R.I.D.I.C.
di Guillaume Riggio


[CHI VUOL VEDERE IL PANORAMA DEVE SALIRE IL MONTE]

Certe volte c’è bisogno di mettere tutto in pausa, fermarsi un secondo e riflettere con calma.
Questo è quel che ho provato quando, all’inizio del mese, andando sul sito di Startrekitalia mi sono imbattuto nell’articolo di Annaclaudia Amadori (se non l’avete ancora letto potete provvedere subito cliccando qui) che descriveva un William Shatner molto diverso da quello che abbiamo avuto modo di osservare alla STICCON.
Ricordo che mi trovavo al lavoro, per cui lo lessi di sfuggita e mi ripromisi di dargli un occhiata più approfondita una volta tornato a casa. Eppure, nonostante cercassi di concentrarmi per portare a termine quel che stavo facendo, mi resi conto che non riuscivo a pensare ad altro che a quello che Annaclaudia cercava di esprimere nel suo articolo e, di contro, a quella che era la mia idea sul vecchio William che avevo tradotto su ‘carta’ nello STIM del mese scorso.
Trascorsi il resto della giornata in una sorta di limbo, con il mio corpo che meccanicamente continuava con i compiti di ogni giorno e la mente che vagava altrove, costantemente immersa in riflessioni su Shatner, la Sticcon e su Star Trek in generale.
Non era tanto il fatto che leggendo quel che Annaclaudia ha voluto condividere con noi avessi improvvisamente cambiato idea su Billone o che mi sentissi chiamato in causa per il mio punto di vista in merito, semplicemente nella mia mente qualcosa continuava a ronzare, o più precisamente a stridere.
Premetto che non stento a credere che Shatner si sia comportato in quel modo, dopotutto non è che lo ritenga incapace di avere relazioni umane, ma pur prendendo tutto ciò che Annaclaudia ci racconta per oro colato ciò non toglie che continui ad avere seri dubbi sull’integrità di Shatner, non soltanto per le vicende bellariesi, ma anche per altre questioni che mi hanno lasciato in bocca un sapore troppo amaro per essere cancellate su due piedi.
La prima che mi viene in mente, ad esempio, è proprio l’affaire Riverside, in cui il nostro Bill non solo ha ingannato gli abitanti di un'intera cittadina dicendo loro che avrebbero girato un film nella città natale del capitano Kirk (quando in realtà si trattava solo di un reality teso a mettere in ridicolo l’intera cittadinanza), ma successivamente ha avuto anche lo stomaco di ammettere che, sia nel corso delle riprese che a lavoro ultimato, è stato anche preda dei sensi di colpa per quello che stava facendo.
Forse qualcuno dovrebbe ricordargli che esiste qualcosa chiamato Libero Arbitrio.
Sì, lo so che il Libero Arbitrio e la relativa Coscienza Pulita non versano cospicue somme di denaro sul conto in banca, grazie, non c’era bisogno che me lo ricordaste.

D’altra parte, ad essere sinceri, leggere l’articolo di Annaclaudia, con i suoi aneddoti ed il suo finale poetico, mi ha insinuato il seme del dubbio, mi ha portato a cercare di prendere in considerazione il suo punto di vista ed a verificarlo, tentando, la prossima volta che troverò una notizia che riguarda Shatner, di non partire prevenuto e di non giudicarlo prima ancora di aver saputo tutti i fatti; questo non vuol automaticamente dire che diventerò un fan sfegatato di Shatner, ma perlomeno cercherò di affrontare in modo diciamo meno rigido le notizie che lo riguardano.
Non che senta particolarmente viva in me la necessità di fare in modo che Bill mi rimanga simpatico ad ogni costo, e non c’entra neppure il fatto che l’articolo su Startrekitalia abbia fatto leva su un mio desiderio di sperare che l’uomo che ha interpretato il mitico James Tiberius Kirk possa essere qualcosa in più di un imbroglione che sfrutta l’ingenuità e la buona fede di un intero paese, in realtà questa mia decisione deriva esclusivamente da una necessità di mettermi costantemente in discussione, di cercare di prendere in considerazioni nuove prospettive, per fare in modo di non adagiarmi mai sugli allori delle mie idee, per imparare a non dare mai nulla per scontato.
Magari tra qualche tempo riuscirò anch’io ad apprezzare Shatner come Annaclaudia, o forse no, ma l’importante in fondo non è se l’idea viene cambiata o meno, la cosa fondamentale, secondo me, è che quantomeno venga messa in discussione.

