed i momenti “duri” della narrazione, il film riesce a far sobbalzare, in determinati frangenti (e non sto a dire dove..), anche lo spettatore più smaliziato, segno evidente che la “sospensione dell’incredulità” (l’immedesimazione dello spettatore nella situazione di fantasia, che viene quindi considerata come reale o possibile) è praticamente totale, anche questo, segno evidente dell’ottima regia.
Ci troviamo, pertanto, di fronte ad uno di quei rari casi in cui il film non è una trasposizione del fumetto, ma è il fumetto a diventare un vero e proprio film.
Lo spettatore che invece non conosce il fumetto, si troverà catapultato in una realtà durissima, estremamente ardua da “digerire”, con situazioni estreme che difficilmente possono “passare inosservate”, in taluni casi, dei veri e propri pugni nello stomaco che sicuramente lasciano il segno e che non possono non intaccare quella che è una sensibilità “ordinaria”.
La durezza delle situazioni viene sicuramente compensata dalle scelte stilistiche che permeano il film, che, a livello di impatto visivo, non teme confronti, e che sorprenderanno anche lo spettatore più avvezzo ad effetti speciali et similia.

Un’ultima considerazione sui personaggi e sul cast.
Ogni personaggio ha una caratterizzazione decisa, quasi stereotipata, il poliziotto rude ma sentimentale, lo psicopatico bastardo fino al midollo, le donne bellissime, l’assassino “forzuto” ma a suo modo dal cuore d’oro, e così via, il tutto grazie al sapiente “script” di Miller, che anche in questo si rivela geniale.
Ma la cosa che mi ha favorevolmente colpito riguarda la scelta del cast.
Bruce Willis è perfettamente a suo agio in un ruolo che sembra essergli stato cucito addosso, e finalmente sfugge da quel personaggio “macho” e simpatico che troppe volte ha interpretato.
Mickey Rourke è praticamente Marv, il trucco e la recitazione sopra le righe hanno reso magistralmente il personaggio, non facile da interpretare senza scadere nel caricaturale.
Notevole anche Benicio del Toro, dotato di un volto adattissimo per il ruolo che ha interpretato, e la trasformazione di Elijah Wood che smessi i panni dell’hobbit Frodo diventa un cannibale assassino…
Le donne poi, sono bellissime, forti nello spirito, molto ben definite come “character”, mi è molto piaciuta Rosario Dawson, che sprizza sensualità da tutti i pori e Jessica Alba che riesce a rendere bene la figura di una donna che, nelle situazioni in cui viene a trovarsi, mantiene vivi i propri sentimenti e la propria coerenza.
Potrei fare una miriade di altre osservazioni o commenti, ma li lascio ai veri critici…
Un'ultima cosa, il film può piacere o meno, ma state pure certi che non imprecherete per aver pagato il prezzo del biglietto.

--Si riaccendono le luci. Inizio a sentire il bisogno della nicotina.
Mi manca l’aria. Asciugo le stille di sudore sul mio collo.
Esco dalla sala.
Mi sento soddisfatto.
Guardo la cassiera e le abbozzò un sorriso.
Prendo lo Zippo, me lo rigiro tra le dita, apro il pacchetto, e noto che fuori ormai la notte ha avvolto tutto.
Accendo e assaporo come fosse la prima volta.
La cassiera guarda il padre ed il figlio…
L’uomo volge lo sguardo a terra, sembra stanco.
Il bambino ride di nuovo, e incrociando gli occhi della donna dice “…era bellissimo”.
Arrivederci Basin City, benvenuta Città del Peccato.

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