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LE
ARMI DI ISHER
Alfred E. van Vogt
di Paolo
"Exidor" Longarini
Tutte
le volte che apro un libro di Van Vogt sono combattuto da due diversi
stati d’animo, quello che mi dice che sto aprendo un libro dei padri
della fantascienza tecnologica e quello che sa già che avrò
da ridire sul libro stesso.
Ci sono persone capaci di rendere complicate
le cose semplici: gli impiegati del catasto, vostra madre quando chiedete
di spiegarvi come si fanno le aringhe in guazzetto, un qualsiasi risponditore
automatico di una qualsiasi compagnia telefonica nazionale e Van Vogt.
La
storia: in tutto l’universo conosciuto, apparentemente dal
nulla, ogni tanto appaiono all’improvviso dei negozi di armi. In
pieno centro città, in paesini sperduti, in villaggi dimenticati
da Dio. Apparentemente sorgono con l’unico scopo del profitto (sono
un commerciante e posso assicurare che tutti i santi giorni tiro su la
serranda aspettandomi di guadagnare e non di passare allegramente la giornata),
ma, come vedremo più avanti lo scopo è ben altro.
Grazie ad una tecnologia assurda e difficilissima,
le porte di ogni negozio concedono di entrare solo a “brave persone”,
persone che non userebbero le armi acquistate per cose assurde e poco
educate come rapine o omicidi.
A capo di tutto l’universo c’è
l’imperatrice della casa di Isher,
sorta di semidea circondata da un apparato burocratico e militare in cui
la corruzione dilagante sembra inarrestabile.
Apparentemente per errore, uno di questi
negozi appare ai giorni nostri, un giornalista entra, i capi del negozio
lo accolgono, poi, spaventatissimi gli dicono di essersi caricato di un
enorme carica temporale, che a fianco al loro negozio, invisibile, c’è
un altro edificio che sta costruendo l’imperatrice per distruggerli
e che non può né rimanere dentro il negozio né uscirne
o causerebbe un esplosione che coinvolgerebbe l’intera nazione.
Azz, che bella giornatina!
Comunque, lo mandano in una sorta di
limbo coperto da una tuta isolante che gli fornisce cibo ed acqua e sembrano
dimenticarsene. Così, per il momento, faremo anche noi.
La storia riprende con la comparsa di
uno di questi negozi in un paesino insignificante dove però si
farà la storia.
Caspita che frase.
Dunque,
uno degli abitanti di questo paesino è fortemente avverso ai negozi
di armi, da bravo seguace dell’imperatrice, sapendo che quest’ultima
li avversa vedendoli come una minaccia alla casa regnante, tenta di farlo
chiudere con ogni mezzo, non riuscendoci. Nel frattempo il figlio di lui
si ribella all’autorità paterna e parte per la grande città
in cerca di fortuna. I dirigenti dei negozi di armi seguono passo passo
questo ragazzo avendo visto in lui un enorme potenziale, in grado di sovvertire,
magari in loro favore, gli equilibri dell’impero.
Vi tralascio il resto, anche se finora
ho raccontato si e no le prime 50 pagine per il semplice motivo che se
dovessi raccontarvi tutte le trame e sottotrame finiremmo più o
meno sotto natale, ma soprattutto perché i fattori che delineano
questo romanzo non sono le caratterizzazioni dei personaggi ma un sotterraneo
errore nella morale di tutto il libro.
L’organizzazione dei negozi di
armi sembra essere il buono del libro, vende armi “moralmente”
giuste (non posso servire per l’offesa, non possono essere rivendute
visto che funzionano solo con l’effettivo acquirente, forniscono
addirittura uno scudo di forza protettivo), è formata da persone
che, ripetuto più di una volta, mettono al primo posto tra i loro
interessi la liberazione dell’universo e la possibilità che
ogni essere umano sia artefice del proprio destino, la fine di una tirannide.
Il cattivo è invece l’apparato
burocratico vecchio e corrotto rappresentato dall’imperatrice. Più
di una volta viene ribadito come sia circondata solo da persone con i
capelli grigi, che non sappiano farla ridere e siano indolenti e superficiali.
Diciamo che questa è una struttura
classica della letteratura.
In questo libro i ruoli cambiano, o
meglio, a mio avviso l’autore si schiera dalla parte dei negozianti
d’armi che, come ci viene spiegato, usano sistemi non violenti e
si limitano alla resistenza passiva, d'altro canto possiamo leggere che
i metodi usati sono quantomeno avvicinabili ad una cupola mafiosa.
Tra le righe leggiamo di come l’impero
facesse uccidere i sudditi che inizialmente erano favorevoli ai negozi
d’armi ma di come il sistema trovato per fermare gli omicidi sia
stato uccidere cinque persone per ogni assassinio.
I negozi d’armi, in realtà,
sono uno stato di fatto. Costruito con base il denaro, questi negozi sono
riusciti negli anni a radicarsi in un tessuto esistente, perfettamente
funzionante ma strutturato in maniera non consona ai loro standard. Per
questo vogliono cambiarlo. Ed hanno cercato apertamente lo scontro.
Di fronte a una diserzione di massa
da parte dei propri ufficiali il giorno prima dell’”attacco
finale” ai negozi d’armi, un ufficiale espone all’imperatrice
le proprie paure davanti all’ordine di quest’ultima di arrestarli
in massa: “..e se avessero pistole dei negozi d’armi?”.
In queste pagine l’imperatrice
riprende le redini del proprio dominio, sembra scrollarsi di dosso il
torpore che la circondava e, proprio nel momento in cui sembrava esserci
stato un involontario scambio di ruoli buono-cattivo, ecco che lei si
avvia, indispettita verso i contabili che le negano di spendere e spandere
nuovo denaro, come l’ultima delle bambine capricciose.
Scopo più o meno segreto dei
negozi d’armi è anche quello di tribunale parallelo all’ordine
costituito: chi ne avesse bisogno può avere udienza da uno dei
giudici interni e, senza neanche accorgersene, avrà soddisfazione
del torto subito. Prontamente e velocemente.
Una pacchia, direte voi. Avreste anche
ragione se, fatto accaduto ad uno dei protagonisti del libro, il torto
subito non fosse stato riparato se non con la formula “non vi è
dato sapere dei nostri metodi” e con la trattenuta della metà
del risarcimento ottenuto.
Che la costituzione dei negozi d’armi
non sia dovuta al profitto ma alla progressiva conquista del potere è
testimoniato anche dai prezzi delle armi. Uno dei protagonisti, Fara,
un artigiano, nel momento in cui vede una di queste famose pistole e scopre
che costano solo quattro crediti ne rimane stordito in quanto, da una
sua valutazione, il costo della sola plastica usata nella pistola ammonterebbe
a ben venticinque crediti. Considerando la lavorazione, tutti gli altri
materiali necessari ed i vari accessori a corredo, si può capire
di come il vero motivo dell’esistenza di questi negozi sia armare
la popolazione e renderla meno vulnerabile all’ordine costituito.
Insomma, una confusione non indifferente,
retta da giustificazioni morali quantomeno dubbie e circondata da continui
spostamenti dell’azione all’interno della narrazione dello
stesso personaggio come se si stesse assistendo ad un film di Lucas.
A parziale discolpa dell’autore
c’è da dire che il romanzo è l’unione di tre
racconti diversi, il problema è che la cosa è fin troppo
evidente, il tentativo di legare le tre storie principali è, a
mio avviso, fallito miseramente per dare vita ad uno strano miscuglio
di generi e situazioni improbabili.
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