[NON C’È PEGGIOR SORDO…]

Dopotutto basta sbirciare un attimo nel giardino del fandom trek per renderci conto di quante differenti correnti di pensiero ci siano; c’è chi considera Deep Space Nine e la sua guerra contro il dominio apocrifa, c’è chi non sopporta (andando a ripescare nelle memorie sticconiche credo di citare più o meno testualmente) “Chakotay ed i suoi stupidi sassetti”, chi considera la TOS ormai antiquata e chi invece apprezza ogni serie per il piccolo contributo che ha saputo dare al nostro universo preferito.
Alla fine forse la cosa importante non è che si sia tutti a favore di un determinato episodio, personaggio o addirittura serie, ma che si continui a discutere della nostra saga preferita, confrontando le nostre idee e cercando di non partire dal presupposto che esse siano sicuramente giuste e di conseguenza immutabili o che l’altra persona debba necessariamente condividerle.
Ovviamente un conto è parlare di una determinata puntata e fin lì è questione di gusti, ad una persona può piacere ed ispirarla ed un'altra può trovarla noiosa e prevedibile, ma se espandiamo il discorso la cosa cambia radicalmente prospettiva.
Senza confronto non esiste alcuna crescita, se si rimane ancorati alle proprie idee, alla propria visione rigida del mondo e degli altri non c’è alcuna possibilità di evoluzione.
E uno scenario mentale in cui la terra è piatta e si trova al centro dell’universo, concorderete con me, non fa esattamente parte del famoso Spirito Trek.

Paradossalmente capita che ci si trovi in delle situazioni in cui, magari per una semplice, stupida mancanza di comunicazione, partendo da considerazioni iniziali errate si sviluppano tutta una serie di congetture prive di fondamento che portano a delle conclusioni distanti anni luce dalla realtà.
La cosa più spaventosa di questa assurda catena di eventi, oltre ovviamente al fatto che ne abbiamo sotto gli occhi esempi ogni giorno, risiede proprio nel fatto che essa si sviluppa per mancanza di comunicazione o perché questa fallisce per colpa dell’eccessiva rigidità con cui viene impostata.
Modi di dire come “si vede soltanto quel che si vuole vedere” o “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” sono figli di un modo di pensare che non permette alcuna crescita ma che, al contrario, incatena a delle idee talmente radicate che, pur di fronte all’evidenza, non solo non si modificano, ma al contrario possono addirittura rafforzarsi.

[CON IL PRIMO ANELLO SI È GIA’ FATTA LA CATENA]

Quest’ultimo concetto mi porta ad un'altra tappa di quest’articolo, e più precisamente all’episodio “Giustizia Sommaria” della quarta stagione di TNG, già ampiamente recensito nell’ottimo articolo di Matteo “Norton” Bistoletti dell’ottobre 2002 (che, se vorrete rileggere, troverete qui), sul quale però vorrei spendere ancora due parole per collegarlo al mio ragionamento.
Star Trek ci ha dato tante volte prova del pericolo che si rischia di correre radicandosi in modo troppo fermo ed inflessibile sulle idee, per quanto nobili queste possano essere (o, peggio, sembrarci), e quest’episodio ne è la dimostrazione perfetta.
La figura dell’ammiraglio in pensione Satie è angosciante nella sua spietata ricerca di un colpevole, incarna l’oblio della ragione a caccia di un nemico, di qualcuno da odiare e da condannare, si insinua nei nostri pensieri fino a scovare i nostri ricordi sull’inquisizione, sulle torture, sui roghi delle streghe e mentre noi annaspiamo nell’oceano di tutta quella follia lei rimane lì, immobile, con il suo sguardo colmo di disprezzo nei confronti di quel misero capitano che cerca di impedirle di compiere la sua Missione, con i suoi pensieri fermi al medioevo ancorati da paure che non vedono prove, non ascoltano testimonianze, non conoscono pietà o pentimento.
Non c’è nulla da valutare, da considerare, da modificare.
C’è solo un colpevole da trovare e da condannare.
Persino quando l’ammiraglio, consumata dal suo stesso odio, si scaglia contro Picard con argomentazioni che la mostrano per la paranoica inquisitrice quale è, e che segnano la sua disfatta e la conseguente perdita di credibilità, persino nel momento in cui le prove dimostrano che si sbaglia, non troviamo dubbio nel suo sguardo, non c’è traccia di incertezza o di volontà di cambiare idea.

