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I FANTASTICI
4
di Fabiano
"Langley" Piccione
Avevo
sentito cose “horrorifiche” su questo film. Dalle critiche
più indulgenti alle ingiurie più pesanti. E molte, prima
ancora di sedermi in sala, mi parevano fuori luogo nelle argomentazioni.
E ora finalmente posso dire la mia: questo film è un prodotto a
cui darei un 6 ½ , suppergiù. Non è molto, direte,
ma secondo me non è nemmeno poco a paragone di come è stato
letteralmente distrutto da quasi tutti quelli che ne hanno parlato prima
di me. Forse perché, e perdonatemi l’arroganza, non tutti
i sedicenti critici cinematografici possono dirsi conoscitori della versione
fumettistica di questi eroi, per poterne trarre dei paragoni più
o meno fondati.
Nato dalla creatività di Stan
Lee, ormai mezzo secolo fa, il
quartetto più famoso della Marvel
vede le proprie vicende, sulla carta come sulla pellicola, partire dal
progetto di Reed Richards di studiare
i raggi cosmici nello spazio. Ben Grimm,
pilota esclusivo della missione nel fumetto, qui divide la cloche con
il nostro giovane Johnny Storm
(davvero poco credibile come pilota spaziale, N.d.R.). Reed è la
geniale mente che sta dietro l progetto e Susan la sua assistente (ed
osservatrice, nonché ex fidanzata). Una volta in orbita, il gruppo
viene investito suo malgrado da una inaspettata nube di radiazioni e vede
il proprio DNA mutare di conseguenza. E da qui la scoperta dei propri
poteri, dei propri cambiamenti, e dell’impatto psicologico che questo
porta nelle loro vite. La vicenda è quasi perfettamente combaciante
con la trama originale. Dico “quasi” perché in realtà
il film vede in orbita 5 persone: Reed Richards, Ben Grimm, Susan e Johnny
Storm e Victor Von Doom. Quest’ultimo,
che nel fumetto è un antico rivale di Reed (fin dai tempi dell’università)
e non si trova affatto in orbita con loro, qui condivide invece le sorti
dei quattro du rante
la missione e vede il suo DNA mutare come il loro. Quindi ne deriva un
Dottor Destino, acerrimo rivale per antonomasia dei Fantastici
Quattro, che non vede i suoi poteri derivare dal genio insito nella tecnologia
della propria armatura come Lee lo aveva ideato; bensì possiede
la capacità di lanciare scariche elettriche ed un corpo che sta
mutando praticamente in metallo, con conseguente indistruttibilità.
L’egocentrismo di Von Doom, il suo genio scientifico, il suo narcisismo
e la sua mania di onnipotenza (che lo portano a celare volutamente il
suo volto sfregiato accidentalmente dietro una maschera di ferro per preservare
orgogliosamente l’immagine di sé) sono decisamente glissati
in questo film, che ha il difetto di mostrare un Von Doom banale, bidimensionale,
interessato agli affari, alle grazie di Susan Richards e niente più.
Non c’è culto di sé, non c’è genio malato
e non c’è psiche contorta: è un piccolo-grande uomo
d’affari come tanti, che grazie ai suoi nuovi poteri preserva i
propri interessi finanziari a costo di vite umane. Qui affibbierei un
bel 4!. Non ci siamo.
E dei quattro che dire?! Chi accusa va
gli sceneggiatori di avere portato sullo schermo un povero e meschino
Johnny Storm, il cui unico intento
sarebbe quello di fare colpo sulle ragazze e cercare la fama grazie ai
propri poteri... non ha mai letto le pagine della collana originale. Io
gli darei un 7! Non sono gli sceneggiatori ad avere stravolto un personaggio
che, già dalla sua genesi, era esattamente così! Johnny
è reso discretamente bene, a onor del vero, perché fra tutti
i membri del gruppo è per antonomasia proprio quello che ha sempre
trovato la propria mutazione come qualcosa di straordinario, divertente,
utile… e di certo meno responsabilizzante di quanto abbia mai realizzato.
Almeno per i primi tempi. Forse è troppo vederlo volteggiare sulle
rampe di motocross acrobatico come se ci fosse nato (mi ricordava tanto
“Charlie’s Angels più che mai”….per cortesia!!!
