Plancia dell'Enterprise,
Sulu alla console, Kirk seduto sulla poltrona di comando, Spock in piedi
al suo fianco. Un’astronave aliena insegue i nostri eroi. Sullo
schermo. Ehi, ma quell’astronave sembra proprio un’automobile;
un attimo, quella è un’automobile… L’Enterprise
inseguita da una Chrysler in pieno spazio profondo? Adesso che ci penso,
la pettinatura di Sulu sembra tirata fuori da “Starsky & Hutch”
e persino Kirk è un po’ più grassottello del solito.
All’improvviso due alieni si teletrasportano a bordo: dicono di
essere emissari della rete televisiva NBC venuti a chiudere il programma
per calo di ascolti. Ma che sta succedendo?
“We
have tried to explore strange new worlds… And except for one television
network, we have found intelligent life everywhere in the galaxy”
(1976)
[Abbiamo provato a esplorare strani nuovi mondi… E a parte
una rete televisiva, abbiamo trovato vita intelligente ovunque nella
galassia]
Semplice!
Benvenuti nella parodia di Star Trek targata Saturday Night
Live con Dan Aykroyd nei panni di McCoy
e Chevy Chase in quelli di Spock;
una parodia che gioca sulla negazione della realtà da parte dei
finti attori della Tos, i quali sembrano credere di essere veramente
in un mondo fantascientifico e non sul set di una serie televisiva.
Dopo essersi ribellati tentando di tramortire con prese vulcaniane inefficaci
e phaser giocattolo i dirigenti che prospettano la cassa integrazione,
tutti gli attori ritornano coi piedi per terra, accettano il licenziamento
e decidono di andare a cercarsi un nuovo ingaggio. Tutti tranne uno,
James Tiberius Kirk, alias William Shatner, alias John Belushi.
L’unico che, quando ormai le scenografie sono state smontate e
al posto dei pannelli dell’Enterprise si vedono telecamere e ponteggi,
resta seduto sulla sua poltrona. Folle, inaffondabile e completamente
estraniato dal mondo reale: poco Kirk, molto Belushi. Parliamo di quello
che con ogni probabilità è stato il più grande
comico che gli Stati Uniti ci abbiano regalato da una ventina d'anni
a questa parte, una creatura impazzita fatta di pura energia, la scheggia
elettrica che negli scarsi anni (meno di dieci) in cui ha animato la
televisione e il cinema americani è riuscito a farsi amare e
odiare follemente. John Belushi, nato nel 1949 e morto a 33 anni, nel
1982, per overdose: della sua storia conosciamo già il finale;
ricordiamola allora con l’amarezza che si abbina sempre così
bene alla vera comicità. Il nostro eroe era figlio di immigrati
albanesi che a Chicago avevano aperto un ristorante. La solita storia,
azienda a conduzione familiare, il padre che vorrebbe lasciarla in eredità
al figlio, il figlio che scappa a gambe levate. Niente di nuovo fino
a qui. Ma il figlio in questione aveva ben ragione a scappare se nel
1971, dopo avere scoperto il sacro fuoco della recitazione, entra prima
in un gruppo teatrale della sua città e poi finisce dritto a
New York negli spettacoli off-Broadway del National Lampoon.
Da
lì, nel 1975, un provino in cui fa piegare a metà dalle
risate il produttore Lorne Michaels vestendo i panni di un samurai che
si esprime a grugniti lo porta al Saturday Night Live, in televisione,
alla NBC. Ma cos’era il Saturday Night Live? Un programma che
il sabato sera, in diretta o quasi da New York (per timore i responsabili
della rete lo trasmettevano con una differita di qualche secondo) lanciava
sullo schermo i comici più giovani e pazzi della nazione. Gente
come Chevy Chase, Jane Curtin, Dan Aykroyd, l’eccezionale Gilda
Radner e più avanti Bill Murray; gente che non aveva molti pudori
e, negli anni in cui il concetto di “politically correct”
non aveva ancora impiastricciato gli animi e impastato le bocche, non
si faceva problemi a scherzare con ogni grado di irriverenza su quello
che più la stuzzicava. Di questo gruppo John Belushi era la colonna
portante, quello con la comicità più fisica, la riserva
di energia che esaltava tutti gli altri. Belushi esplode alla terza
puntata del SNL, quando offre un assaggio del suo cavallo di battaglia
negli anni del teatro: l’imitazione di Joe Cocker.