[LA STRADA PER L’INFERNO È LASTRICATA DI BUONE INTENZIONI]

Paura.
Quante catene sono state forgiate, quante guerre sono state combattute, quante persone hanno dovuto soffrire in suo nome? Quante ancora dovranno farlo?
La paura è innegabilmente uno dei motori fondamentali dell’animo umano, forse purtroppo il più forte, e porta a compiere delle azioni che in condizioni normali non ci sogneremmo mai di fare, c’è chi ne diventa succube e chi la nega, ma alla fine, comunque si affronti, tutti noi dobbiamo farci i conti giorno dopo giorno.
Ma la differenza sta proprio nel modo in cui la si combatte.
L’ammiraglio Satie ha fatto in modo che prendesse possesso della sua mente e della sua anima, Jean-Luc Picard ha saputo più volte affrontarla non perdendo mai la propria umanità, non lasciando che in alcun modo intaccasse i suoi ideali o che semplicemente gli offuscasse la vista.
La staticità di pensiero dell’ammiraglio, però, non può in alcun modo essere giustificata dai suoi timori che qualcuno volesse attentare all’incolumità della Federazione, perché per quanto questa premessa possa sembrare nobile la storia ci ha dimostrato più volte che anche se la causa è giusta non si può operare impunemente per raggiungere i propri scopi, altrimenti si finisce per macchiare di sangue anche gli ideali per cui si è combattuto.
Tutti noi ci muoviamo seguendo idee che riteniamo essere giuste ed a volte ci stupiamo quando sembra che i nostri sforzi non diano i risultati sperati.
Ma quante volte proviamo ad operare diversamente, a cambiare qualcosa nel nostro modo di agire cercando di mettere tutto in discussione, tentando di non dare nulla per scontato, per cercare di capire cos’è andato storto?
Non so esattamente quanto ci abbiano messo, ma in ogni caso dopo un po’ di tempo i nostri cari antenati si sono resi conto che un blocco di pietra cubico non rotolava, uno sferico invece si.

[NON FARE AGLI ALTRI CIO’ CHE NON VORRESTI VENISSE FATTO A TE]

Non so voi, ma personalmente quando mi rendo conto di poter osservare un qualsiasi concetto da un nuovo punto di vista trovo l’evento così affascinante da esser capace di rimanere assorto nei miei pensieri per ore.
È come se vedessi quel blocco di pietra rotolare giù dalla collina a velocità che non credevo potessero esistere e rimango affascinato nell’osservare la strada che percorre, il suo continuo rotolare sempre più verso la pianura, finchè lentamente non rallenta ed infine si ferma, trasformandosi nuovamente in un essere inanimato.
Di solito si tende ad affrontare ciò che non si conosce con paura, aggrappandoci alle nostre idee come se fossero punti di riferimento imprescindibili, senza i quali barcolleremmo in lande inesplorate che nascondono chissà quali pericoli.
C’è ancora tanta strada da fare prima che l’uomo riesca a vincere questa atavica paura di ciò che non conosce, ma sinceramente non credo sia impossibile, anzi, credo che in realtà potrebbe essere più facile di quanto si creda.
Un uomo, qualcosa come un paio di millenni fa, espresse dei concetti tanto semplici quanto terribilmente sovversivi per l’epoca, che, fondamentalmente, se volessimo riassumerli in due parole, potremmo dire che poggiavano sul rispetto per il prossimo.
Senza voler portare il discorso su toni religiosi o morali, ma attenendoci esclusivamente alla parte etica di quanto appena detto, non c’è dubbio che nonostante siano passati appunto duemila anni, uguaglianza, equilibrio e rispetto sono ancora mere utopie e siano tutt’oggi concetti rivoluzionari.
La triste prova di quest’affermazione è che di contro, pregiudizio, interesse personale e paura hanno raccolto fin’ora abbastanza consensi da portare il genere umano dritto all’anticamera dell’estinzione.
Ora forse capirete come mai mi esalti tanto riuscire a cogliere una nuova sfumatura di colore: non soltanto mi permette di espandere la mia mente ma al contempo mi da anche modo di reagire nel mio piccolo all’involuzione che vedo dilagare tutt’intorno.

[IN MEDIO STAT VIRTUS]

