Nuova
ossessione televisiva in casa Salvioni. Oltre alle consuete serie di
nuova produzione e ai vecchi classici che ogni sano teledipendente è
obbligato a seguire per tenere fede alla propria nomea, capita a volte
di scovare qualche chicca nascosta negli anfratti dei palinsesti, soprattutto
quando si possiede la via di fuga alla miseria dei canali italiani nota
come ‘satellite’.
Inizia così un periodo di follia in cui si cerca di recuperare
ogni informazione possibile sulla scoperta e, sentendosi i depositari
degli antichi misteri di una specie di setta segreta, ci si prodiga
a diffondere il verbo tra gli ignari conoscenti diventando così
insopportabili. La tradizione in casa Salvioni è stata inaugurata
dalla leggendaria “Odissea” in otto puntate
targata Rai (1968), ritrasmessa nell’indifferenza generale nei
caldi pomeriggi di un lontano Agosto. L’ultimo colpevole è
stato, invece, il vecchio sceneggiato della BBC “Orgoglio
e pregiudizio” (1995), traduzione dell’omonimo
romanzo di Jane Austen, scoperto in replica su Rai Sat Premium ormai
un anno e mezzo fa: a governare la visione di ogni puntata era un’apposita
regola monastica fatta di silenzio infrangibile ed espressioni rapite,
queste ultime causate dalla presenza del protagonista Colin
Firth (l’unico motivo per cui una ragazza sana di mente
potrebbe mai desiderare di indossare uno di quei corsetti di stecche
di balena che comprimono a morsa tutti gli organi interni e di vivere
in un’epoca in cui la massima aspirazione sociale femminile era
diventare imbattibili nel punto croce). Insomma, anche se lo avevo già
letto anni prima, l’effetto sortito dal libro era stato decisamente
non paragonabile.
Ora
l’Inghilterra ha segnato un nuovo punto. Questa volta non si tratta
più di uno sceneggiato, ma di un documentario attualmente in
programmazione su Cult Network. Quando è stato
girato? Nel 1963, nel 1970, nel 1977, nel 1984, nel 1991, nel 1998 e
nel 2005. Allora si tratta di una serie di documentari, direte voi:
be’, sì e no. Esistono puntate distinte girate negli anni
suddetti, eppure il documentario assume significato solo se visto nella
sua interezza e senza infrangerne l’ordine cronologico. All’inizio
ne ero semplicemente incuriosita, forse perché non avevo ancora
ben capito di cosa si trattasse; eppure dal terzo episodio in poi non
ho potuto più farne a meno, completamente rapita dal progetto
che man mano ho visto dipanarsi lungo una direzione incognita (imprevedibile
anche, immagino, per gli stessi autori). Siete abbastanza incuriositi?
Lo spero, perché prima di spiegarvi di cosa si tratta ho intenzione
di prendere il discorso un po’ alla lontana, cercando di arrivare
alla realtà attraverso il mondo della fantascienza.
Ormai
sembra un luogo comune affermare che “Una vita per ricordare”
(TNG, quinta stagione) sia uno degli episodi più
belli mai comparsi in tutto Star Trek. Sono pochi coloro che rimangono
perplessi o indifferenti di fronte alla storia del Capitano
Jean Luc Picard, svenuto sul ponte di comando dell’Enterprise
e obbligato da una sonda spaziale a vivere l’intera esistenza
di un alieno su un pianeta popolato da una civiltà sconosciuta,
in realtà scomparsa secoli prima. L’alter ego di Picard,
nei trenta secondi della sua perdita di conoscenza e nei molti anni
della sua vita sul pianeta Kataan, è un fabbro di nome Kamin.
L’aspetto affascinante dell’episodio è la possibilità
di osservare il dipanarsi di un’esistenza in un solo, continuo
racconto: la giovane età adulta, la costruzione della famiglia,
il rapporto tra il lavoro e le passioni personali, la vecchiaia. Nella
finzione scenica i frammenti sparsi della vita si riuniscono e compaiono
addirittura dei collegamenti tra cause ed effetti. Si comprendono, ad
esempio, il ruolo fondamentale svolto dalla moglie di Kamin, la sua
dolcezza e la sua pazienza; anche il rapporto tra il padre e i figli
adulti sembra la logica conseguenza di comportamenti passati, con una
chiarezza che raramente si ottiene nella vita reale, quando il tempo
rende sfocati, in alcune memorie, avvenimenti che in altre sono ferite
insanabili. Questa, tuttavia, è soltanto finzione. Sentirsi toccati
dalle vicende di Picard nei nuovi panni del kataaniano è possibile
e, anzi, molto semplice: eppure resta sempre un sottile margine di separazione
fra lo spettatore e Kamin. La sua storia è stata scritta; la
commozione, il trasporto, l’identificazione sono frutto del lavoro
di abili autori. La vita reale, invece, è ben diversa da una
sceneggiatura. Chi sarebbe mai capace, nella realtà, di seguire
il filo di un’esistenza senza perdersi, a parte uno psicanalista
ben pagato (e non metterei la mano sul fuoco nemmeno per lui)? Già,
chi?
