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I
RISCHI DEL COMANDO
di William Shatner e Judith & Garfield Reeves-Stevens
di Riccardo
"Summer" Palazzani
Sì,
lo so, Shatner è uno scrittore tanto quanto io
posso essere Superpollo, ma lui, il divino, continua
imperterrito a mettere la sua ingombrante firma accanto a quella di consumati
scrittori di fantascienza, oscurandoli quasi totalmente.
Senza ombra
di dubbio i meriti letterari vanno a Judith
e Garfield Reeves-Stevens , così come il preciso e
calzante uso dei termini trek, il rispetto della continuità quasi
maniacale, i costanti e piacevoli, per noi super fan, riferimenti esterni
ad episodi e romanzi. Sono una coppia affiatata che ha già prodotto
diversi titoli di cui alcuni tradotti in italiano, come per esempio il
recentemente pubblicato Progetto
Memory, e sostenuto Bill, prendendolo per mano, nelle sue
escursioni letterarie trek.
Allora Shatner
che ci ha messo?
Oltre alla faccia e alle coordinate bancarie per incassare le royalties?
Tempo fa lessi
un'intervista in cui il buon Bill spiegava a parole sue in cosa consistesse
il suo apporto al romanzo, che potrei sintetizzare come l'occhio vigile,
ma non troppo attento, di un padre che segue i compiti pomeridiani dei
figli. Interviene solo in caso di grosse castronerie. Naturalmente per
castronerie intendo tutte le volte in cui il personaggio di Kirk non ha
il massimo della visibilità, non vince un duello, non si porta
a letto l'aliena di turno, l'aliena è bruttina, Picard sembra migliore
di Kirk e così via.
Insomma Shatner, uomo a fine carriera, con una certa età ha da
tempo compreso che il pane arriva direttamente dalla mensa dell'Enterprise
e non si fa troppe remore di sfruttare il sintetizzatore fino al consumo
dei cristalli di dilitio!
Dopo la prima trilogia, composta dai romanzi Le Ceneri del Paradiso,
Il Ritorno,
Il Vendicatore, la seconda trilogia, composta dai romanzi
Il Fantasma, Vittoria Oscura e I
Protettori, incentrati sulla figura dell'immarcescibile capitano
Kirk, rimesso a nuovo dai Borg dopo essere precipitato da una rupe su
Veridiano III, lottando fianco a fianco con Picard per sconfiggere il
povero dottor Soran, nuovamente pronto a lottare per il destino della
Galassia, seppur coadiuvato dal capitano Picard e la sua Enterprise ma
in un tempo che non è più il suo; James T. Kirk torna in
azione, sempre in coppia con il povero Picky che non può che perdere
il confronto.
Il romanzo
I Rischi del Comando è edito da Ultimo
Avamposto, che lo ha pubblicato per il mese di maggio 2005.
Il sottoscritto ha approfittato della recente Sticcon per acquistarne
una copia, avidamente letta durante il viaggio di nozze.
La trama è sostanzialmente sganciata dalla prima trilogia e vede
il martoriato pianeta di Bajor come centro dell'azione, con un'evidente
strizzatina d'occhio ai fan di Deep Space Nine, e riferimenti sparsi qua
e là ai protagonisti della fortunata terza serie, soprattutto per
il ferengi Quark, fornitore di due tute usate, di fattura cardassiana,
per uno sport di cui va pazzo Kirk: il lancio orbitale.
In pratica è paracadutismo estremo, anziché da tre quattro
mila metri d'altezza ci si lancia direttamente dall'orbita. Decisamente
tutt'altro tipo d'esperienza rispetto a quella attuale, nella quale l'affidabilità
dell'equipaggiamento e la tecnologia sono fondamentali se non si vuole
finire inceneriti o spappolati.
Chi si è letto la novelizzazione di Generazioni
ricorderà che il romanzo si apriva proprio con uno di questi voli
orbitali, chi invece ha acquistato il DVD con i contenuti speciali ora
potrà aver chiaro il senso delle scene inedite del film che vedono
Shatner a terra, mentre raccoglie il suo paracadute, discorrere con Koenig
e Doohan. Purtroppo, per esigenze della produzione, la scena fu tagliata.
Come ogni buon romanzo trek, la scena è sempre divisa in due, con
due sottotrame che si alternano. A volte si incontrano, intrecciandosi,
altre volte sono solo complementari. In quest'occasione si svolgono su
due piani temporali diversi: il presente ed il lontano passato di Kirk,
ormai vecchio di un secolo e più, quando era da pochi mesi al comando
dell'Enterprise.
La trama nel passato è quella più interessante e vede Kirk
ingaggiare una specie di gara con altre razze, fra cui i Klingon, per
incontrare per primi ed eventualmente recuperare segreti scientifici un
vascello dalla tecnologia propulsiva straordinaria, prima che finisca
nelle mani sbagliate.
