 |
|
DARTH VADER
E' MIO PADRE
di Fabio
Miele
Parlando di libri, film o altre
esperienze artistiche si è spesso usi dire quanto abbiano contribuito
al nostro formarci. Il discorso vale per un Michelangelo, un Dante Alighieri,
uno Svevo, Picasso magari e anche Wilde, Monet e ogni grande nome possa
venirvi in mente. Ma anche se un grande nome fa sempre bella figura quando
lo citate nel vostro “curriculum” cultural-formativo, per
molti di noi ci sono nomi che raramente raggiungono lo status di “cultura”,
se non altro quella elevata, ma che è grazie a loro che la vostra
cultura, il vostro carattere, la vostra filosofia magari si è formata.
Un Lucas o un Tolkien o un Roddenberry a volte, senza rendercene conto,
sono da un punto di vista personale stati importanti quanto potrebbe esserlo
un Aristotele. Non ditelo in giro o vi guarderanno storto, non dite che
hanno fatto comunque la storia del cinema, della letteratura (Il Signore
degli Anelli è stato comunque votato tra i migliori romanzi
del ‘900) o che hanno rappresentato uno stile di una grande
fetta del secolo scorso o del momento contemporaneo. Tantissimi mondi,
universi, di fantasia che sono stati per molti di noi delle vere esperienze
formative. Esperienze che per certi versi, anche se può sembrare
paradossale, ci hanno condizionato la vita, anche solo per averci fatto
fare delle conoscenze al posto di altre; per averci fatto pensare le cose
in una chiave piuttosto che in un’altra. Anche solo per averci fatto
credere, quel giorno che avviliti ci trovavamo davanti ad un problema
insormontabile, che la Forza potesse essere con noi, che dovevamo pensare
positivo, che dovevamo magari usare quell’aplomb e quella sicurezza
di origine vulcaniana, quella tolleranza dettata dall’IDIC o che,
semplicemente, dovevamo fare tutto il possibile con il tempo che ci veniva
messo a disposizione. Tanti piccoli, minuscoli, a volte incomprensibili
insegnamenti derivanti da qualcosa che per molta “gente normale”
non sono altro che scemenze messe su come vuoto spettacolo della tv, del
cinema o come volo pindarico su carta e con una valenza paragonabile poco
più ad uno svago o riempitivo tra le cose importanti.
Ma l’uomo attinge energia da ogni cosa, trova agganci nei luoghi
impensabili, e si può dire che sia capace di guadagnare crediti
formativi da ciò che dovrebbe essere solo svago. Io, nonostante
non faccia curriculum, devo tantissimo alla fantasia (e chi segue i miei
articoli strampalati conosce questo mio concetto) e questa fantasia mi
ha aiutato e continua adesso più che mai ad aiutarmi. Dove voglio
arrivare? Ad un esperimento di fantasia, come è mio solito. Al
pensiero di come essa agisca sulla realtà fino a farti immaginare
cose. Insomma, a noi che amiamo l’impossibile non servono stupefacenti
per vedere ciò che non esiste. Sappiamo svagarci lasciando che
la mente vada a ruota libera. Siamo come bambini in stasi che anche a
trent’anni hanno un amico immaginario o, perché no, un padre
immaginario...
Vi parlerò di uno di questi miei padri.
Una delle figure più intriganti della vecchia trilogia di Guerre
Stellari (l’Unica trilogia, la Vera, l’Insuperabile,
come il tonno, diranno alcuni) per me, e non solo per me ne sono certo,
è stato Darth Vader. Devo molto a questa figura
inespressiva ma capace di profonde suggestioni, spesso legate alla nostra
stessa oscurità. Nonostante lo abbia conosciuto tardi, nonostante
da bambino non lo conoscessi affatto, l’ho sempre trovato un personaggio
intrigante e altamente (ALTAMENTE) ricco di spessore e profondità
psicologica nonostante per molti sia solo il cattivo della trilogia, il
nemico che mette la spada laser tra le ruote dei buoni. Per me, che ho
avuto un rapporto complicatissimo con mio padre, era la figura enigmatica
che stimolava non solo la fantasia ma i sentimenti e il richiamo verso
altri e più tangibili lati oscuri fino a sfiorare la volontà
di affrontarli e debellarli. È stato un rapporto anch’esso
enigmatico, in quanto io figlio di genitori separati e per diverso tempo
sono cresciuto solo con mio padre. E lui era una figura che metteva soggezione,
che spartiva col mondo lunghi silenzi ma che sapeva trasmettere tutto
con uno sguardo. Sapevi cosa stavi rischiando prima ancora che lui provasse
anche solo lontanamente a minacciarti. Era un padre chiuso ma che improvvisamente,
se riusciva a vedere la luce attraverso i tuoi occhi vacillava, tentennava
come a domandarsi (ma mai apertamente) se non fosse eccessivo quel suo
essere così... così lui. Un rapporto complicato. Ecco perché
quando penso a Darth Vader posso dire di vederci qualcosa di conosciuto.