Ed
eccoci, dunque, di nuovo al punto di partenza. Qualcuno ha davvero provato
a seguire il filo dell’esistenza umana e no, non si tratta degli
autori del Grande Fratello: niente vita in vetrina, qui, né uomini
e donne in un acquario. Il regista inglese Michael Apted
è il principale responsabile di un documentario a episodi che,
senza essere iniziato con questo proposito, si è progressivamente
mutato in uno dei progetti più ambiziosi e affascinanti mai contemplati
dal mondo televisivo. Nei primi anni Sessanta, mentre lavorava come
ricercatore per la Grenada Television, il ventiduenne Apted collaborò
alla preparazione di un documentario che prevedeva di offrire un ritratto
della società inglese intervistando bambini coetanei provenienti
da varie estrazioni sociali. Furono scelti a tale scopo quattordici
bambini di sette anni, quattro di famiglie ricche, sei del proletariato
e altri quattro appartenenti al ceto medio; quattro di questi erano
bambine e soltanto uno di colore. Per il documentario, chiamato “Seven
up”, fu scelta quale motto la massima gesuita ‘Datemi
un bambino di sette anni e io vi darò l’uomo’:
si voleva in questo modo suggerire che l’analisi dei comportamenti
e delle attitudini dei ragazzini scelti offrisse uno scorcio dell’Inghilterra
futura, quella del 2000. L’idea di base aveva, in principio, una
forte connotazione politica, nel suo tentativo di mostrare come la vita
di ciascun bambino fosse condizionata e, in qualche modo, addirittura
già incanalata lungo un sentiero predefinito dal rigido sistema
sociale inglese. Di per sé questa prima fase del documentario,
diretta da Paul Almond e andata in onda nel 1964 nel programma “World
in Action”, è graziosa ma non di grande interesse:
le risposte dei bambini sono divertenti, ingenue e, come spesso capita,
molto più acute di quanto un adulto si aspetterebbe; sotto la
superficie al massimo si intravedono alcuni atteggiamenti che trasmettono
una certa inquietudine (come il modo di parlare e le affermazioni conservatrici
dei bambini di classe alta, i quali già sanno quali scuole superiori
e quali università frequenteranno). È difficile, però,
trovare più di questo, anche se il documentario evita con grande
stile il catastrofico effetto ‘e i bambini fanno ooooh’...
Il
vero motivo per cui sto parlando di Seven Up è l’iniziativa
che lo ha seguito. Apted, affascinato dal materiale raccolto, propose
di rivedere il soggetto. I bambini sarebbero stati intervistati a intervalli
regolari di sette anni per osservarne la crescita, i cambiamenti del
carattere, l’abbandono o la realizzazione delle premesse iniziali
imposte dalla famiglia d’origine e dalla società. Poiché
non si pensava che l’episodio dei sette anni sarebbe diventato
il capostipite di una lunga serie, non era stato firmato nessun contratto
con i bambini; si stabilì che la loro partecipazione alle puntate
successive fosse volontaria e pagata, che i cognomi non fossero citati
e che tutto il materiale girato dovesse sottostare alla loro approvazione.
La proposta fu accolta e, a partire dal 1970, furono realizzati “7
plus seven”, “21 Up”, “28
Up”, “35 Up”, “42
Up” nonché il recente (2005) “49
Up”. Una documentazione lunga quarantadue anni.
Non
tutti i quattordici ex-bambini presero parte agli episodi successivi:
due rinunciarono tra i 21 e i 28 anni di età, mentre uno è
comparso saltuariamente. Apted è rimasto in contatto con tutti,
nonostante in passato sia stato accusato dai ragazzini ricchi di averli
fatti passare per i personaggi ‘cattivi’ in confronto a
quelli delle classi meno abbienti. Eppure il documentario, in modo definitivo
a partire dai 21 anni, perde gran parte dell’impostazione politica
e si tramuta, da uno strumento di analisi sociale, in un film esistenzialista.