Non è mia intenzione ricoprire il ruolo di ingenuo idealista che combatte la sua crociata contro i mulini a vento di una società tesa (come ogni potere che si rispetti) alla conservazione di se stessa, non cerco né di sfuggirle esiliandomi nel mio eremo né far credere che essa non contamini anche me come in mille piccoli modi accade.
Ma come dice Picard alla fine dell’episodio di cui abbiamo parlato prima, purtroppo la vigilanza è il prezzo che siamo costretti a pagare per non ricadere negli errori del passato e per quanto mi è possibile cerco di star bene attento a non cadere nelle trappole disseminate un po’ ovunque, cercando di seguire qualche semplice principio (come ad esempio quello del giusto mezzo) per cercare di rimanere in equilibrio.
Quel che a volte mi sconforta è il fatto che intorno a me spesso non ci sono persone disposte ad ascoltare, a cambiare idea, a mettersi in discussione, mentre invece c’è abbondanza di quelle che ti giudicano al primo sguardo, di quelli pronti a sputare sentenze su argomenti che neanche conoscono e di ameni individui pronti a calpestarti ogniqualvolta gli torni comodo o semplicemente quando sentano il bisogno di sfogare la loro frustrazione.
In questi casi ci sono tendenzialmente due modi principali di reagire: o si inasprisce ancor di più la comunicazione, col risultato di tentare di uscirne vincitori e dimostrando quindi di essere i più forti oppure si può fare da contrappeso al modo di pensare prevaricatore dell’altro cercando non di sfuggire al confronto, quanto semplicemente di cambiare le regole del gioco per fare in modo che l’altra persona non abbia possibilità di controbattere se non ammettendo implicitamente il proprio scorretto codice di comportamento.
Se, ad esempio, una persona mi giudica senza neppure conoscermi non mi metto assolutamente a discutere sulla fondatezza dei suoi argomenti (dato che, avendomi giudicato a prima vista non può averne, rischio di passare le ore successive ad ascoltarla fare free-climbing sugli specchi), semplicemente le faccio notare che saltare alle conclusioni non è mai stato un buon metodo per arrivare alla verità, e che se il genere umano avesse continuato con quella linea di pensiero il metodo scientifico e gli ultimi cinquecento anni di storia medica e scientifica non sarebbero mai esistiti.
Poi le faccio notare che forse se davvero volesse arrivare ad avere delle risposte, senza fermarsi alla sua verità un modo ci potrebbe essere: quello di discutere con me per capire cosa realmente penso.
In realtà a questo punto rimane solo da scoprire se il suo orgoglio è superiore alla sua intelligenza. In ogni caso avremo delle risposte.


[RISPETTO PER LE INFINITE DIVERSITA’ IN INFINITE COMBINAZIONI]

Non solo effettivamente ho divagato un bel po’ dall’argomento principale, ma mi sono reso conto, rileggendo, di non averlo fatto esattamente nel modo più diplomatico possibile.
Va beh, chiederò ripetizioni a Jean-Luc.
Scherzi a parte, tutto questo discorso sull’incomunicabilità, sulla rigidità di pensiero, sulle paure e sulla prevaricazione serviva fondamentalmente per preparare lo scenario ad un ragionamento che altrimenti sarebbe potuto sembrare pura e semplice speculazione di filosofia idealista. Non che questo sarebbe stato un male, ma non era il mio intento iniziale.
Già, infatti tutto questo è iniziato quel pomeriggio al lavoro quando ho letto per la prima volta l’articolo di Annaclaudia, quando ho deciso di mettere in discussione le mie idee e convincermi ad avere un atteggiamento più neutrale sull’argomento.
Perché forse le soluzioni a molte delle brutture che ci circondano spesso le abbiamo sotto il naso, basterebbe guardarle da un'altra prospettiva perché ci appaiano in tutta la loro chiarezza.
Non è importante che io abbia la stessa opinione di Annaclaudia o che io e lei ci si ponga agli antipodi di una qualsiasi linea di pensiero, la cosa fondamentale è che io rispetti, seppur magari non condividendolo, il suo punto di vista e che mi impegni a prenderlo sul serio anche e soprattutto perché è diverso dal mio, perché un qualunque altro tipo di approccio non sarebbe in grado di farmi imparare altrettanto.
Se non ci fosse qualcuno che pensa qualcosa di diverso da quello che penso io, che senso avrebbe pensare?
Si torna al solito vecchio discorso che se non ci fosse il concetto di fame quello di sazietà non avrebbe senso d’esistere, un ragionamento vecchio quanto l’essere umano, che avremo sentito milioni di volte e che nonostante questo… a volte ci sfugge.
Come i vulcaniani e come filosofie e religioni che hanno secoli alle loro spalle ci insegnano, non può esistere un estremo senza l’altro e soltanto dalla combinazioni delle due parti, soltanto cercando di capirle entrambe, di volerle conoscere entrambe, si può riuscire ad imparare.

Ovviamente, dopo tutto questo, non potevano mancare i ringraziamenti.
Grazie, Annaclaudia.
Grazie, Matteo.
Grazie, Gene.
Grazie a tutti coloro che hanno fatto in modo, con le loro parole, i loro gesti, le loro azioni, di darmi la possibilità di cambiare, di crescere, di prendere in considerazione punti di vista di cui non immaginavo neppure l’esistenza, perché grazie a loro mi sono reso conto che rimaniamo su questo pianeta troppo poco tempo per poterlo sprecare rimanendo inerti e conservando immutate le nostre idee.

Ed infine, per chiudere…
Siamo proprio sicuri di non aver mai frainteso, di non esserci lasciati intrappolare in quei mille piccoli modi di cui parlavo prima… siamo sicuri… di essere sicuri?



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