Sull'altro fronte, Kirk e Picard, dopo un burrascoso rientro dall'orbita,
impegnati appunto nel pericoloso sport del paracadutismo orbitale, colmo
d'imprevisti e d'eroismo alla 'macho' che mal si addice a due sessantenni,
vengono in contatto con una spedizione archeologica bajoriana. Stanziata
sulle rive del Mare Interno, creato artificialmente dai Cardassiani durante
l'Occupazione inondando una depressione desertica, è impegnata
nello studio dei resti di una antica città ormai sommersa; Un grave
fatto ha sconvolto la piccola comunità scientifica: il principale
studioso è stato assassinato misteriosamente.
Questa trama si prestava molto bene a Picard, di cui conosciamo la sua
passione per l'archeologia, ma Shatneruccio non concede a nessuno di fargli
ombra e presto Jean-Luc scomparirà inghiottito da una mostruosa
creatura e lo crederemo morto fino alle ultime pagine. Un bell'espediente
per levarlo di mezzo.
E qui scatta
la prima critica al romanzo. Il rapporto d'amicizia del duo Kirk-Picard
viene costantemente pompato, forzato.
I due vengono descritti come inseparabili, nemmeno si frequentassero dall'infanzia,
due anime sole che si sono incontrate nella Galassia. Ma non funziona
ed il perché è semplice.
Sono un grande ammiratore dei due capitani e penso che sarete d'accordo
con me che, se esistessero realmente, così come ce li hanno raccontati,
i due difficilmente sarebbero amici e se anche lo diventassero non si
svilupperebbe un legame tanto forte quanto ci viene narrato.
Me li immagino piuttosto in competizione o ancora più probabilmente
proverebbero reciproco fastidio nel frequentarsi. Kirk è deciso,
a volte arrogante, individualista, sfrontato ed impertinente, mentre Picard
è un tipo riflessivo, rispettoso del prossimo, lavora sempre in
gruppo e ha fiducia incrollabile nella diplomazia che preferisce all'azione.
Di due così si potrebbe tranquillamente dire che non hanno nulla
di cui spartire.
Inoltre, anche questo crea in me un certo disagio, Picard appare sempre
un gradino sotto, incapace di imporsi sul compagno, ne risulta un gregario
di lusso o poco più.
Speriamo che anche Stewart si diletti con i romanzi e renda pan per focaccia!
La trama bajoriana
ristagna, con il classico schema degli omicidi in sequenza, delle verità
nascoste, con il più probabile colpevole di turno che finisce invariabilmente
assassinato obbligando l'investigatore a ricominciare da capo, il tutto
intriso del misticismo bajoriano, la fede nei Profeti e il bisogno dei
due capitani terrestri, mai del tutto soddisfatto, di razionalizzare ogni
evento inspiegabile.
Uno schema anche questo visto più volte, dove la religione e la
superstizione sono annodate strettamente mentre la tecnologia fatica a
dipanare la matassa che comunque, alla fine, lascia sempre un alone di
mistero sulla plausibilità del trascendente al fine di soddisfare
entrambe le parti.
Al contrario la corsa del passato è decisamente più interessante,
perché ci parla di un'Enterprise con un equipaggio che non è
ancora quello mitico, con alcuni ruoli chiave coperti da sconosciuti,
ma via via che proseguirà la trama si farà evidente quale
sia stato il percorso della carriera di personaggi come Sulu ed Uhura.
Il rapporto fra Kirk e Spock è ancora molto freddo e distante e
il vulcaniano non ha alcuna indulgenza per il suo lato umano, mentre McCoy
non è nemmeno ancora a bordo.
Un'Enterprise diversa dal solito cliché, un Kirk meno a suo agio,
solo più che mai sulla plancia, emotivamente meno saldo. Impreparato
alla morte, a causarla al prossimo con un suo ordine, a perdere per sempre
un uomo del suo equipaggio. Il clima a bordo è davvero reso bene
dagli autori. Si coglie l'ansia da prestazione di Kirk, la sua difficoltà
ad interagire con Spock, la sua solitudine, condizione necessaria dettata
dalla sua posizione di comando.
Il romanzo, vista la sua natura bifronte, mi ha soddisfatto inevitabilmente
a metà.
Se avessero pubblicato due libri separati, sarei stato carico di lodi
per uno e abbastanza freddo con il secondo. Ma tant'è che non posso
non consigliarvi di leggerlo.
Non è all'altezza di Le Ceneri del Paradiso ma è molto meglio
di praticamente tutta la seconda trilogia.
La domanda nasce spontanea: siamo all'inizio di una terza trilogia?
Non posso che augurarmelo!
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