La curiosità che stimola questo progetto è ben lontana
da quella in stile soap-opera (‘chissà chi ha sposato,
che lavoro fa, se è ancora così snob’): è,
piuttosto, il bisogno naturale di capire se stessi osservando i propri
simili di fronte a dubbi, difficoltà, sentimenti universali.
Man mano che gli episodi avanzano si ha la sensazione di guardare uno
di quei filmati accelerati che riproducono la crescita dei fiori in
una notte. Sembra quasi di riuscire a toccare l’essenza della
vita. Ogni episodio si concentra intorno a un tema comune, cosa sorprendente
poiché non è possibile imporre dall’esterno una
direzione a un progetto simile. A 21 anni è il problema di affrontare
il mondo reale dopo la scuola, a 28 l’ambito delle relazioni sentimentali
(per quasi tutti il matrimonio), a 35 l’arrivo dei figli, a 42
la mortalità.
Il
documentario è una storia di successi, fallimenti, speranze,
disillusioni; la maggior parte degli ex-ragazzi segue il fragile schema
citato sopra, alcuni se ne allontanano. Sembrano tutti casi particolari,
esseri umani con doti singolari: in realtà è soltanto
l’ordinario reso straordinario dalla lente di ingrandimento. Ogni
spettatore ha i suoi preferiti, è chiaro. Uno dei miei è
Nick, forse per deformazione professionale. All’inizio
è uno strambo ragazzino di campagna che non riesce a guardare
la telecamera e a 7 anni, quando gli viene chiesto se ha una fidanzata,
risponde ‘Preferisco non affrontare questo tipo di argomenti’.
A 28 anni è sposato, laureato in fisica (eccoci) e lavora in
un’università americana come ricercatore: ma divorzierà,
già lo so. Poi c’è Tony, bambino
povero e scavezzacollo dotato di una determinazione invidiabile, che
proclama subito di voler diventare un fantino o, in alternativa, un
autista di taxi. Da adolescente prova a diventare fantino, ma dopo tre
gare capisce con rara onestà di non avere abbastanza talento:
a 28 anni ha la licenza da tassista (questa si dice coerenza). C’è
Andrew, bambino ricco e snob che a 7 anni dichiara
di possedere azioni del Times e di non amare i poveri ‘perché
non si capisce mai quando parlano’ ma si sposa, una volta
divenuto avvocato, con una semplice ragazza di campagna. Suzy,
bambina triste e ragazza cinica fino ai 21 anni di età (si intuisce
un rapporto difficile col divorzio dei genitori) che a 28 appare completamente
trasformata dal matrimonio, solare come mai era stata. Bruce,
costantemente riflessivo, quieto, dalle alte aspirazioni civili, che
lascia una carriera nel campo assicurativo per insegnare matematica
nell’East End londinese. E infine, Neil. Nel
primo episodio spicca per essere il bambino più solare ed entusiasta
del gruppo. Probabilmente schiacciato da un ambiente familiare rigido
anche dal punto di vista religioso, come egli stesso dichiara, non riesce
a superare una serie di delusioni, tra cui quella della mancata ammissione
ad Oxford, e si lascia andare completamente. A 21 anni è un disadattato,
a 28 un vagabondo in Scozia con evidenti problemi di manie depressive.
Rivedere in lui il bambino brillante e allegro degli anni ’60
è un esercizio straziante. Pare che adesso abbia ripreso il controllo,
grazie anche all’altruista aiuto di Bruce.
Ovviamente
l’intero documentario, chiamato “The Up series”,
è molto più dell’elenco di eventi che ho fatto io,
ma per capire realmente cos’è vi invito a seguirlo. Nel
Gennaio 2006 il canale Cult, visibile sul satellite, ha iniziato a trasmetterlo
ogni mercoledì alle 21:00 con repliche durante la settimana.
Mercoledì 1 Febbraio è la volta di “35 Up”.
È possibile acquistare all’estero i dvd dell’intera
serie, purtroppo senza sottotitoli (e alle volte è molto difficile
capire i vari accenti inglesi). Il critico Roger Ebert ha definito la
serie Up ‘Un uso ispirato, quasi nobile, del mezzo cinematografico’;
sembra addirittura che alcuni psicologi, come parte della terapia, mostrino
ai pazienti il programma facendo interpretare loro le risposte e le
reazioni dei protagonisti. Io vi invito a vederlo anche perché,
oltre al fascino indiscusso dell’animo umano che si denuda, la
serie Up testimonia che la televisione è ancora capace di avere
una missione etica. Ma avere il privilegio di ammirare quattordici vite
intere in un solo racconto cercando di cogliere il fil rouge
della propria è già, di per sé, un’esperienza
indimenticabile.
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