Si muove a scatti, come se avesse qualche strana patologia muscolare,
fa smorfie inconsulte con la faccia, sembra in preda allo sforzo più
grosso della sua vita, si getta a terra, rotola, si dimena, beve birra
senza centrare la bocca, se la versa tutta sulla maglietta. E intanto,
come fosse niente, canta da dio “With a little help from
my friends”. C’è poco, vi giuro, che mi
faccia ridere più di quei 3 minuti e 58 secondi: ho dato la caccia
per anni al “The best of” di Belushi al SNL, che esiste
solo in videocassetta all’estero, e quando poche settimane fa
sono riuscita finalmente a metterci sopra le mani ho rivisto quel pezzo
sei volte di fila. Come dice mio padre, “È una di quelle
cose che ti riconciliano con il mondo”. Eppure la comicità
di Belushi, nonostante fosse incredibilmente fisica (per intenderci,
nulla a che vedere con il cerebrale e spesso esangue Woody Allen)
è ricca di sfumature. Non è fatta solo di “salgo
su uno sgabello e mi butto giù in picchiata cercando di spaccarmi
le ginocchia” o di “vediamo se riesco a ripulire
ogni centimetro quadrato del palco rotolando molto velocemente”,
ma anche di un’alzata di sopracciglio, un’espressione perplessa,
il guizzo degli occhi, l’accenno di un movimento, mediati da tempi
comici che chiunque aspiri a recitare ucciderebbe la nonna per avere.
Un esempio di questo senso della misura è la famosa imitazione
di Ludwig van Beethoven.
“Look,
Frieda, he hasn't even touched his food. Liebchen, you must be careful.
You must eat. YOU-MUST-EAT!” (1975)
[Guarda, Frieda, non ha nemmeno toccato cibo. Liebchen, devi stare
attento. Devi mangiare. DEVI MAN-GIA-RE!]
Il
povero Ludwig, sordo come un trombone, è accudito dall’apprensiva
moglie e dalla cameriera Frieda, che si preoccupano perché salta
i pasti per stare al pianoforte. Qualunque cosa esse dicano, la risposta
del compositore che non capisce una parola è sempre la stessa:
“Good morning! Nice to see you!”. Ma quando
le due escono dalla stanza, Beethoven compone marcette, canta “My
girl” con spiccato accento tedesco e alla fine, inforcati
un paio di occhiali da sole, si trasforma in Ray Charles
suonando “What’d I say”. Già,
Belushi poteva essere chiunque, un samurai muto, un ristoratore greco,
Arafat, Jack Kerouac, Vito Corleone, Elizabeth Taylor che rischia di
strangolarsi mangiando pollo fritto. Coglieva l’essenza di ognuno
e la snaturava creando un ibrido con se stesso. Non aveva limiti, era
libero sia nella vita che nell’arte; per questo era adorato, per
questo era detestato. In effetti questo attore geniale era improponibile
come cliché hollywoodiano: era maleducato, incontrollabile e
pure grasso.
Ma
aveva più fascino lui nel lobo destro che quella sciacquetta
di Tom Cruise in tutto il suo metro e quarantasei di altezza o Brad
Pitt in un chilo e passa di mascella. E il fascino raggiungeva l’apice
quando, in completo scuro con giacca, cravatta, cappello e occhiali
da sole, si metteva a cantare pezzi blues con Dan Aykroyd, l’uomo
che gli aveva fatto conoscere questo genere di musica e nel frattempo
era diventato il suo migliore amico. L’embrione dei Blues
Brothers comparve in televisione nel gennaio ’76. I due
futuri fratelli Blues, vestiti da ape, cantarono “King bee”
con l’orchestra diretta da Howard Shore (sì, il compositore
della pluripremiata colonna sonora del “Signore degli anelli”
ai tempi lavorava al SNL).
“Well
I'm a king bee, baby, buzzing round your hive” (1976)
[Sono un’ape re, piccola, e ronzo intorno al tuo alveare]
Tuttavia
soltanto in una puntata dell’aprile ‘78 il musicista Paul
Shaffer, oggi braccio destro di David Letterman al Late Show,
annuncia il debutto in divisa ufficiale dei veri Blues Brothers, “Joliet”
Jake (Belushi), il suo silenzioso fratello Elwood
(Aykroyd) e una banda di grandi musicisti: “Hey bartender”,
il primo pezzo blues cantato al Saturday Night Live, sarà seguito
da “I don’t know”, “Got everything I need, almost”,
“Soul man” e “B-movie boxcar blues” (i miei
due preferiti). L’album “Briefcase full of blues”,
registrato live, vende la bellezza di tre milioni e mezzo di copie.