Perché, anche se alla lontana e con molto azzardo mi ricorda qualcosa,
per certi versi risveglia in me sentimenti di uno strano e complesso rapporto
con mio padre. Quella maschera nera riporta alla inespressività
sul volto della prima persona che ho cercato di conoscere a fondo senza
esserci mai riuscito. A lungo lo guardavo mentre lui stava lì in
silenzio. Una presenza. Una presenza di pura autorità. Ecco perché
forse il lontanissimo collegamento, ecco perché i momenti più
belli della vecchia trilogia per me sono quelle inquadrature sul casco
nero, senza espressioni, dove però ti sembra di intuire cosa sia
al lavoro dietro quelle lenti. Il pensiero di un padre che non sa come
essere padre. Quando Vader fissa gli alberi della luna di Endor dopo l’incontro
col figlio o quando fissa lo spazio nell’orbita di Bespin. Momenti
in cui capisci quanto un rapporto possa incrinare qualunque maschera,
qualunque voglia di essere parte integrante del lato oscuro. Qualcosa
di lontanamente simile ad una dimostrazione di affetto e di lotta fra
quell’affetto e l’oscurità che quel padre ha deciso
di abbracciare ma che solo un figlio può a suo modo diradare. Certo,
è un parallelismo azzardato quello tra un padre e un signore dei
Sith, ma vado da solo a ricercare le motivazioni di questa mia passione
per il personaggio in quelle che sono state le mie personali complicazioni
di vita. Qui entriamo veramente nell’articolo, le cose sarebbero
state decisamente differenti se lui fosse davvero stato mio padre. Nel
mio eterno gioco del se fosse, così come da bambino mi immaginavo
i personaggi dei videogiochi prendere vita e l’omino di Kung
Fu andare a prendere a cazzotti quel ragazzo più grande
di me che mi prendeva sempre in giro, posso pensare ad una realtà
fantastica in cui Darth Vader fosse stato davvero mio padre. Quale bambino,
nonostante la negatività intrinseca di questo anti-eroe, non l’avrebbe
desiderato? Insomma, quale bambino non amerebbe dire “mio
padre è Darth Vader!” alla propria maestra. “Ma,
Fabietto,” mi vedo la maestra, “tu guardi la televisione
molto spesso, vero?”
“No, no, signora maestra, mio padre è davvero Darth
Vader!”
E tutti i compagnetti a darti del cazzaro. E tu lì, mogio mogio
in un angolo, a guardarli di sottecchi mentre il tuo rancore cuoce lento
al tegamino. Vedrete, manica di ciucciatette, vedrete.
E immaginatevi la faccia alla prima riunione con i genitori.
“Signora maestra, ecco mio padre.”
“Ah, Fabietto, finalmente! Non vedevo l’ora di conoscer...”
e poi lo sbigottimento davanti a quei due metri di cuoio e metallo che
la fissano. I bambini a sudare freddo in un angolo. Darth Vader è
mio padre! Ahhh, una scena così non ha prezzo. Una scelta anti
sportiva, non c’è che dire. Abbracciare il lato oscuro non
per pura cattiveria ma per fedele convinzione nel prestigio che possa
derivare da esso. Certo, se Darth Vader fosse stato davvero mio padre,
una vera figura paterna, le cose nella vita sarebbero andate molto diversamente.
Partendo dall’infanzia, già me lo vedrei al reparto maternità,
al di là di quel vetro, assieme a tanti altri genitori. Svettante
sopra gli altri genitori. Guardare verso quelle culle senza chiedersi,
come gli altri, quale fosse suo figlio, ma assolutamente certo di chi
fosse. Che papà il mio papà! Con gli occhi, nascosti dalle
lenti, già fissati su di me. Massì, crediamoci come se fossi
ancora bambino. Sì, sì, è tutto vero. Darth Vader
è mio padre. Mi è stato raccontato che al mio primo incontro
con lui piansi. Questa figura che si affaccia oltre il bordo della culla
e mi dice: “Io sono tuo padre!” e lì il mio primo urlo,
più un vagito direi, mentre l’infermiera mi indica e gli
dice, “Signor Vader, non è un amore? Guardi, questa è
la sua cartella. È tutto a posto, solo i midichlorian un po’
fuori scala ma...”
Certo, un padre molto esigente. Incomprensibile così come per qualunque
figlio è il proprio padre. Ma anche duro da compiacere. Oltremodo
complicato ma capace di spingermi a fare di meglio, a fare di più,
nella convinzione che ogni cosa che faccio sia comunque sbagliata. Come
una eterna sfida a rompergli, metaforicamente, quella nera corazza per
dimostrargli veramente qualcosa.