N.d.R.), e su piste da sci lanciato da un elicottero con uno snowboard
ai piedi come se non avesse mai fatto altro in vita sua… ma di
certo dal punto di vista caratteriale ci siamo eccome!! L’a ttore
ben impersona questo ragazzetto incosciente, superficiale, senza timone
e poco maturo.
Ben Grimm, mutato nella Cosa,
sia nel film che nella versione cartacea è quello che riceve dei
poteri che sono più una condanna che una benedizione: divenuto
un mostro roccioso orrendo e goffo, vedrà la sua vita complicarsi
notevolmente. E chi ha detto che fosse troppo “politically correct”
inserire nella trama del film una ragazza cieca che si innamori di questa
mostruosità… non ha mai preso in mano un numero del fumetto
che vedesse come ospite la scultrice cieca Alicia
Masters. Se si vuole accusare di political correctness qualcuno,
accusate Stan Lee!! Ma non chi ha scritto la trama di questo film, ragazzi.
Grimm offre qualche gag divertente, momenti seriosi che ben profilano
il personaggio e azione di buon livello. Diamogli un 7 ½.
Susan
qui merita “solo” un 7. Non per le grazie della bellissima
attrice Jessica Alba (reduce dalla
serie “Dark Angel”), tutt’altro che trascurabili!!!
Ma perché secondo me il personaggio di Sue, agli albori delle vicende
fumettistiche del quartetto, aveva più la funzione di “romanticizzare”
le trame con un pizzico di sensualità, di rivalità amorosa
fra Reed e altri contendenti del momento, e poco più. Diciamo che
era vittima di una visione piuttosto poco emancipata dell’eroina.
E forse lo stridere di questo retaggio un po’ “datato”,
in una pellicola del terzo millennio, si può percepire un pochino.
Il personaggio di Sue decolla, sulla carta, quando sarà il momento
di diventare madre. Ma qui il film è ben lontano dal narrare quei
momenti avvenire, e Sue offre quello che può: buone interazioni
con Reed, col quale pian piano viene ricostruito un rapporto che tempo
prima era stato interrotto; e un non trascurabile buon ruolo, conforme
all’originale, di “collante” e paciere per il gruppo.
Il caro Reed è geniale,
è eccessivamente razionale, è goffo con l’altro sesso
(anche se nel fumetto lo era ben di più) ed è quello che
ha il potere più ridicolo in assoluto a livello visivo. Ossessionato
dal trovare una cura per Ben e per tutti loro come lo era all’inizio
delle avventure del quartetto, e più rilevante per la sua mente
che per i poteri che possiede. Direi che non si possa dire affatto che
sia diverso dall’originale, no??! Anche qui siamo sul 7.
Quindi
cosa resta da dire?! Il film ha il pregio di presentare fedelmente gli
eroi per come erano stati concepiti, ma nel contempo svilisce davvero
all’osso il fascino di un cattivo che qui è davvero un nemico
come tanti altri. Se ne trovano a dozzine così! Non è il
Dott. Destino che conoscevo. Ed è qui che il film cade davvero!
Azione al punto giusto ed ineccepibili effetti speciali; una buona regia
del nostro Mr. Story… ma il retrogusto non convince al 100%. I
quattro eroi, a mio avviso, non diventano davvero qualcosa di memorabile
come lo è diventato il ben più apprezzato Spiderman di Raimi.
Spiegarmi esattamente il perché è come spiegare un misterioso
gioco di alchimie che è difficile ponderare. Tanti motivi e nessuno.
Forse , semplicemente, non esistono buoni eroi se non esiste un buon cattivo!
Questo Victor Von Doom è davvero da dimenticare… e non ci
si deve nemmeno sforzare troppo per farlo, se mi permettete.
Il finale suggerisce che Destino non sia stato messo fuori gioco definitivamente.
Come mi aspettavo da un film-fumettone che, in caso di buoni incassi,
ha il pregio commerciale di essere un generatore infinito di sequels da
botteghino come solo un fumetto americano può permettere!
Non so se sperare in un sequel, o sperare che non ci sia. Di certo spero,
se proprio devo, che il secondo sia memorabile. Al contrario di questo
primo capitolo che, per quanto carino, ha sofferto di alcuni piccoli
problemi di “carburazione” e non ha saputo dare alla “famiglia
supereroistica” per antonomasia un degno spazio nell’olimpo
dei film-fumettistici di questi tempi.
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