E nel frattempo, per tenersi in allenamento, fra uno sketch e un concerto,
Belushi diventa l’anima guida di un film che fa storia...
“My
advice to you is to start drinking, heavily...” (1978)
[Ti consiglio di iniziare a bere, pesantemente…]
…ossia
“Animal House”, diretto da John
Landis, racconto universitario della guerra fra la confraternita
di reietti Delta e il resto del mondo. Un film che fa della distruzione
di massa un compito filosofico, che frantuma a badilate il finto perbenismo,
che trascina in una guerra persa in partenza un’intera generazione
destinata alla catastrofe. Ed è Belushi il catalizzatore della
catastrofe. Il suo personaggio, John Blutarsky detto Bluto,
è l’uomo della Battaglia Finale, osceno e nobile allo stesso
tempo, l’eroe che nelle pause fruga tra le rovine in cerca di
qualche lattina di birra avanzata. Bluto si aggira per il film in tutta
la sua sublime sozzeria, mangiando, bevendo e grattandosi con quanto
meno pudore gli è possibile. Eppure, quando i suoi compagni di
college stanno per gettare la spugna di fronte alle ultime minacce del
rettore, è proprio lui a motivarli: certo, in modo inconcludente
come al solito (cita l’attacco a Pearl Harbor e scambia i giapponesi
con i tedeschi), ma la realtà dovrebbe fare la cortesia di non
mettersi fra i piedi. Il college, l’unico luogo in cui ipocritamente
la società permette trasgressioni alle norme di comportamento,
diventa una nicchia di resistenza. A chi importa se la lotta è
destinata a essere persa? Tanto vale trascinare nel gorgo gli avversari
e affondare tutti insieme. Così la tremenda vendetta dei Delta,
espulsi dall’università, si abbatte sulla parata annuale
distruggendo i mediocri borghesucci Omega, il rettore, gli ignari cittadini,
fino all’ultimo sberleffo dei sottotitoli che narrano il destino
dei protagonisti, schiaffo in faccia agli USA del sogno americano e
dei grandi ideali: Bluto, il finto studente con lo zero virgola zero
di media, diventerà il senatore Blutarsky (e il playboy Otter
farà il ginecologo, ma questa è un’altra storia).
Non pago di avere perso con stile la battaglia, nel 1979 Belushi lascia
il Saturday Night Live insieme ad Aykroyd e va a caccia di nuovi mulini
a vento.
“War
nerves? Who said war nerves?” (1979)
[Psicosi? Chi ha detto psicosi?]
Trova
i mulini a casa di Steven Spielberg, che gli offre
una parte in “1941–Allarme a Hollywood”:
un altro film nato con un’impostazione corale in cui la presenza
scenica di John Belushi soverchia le altre; un altro personaggio squilibrato;
un altro eroe, psicotico ma pur sempre eroe. “Finita? Avete
detto finita? Non e’ finita finché non lo decidiamo noi!”,
urlava il futuro senatore Blutarsky ai suoi confratelli, ed è
lo stesso motto che segue l’aviatore ‘Wild’
Bill Kelso mentre insegue i nemici giapponesi da cui è
ossessionato (la storia descrive la deriva isterica della California
quando, nel timore di essere attaccata dopo Pearl Harbor, un sottomarino
giapponese con la bussola impazzita sbuca dall’oceano). Terreno
fertile per Belushi, che ancora una volta all’interno del cast
è il migliore rappresentante di un mondo fondato sulla nevrosi
e sulla guerra alla Don Chisciotte, in cui si vede solo ciò che
si vuole vedere e si cerca, paradossalmente, di salvare il mondo divertendosi
un po’ prima che coli a picco. Ma il gran momento è arrivato.
“I
want to buy your women! Your little girl, your daughters… Sell
them to me. Sell me your children!” (1980)
[Io compra tue donne, tutte! Bambina, signorine belle… Io
voglio comprare tutte. Quanto vuoi tu per tue bambine?]