Eh, sì, è difficile. “Guarda papà,” gli
dico dopo aver realizzato il più grande accrocchio di mattoncini
Lego e viti e bulloni del Meccano che la fantasia possa concepire, “guarda
cosa ho fatto!” tutto gongolante di gioia.
E lui lì. In piedi. Immobile. Un respiro e poi un altro mentre
ammira il mio capolavoro. “Non essere tanto orgoglioso del terrore
tecnologico che hai costruito,” mi dice, “questo è
niente paragonato alla Forza...”
Sigh. “Sì, papà...” e mogio mogio me ne torno
ancora in camera mia. Odio e amore in lotta fra di loro.
Eh sì, un’infanzia difficile. Travagliata. Alla eterna ricerca
di un affetto che forse c’è ma, dannazione, non lo riesco
a vedere.
Come quella volta durante la gita al parco naturale di Endor a cercar
funghi. Mentre davo da mangiare agli Ewoks nonostante un cartello a caratteri
cubitali lo vietasse espressamente. “Cosa stai facendo, figlio?”
“Ah, papà...” raggiante, “guarda, che carini!
Me ne compri uno?”
“Tu non devi occuparti di queste cose.”
“Ma papà, non posso avere un orsetto?”
“No, figlio,” inspirò ed espirò, “è
il tuo destino.”
Sigh.
E le visite dal nonno? Che odio le visite dal nonno. Certo, nonno Palpatine
è quello che si suol dire un nonno vecchio stile, un po’
rachitico anche. Un briciolo di Alzheimer. Me ne stavo lì controvoglia,
davanti alla sua sedia a rotelle mentre ghignante mi fissava come se si
aspettasse da me chissà che cosa. Col tubo degli Smarties sul bracciolo
e lui a dirmi: “Lo desideri, vero? Vuoi prendere questo tubo e ingozzarti.
Lo so, lo sento,” e poi dice cose strane il nonno: “Tu sei
mio, come tuo padre,” e ghigna. E papà lì, in silenzio,
a fissare me e fissare il nonno. Non lo sopporto. Mi annoio. Passo il
tempo con il broncio col nonno che infierisce, “Bene, bene... sento
molto odio in te, bene.”
E papà in un angolo a mormorare: “Prima o poi lo tiro giù
dal balcone...”
Che famiglia difficile.
L’educazione, la scuola, non sono state da meno. Periodo molto complicato.
Certo, quando gli amichetti hanno scoperto che mio padre era Darth Vader
mi hanno un po’ rivalutato ma i loro genitori hanno cominciato a
impedirgli di venire alle mie feste di compleanno o semplicemente a giocare
con me. E dovevo andare a caccia ti topiragni tutto da solo sulla spiaggia.
“Papà, nessuno mi vuole bene a scuola, tu me ne vuoi?”
“No.”
“Dì quello che vuoi ma c’è del buono in te,
lo sento.”
Era il suo turno di fare sigh. L’ho sentito chiaro e amplificato
attraverso il respiratore.
Non era mai soddisfatto di niente. Tranne quando giocavamo a biglie sulla
spiaggia, le rare volte in cui riuscivo a costringerlo a venirci. Facevamo
i percorsi ma lui preferiva quello dritto col buco alla fine. Dava di
quelle schicchere alle sue biglie che mandava le mie sempre fuori. E poi
lì sembrava divertirsi, godere nel distruggermi. Non mi faceva
vincere mai. Ricordo che mi era rimasta una biglia sola, una volta, e
prima di colpirmela mi disse: “I have you now!” in inglese
perfetto e... sbonk!
E poi, improvvisamente se ne andava lasciandomi sul bagnasciuga.
“Dove vai, papà?”
Lui mi guardava, di nuovo con i sentimenti scafandrati. “Vado a
prendermi una granita, non la sopporto la sabbia, si infila dappertutto...”
La maestra Needa, una veneziana, lo temeva particolarmente dal giorno
in cui lo aveva conosciuto e il suo giudizio nei miei confronti si capiva
quanto fosse falsato. Anche lei cominciava ad evitarmi. Smise di interessarsi.
Non mi considerò neppure. Arrivai al punto di dover prendere zero
in condotta per attirare la sua attenzione e quando, presa da risentimento
dopo avermi messo una nota, andò personalmente da mio padre a chiedere
scusa, io rimasi nella stanza accanto a sentire tutto e lì scoprii
quanto mio padre in fondo fosse magnanimo.
“Scuse accettate, insegnante Needa, scuse accettate...”
Thump.
Quel thump non l’ho mai capito. Fu anche l’ultima
volta che vidi la signorina Needa perché mio padre, quando uscì
dal colloquio, mi guardò e mi disse: “Sono io il maestro
ora.”
“Ma come, papà? E gli altri bambini? E le attività
ricreative e associative?”
“Non mi interessano le tue scuse, figlio, vieni con me e domineremo
la galassia!”
La galassia! Certi genitori hanno delle aspettative un tantinello
esagerate. C’era sempre lotta con lui. Mai abbassare la guardia.
Se ti affondava ti diceva “è stato facile,” se invece
lo stupivi al massimo ti diceva “Notevole!”
Ma dei veri sentimenti non ce n’erano, non era possibile vederli,
non era possibile scovarli ma solo lontanamente intuirli, soprattutto
nei silenzi in cui non riuscivi neanche a renderti conto se quegli occhi
oltre le lenti stavano realmente guardando da qualche parte.
Che papà il mio papà! Sì, perché nonostante
tutto, come ogni figlio, sono sempre stato accecato dall’amore per
il padre al punto da trasformare difetti in pregi o comunque giustificarli
in virtù del fatto che quello era mio padre. Come a casa,
quando i padri normali stanno in canotta, ascelle al vento, e magari ruttano
liberamente davanti alla partita di calcio e tu che lo guardi e in qualche
modo, non sai perché, lo ammiri. Il mio l’ho potuto vedere
nella sua camera iperbarica, senza casco, a grattarsi le crosticine.
“Una cremina? Un prodottino naturale alle erbe?” gli proponevo
e lui a guardarmi, con i suoi veri occhi, e solo allora mi rendevo conto
che il casco era necessario. Sì, a nascondere quegli occhi così
penetranti. Forse era meglio vivere nel dubbio che potesse guardarti in
quel modo piuttosto che avere la certezza che lo stesse facendo. Era meglio
immaginare quegli occhi lì piuttosto che vederli davvero. Che carisma
il mio papà! Tra i suoi pochi amici non c’era nessuno che
non lo rispettasse. E anche se di amici ne aveva pochi, lo conoscevano
tutti. Tutti a dargli del milord come fossero tutti, nessuno escluso,
i suoi sudditi.
A volte lo guardo e gli dico: “Papà, mi ci porti al Luna
Park?”
“No.”
“Perché no?”
“Perché è goffo ed è stupido,” mi dice
lui. Fine della storia. Mi voleva sempre inquadrato. E non era facile,
non facile dare retta alle sue aspettative per ventiquattro ore su ventiquattro.
Avrebbe preferito forse un clone di se stesso piuttosto che un figlio
indipendente. E quale padre non vuole un clone. Si sente sempre più
spesso che le aspettative di un padre severo condizionano le scelte di
un figlio a volte debole o a volte troppo spinto a compiacere il padre
in tutto. Ma anche questo fa bene. Anche questo, entro i limiti della
normalità, è accettabile. Dimostra comunque la presenza
tangibile di un padre e si può magari dire che un cattivo padre
è meglio di nessun padre. Uscendo dal gioco e dall’ironia
delle pagine precedenti, pensando alla trilogia, si ravvisa chiaramente
la volontà di Luke di salvare il proprio padre ritrovato. Non la
distruzione di un traditore ma la salvezza di un padre, non importa se
assente o completamente deviato, completamente ottuso alle necessità
del proprio figlio e al suo amore. Se la chiave della trilogia originale
era l’amore e la salvezza, la chiave della nuova trilogia è
la corruzione degli animi e degli intenti, le aspettative e le grandi
illusioni, le grandi necessità e il voler avere troppo in fretta
ciò che forse non siamo neanche destinati ad avere. Anche lì
c’è la ricerca di un padre e i danni di una eccessiva volontà
di amare e di essere amati. Per esteso, forse Anakin ha trovato in Palpatine
una figura paterna più vicina e più disponibile di Obi-Wan.
Un padre che lo protegge, lo consiglia, che accetta i suoi capricci e
li asseconda e così finisce per non aiutarlo a crescere. Le metafore
sul rapporto genitore e figlio sono una delle tante facce della trilogia
originale e della nuova. I rapporti tra padri difficili e figli altrettanto
complicati sono alla base di ciò che Lucas ha creato. Per molti
è solo svago e solo esercizi di stile nella grafica computerizzata,
ma se lo si guarda a fondo, senza gli occhi di un esigente e raffinato
critico cinematografico ma con gli occhi di un bambino difficile, si vede
qualcosa che conosciamo bene ed è su quel qualcosa che Star Wars
attecchisce, signor Freud.
Dopotutto, che vi avevo detto? Darth Vader, in un certo senso, è
mio padre. È tuo padre. E il padre di chiunque si sia
lasciato appassionare da questa storia.
Se volete commentare questo articolo scrivete a
Warp
Mail
|