Il
motivo per cui la mattina non riesco a svegliarmi bene senza bere un
caffè e ascoltare “Shake your tail feather”
e per cui, fin da piccola, detesto la musica country. Se per questo
film si facesse quello che si fa per il “Rocky Horror
Picture Show” (rappresentazioni live con i commenti del
pubblico) parteciperei ogni settimana. “The Blues Brothers”:
la dichiarazione d’amore più intensa che il blues abbia
mai ricevuto, ideata da Landis, Belushi e Aykroyd (che aveva scritto
la versione originale della sceneggiatura, trecento pagine, grossa come
l’elenco telefonico di Los Angeles) e controfirmata dai leggendari
Cab Calloway, Ray Charles, John Lee Hooker. L’ennesima
guerra impossibile da vincere, dato che in galera si inizia e in galera
si finisce, condotta da un eroe senza morale; anche qui c’è
una catastrofica apoteosi conclusiva come in “Animal House”,
in cui al posto dell’università vengono trascinate nel
gorgo tutte le categorie umane più odiate, dai neonazisti ai
musicisti country. L’intera pellicola, non solo la colonna sonora,
è blues nel sangue, nelle battute e negli atteggiamenti dei personaggi,
nei sentimenti e nella malinconia: e Belushi, con calma serafica, firma
con una X il foglio di rilascio dal carcere, s’accende una sigaretta
con lo Zippo e lo getta dal finestrino come fosse un fiammifero, fa
cadere a terra la sua ragazza incazzatissima e armata dopo averla baciata
come neanche Rhett Butler (momento in cui il nostro è di una
bellezza abbagliante). Più che un film, un pezzo di mitologia
nato per restare nella coscienza collettiva. Chi snobba il blues non
capirà mai la missione di Elwood e Jake, ma credo che tramite
loro si possa imparare ad amarlo. Ancora ero in fasce, quando me l’hanno
insegnato.
“Don’t
worry. I’ll be dead by thirty” (1977)
[Non preoccuparti. Morirò prima di avere trent’anni]
Molti
sostengono che questo sia stato l’apice della carriera di Belushi
e che da qui in poi l’attore abbia cominciato una caduta libera
dovuta ai suoi abusi di alcool e droghe; per quanto mi riguarda, credo
solo che a un certo punto abbia cambiato strada cercando di fare qualcos’altro.
Come il film “Chiamami Aquila” di Michael
Apted, una commedia romantica dai toni delicati con un John
Belushi mai neppure immaginato prima, scorbutico giornalista di città
innamorato di un’etologa che passa la vita sui monti a osservare
rapaci. Oppure “I vicini di casa” di John
Avildsen, dove lui e Aykroyd decidono di scambiarsi i ruoli
diventando, incredibile a dirsi, il primo un borghese represso e il
secondo un vicino dissoluto che sconvolge la sua esistenza. Per non
parlare dei progetti futuri: il ruolo di Bill Murray in “Ghostbusters”
e quello di Eddie Murphy in “Una poltrona per due”
erano stati scritti per lui (se questo è declino…); inoltre
stava lavorando a una sceneggiatura chiamata “Noble rot”.
L’anno dopo, nel 1982, John Belushi muore per essersi iniettato
in vena un mix letale di eroina e cocaina. C'è un momento da
brivido, nel “The best of” di cui vi ho parlato prima: il
finale. Un Belushi del futuro, invecchiato grazie al trucco, si aggira
per un cimitero in cui sono sepolti tutti i suoi colleghi del Saturday
Night Live e commenta la morte di ognuno. La Curtin ha avuto complicazioni
dopo un intervento di chirurgia estetica, Aykroyd si è schiantato
con la sua moto e così via. Alla fine si chiede come ha fatto
a sotterrarli tutti.
“I
miss every one of them. Why me? Why did I live so long? They're all
dead”
[Mi manca ognuno di loro. Perché io? Perché
ho vissuto così a lungo? Sono tutti morti.]
“I'll tell you why.. Because I'm a dancer!” (1977)
[Vi dirò perché… Perché sono un ballerino!]
E
la risposta è sì, li ha davvero seppelliti tutti, non
solo perché era un ballerino. Era un lottatore di razza, un Don
Chisciotte ubriaco che si divertiva a far saltare i ponti con il coltello
fra i denti come il giapponese irriducibile sull’isola deserta
vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale; i suoi personaggi
migliori, Bluto, Kelso, Joliet Jake, persino l’imitazione di Kirk,
hanno ereditato da lui questo inconfondibile talento. Ma uno come Belushi
nell'America di oggi avrebbe mai potuto sfondare? Un'America dominata
dal moralismo, dalla "pruderie", dai buoni sentimenti
di facciata, un'America che solo pochi anni fa ha messo alla berlina
il proprio Presidente per una storia boccaccesca con una ragazzotta
in carne, un'America che in televisione tocca i vertici del trash ponendo
invece paletti di forma alle discussioni sui problemi reali. No, non
credo. John Belushi era troppo scorretto, troppo grasso, troppo rozzo,
troppo maleducato, troppo irregolare, troppo libero.
Troppo geniale.
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