UNA STELLA CHIAMATA GALACTICA
di
Fabiano "Langley" Piccione


Galeotta fu la tecnologia, ed ecco apparire davanti ai miei occhi il pilot di quella che, per la Universal, era un progetto vagliato e incerto fin dal 2000 e che prese finalmente piede solo nel 2003: riportare sugli schermi la serie Battlestar Galactica, cancellata alla fine degli anni ’70 negli States, dopo una sola stagione che riscosse meno successo del previsto e una molto infausta seconda stagione con altri protagonisti e un impianto narrativo stravolto e di scarsissima qualità.

Nel 2003 apparve su SciFi.com un “puntatone” di 4 ore che doveva essere un po’ un esperimento per tastare il polso di questo nuovo progetto: riproporre il canovaccio di base della vecchia serie di quasi 30 anni prima, ma arricchendone certi aspetti collaterali con una maggiore maturità registica e complessità narrativa. Alcune varianti di minore e maggiore rilievo: ecco che Starbuck (“Scorpion” da noi) diventa una ragazza , seppur con modi da maschiaccio; ecco che appare una Presidentessa delle 12 colonie tutt’altro che pronta per affrontare il suo ruolo, specialmente in una situazione di crisi; ecco che i Cylons, macchine antropomorfe persecutrici e carnefici degli umani, non sono solo dei robot, ma si sono evoluti fino ad includere, fra le loro fila, anche degli androidi di sembianze del tutto umane.

La storia, sempre ambientata in un non ben definito periodo temporale, vede i Cylons, come nella serie precedente, sferrare un attacco alle 12 Colonie umane dopo 40 lunghi anni di apparente pace e silenzio, mettendole in ginocchio una ad una. Rispetto alla serie originale, però, i robot nemici non si limitano a bombardare le superfici dei pianeti ma riescono a facilmente ad avere la meglio con l’utilizzo di bombe nucleari, installate nei centri nevralgici delle colonie umane da parte di agenti Cylons dalle sembianze umane. Caprica, Sagittaria, Gemina, le colonie cadono una ad una. La quasi totale e rapida distruzione delle colonie costringe quanti più umani possibile ad abbandonare i 12 pianeti nativi a bordo di navi civili e a fuggire nello spazio profondo, guidate dall’unica nave da guerra sopravvissuta, delle 12 che erano preposte alla difesa di altrettante colonie: la Battlestar Galactica, comandata dal Comandante Adama.
Rispetto alla serie originale l’attacco alle colonie è congegnato in maniera più ragionata e meno scontata: non c’è un semplice bombardamento aereo sulla superificie dei pianeti, ma delle bombe atomiche detonate da agenti umanoidi infiltrati fra gli abitanti; inoltre i Cylons hanno escogitato un sistema di virus informatici che sfruttano, come un futuristico cavallo di Troia, lo stesso network difensivo coloniale per infettare e e rendere inerti tutte le navi da guerra e i caccia ad esso connesso informaticamente.

Ed ecco che l’uomo fugge, perseguitato da un esercito di macchine che si sono rivoltate contro coloro i quali ei avevano inizialmente costruiti per rendere la propria vita più facile: il cane si è rivoltato contro il proprio padrone, e solo 50.000 anime sono riuscite a sfuggire al massacro. La flotta civile è condotta dall’unica nave da guerra coloniale che si è salvata, grazie al fatto di non essere stata connessa al network informatico difensivo per stessa scelta del proprio sospettoso e troppo prudente comandante, al contrario delle altre undici Battlestars. E comincia il viaggio in cui i personaggi, uno a uno, cominciano a poggiare le loro carte in tavola per mettere in mostra quanto potrebbero offrire da questo momento in poi: Kara Starbuck, la ragazzaccia dai modi molto mascolini e diretti, una vera attaccabrighe con straordinarie doti di pilota e invaghita da sempre di Lee Adama, detto “Apollo”, figlio del Comandante del Galactica; Apollo, il belloccio di turno, pare vivere un un rapporto controverso e astioso verso un padre autoritario e controverso a causa del proprio ruolo; un Comandante Adama, con la grandissima responsabilità di un avanzo di civiltà da proteggere e con un carattere che riassume in sé alcuni dei tratti che penseremmo di trovare nel veterano di guerra per antonomasia: cocciutaggine, introversione, saggezza, circospezione; una Presidentessa che, fino a poco prima dell’attacco, era un semplice ministro dell’Istruzione delle 12 Colonie e che, in seguito alla morte del Presidente in carica e di quasi tutto lo staff governativo, si ritrova a dover prendere, per forza o per amore, le redini di una civiltà quasi annientata e in fuga verso l’ignoto, per di più poco dopo l’avere scoperto di avere un cancro incurabile; Sharon Boomer (anche questo personaggio, come Starbuck, nella serie originale era un uomo), innamorata del capo ingegnere della Galactica e forse inconsapevole di essere lei stessa un agente Cylon attivata a distanza; il Dottor Gaius Baltar (impostato in modo ben diverso dal Baltar della serie originale) , creatore e sviluppatore del network della difesa coloniale, trasformata in cavallo di Troia dal nemico per poter perpetrare il loro stesso attacco, che vive anch’esso come un profugo e per di più vittima delle angosce e le nevrosi (con conseguenti allucinazioni) di chi si sente indirettamente responsabile del fato della sua razza e tradito dal suo stesso ingegno; una bellissima e biondissima agente Cylon dalle sembianze meravigliosamente umane, che sedurrà Baltar per meglio utilizzare il sistema difensivo da lui creato contro la stessa razza umana in nome di una fantomatica “fede religiosa” tutta da capire, nel nome della quale un volere superiore guiderebbe la mano della sua specie contro i propri creatori. Diciamo che di carne al fuoco ce n’è, e con alcune buone prospettive.

Le premesse, come nella serie originale e anche di più, ci sono tutte per poter dare inizio nuovamente ad una saga spaziale che vede una civiltà umana in fuga in una zona dello spazio indefinito, in un momento della storia indefinito, e la cui origine, a giudicare dai nomi delle colonie e dai nomi propri dei personaggi, affonda le proprie radici in una storia comune ai terrestri e al loro mondo ellenico, latino, ed ebraico (i riferimenti all’antico testamento, alle dodici tribù ebraiche e alla diaspora sono evidenti): i Cylons sono gli egiziani dal cui giogo le dodici tribù umane dovranno sfuggire, per poter guadagnare la sopravvivenza e la libertà. Tutto questo in una spirale di eventi “osservati” attraverso una regia magistralmente nervosa, a tratti quasi da filmino amatoriale tremante e spigoloso, in cui i cambi di inquadrature, specie durante gli scontri spaziali, sono secchi e rapidi e riescono a dare un senso di nevrotico realismo davvero incredibile. Finalmente ci si ricorda, sempre a favore del maggiore realismo possibile, che i rumori nello spazio non possono esistere e quei pochi che si sentono sono molto ovattati e sordi (il proposito c’è, ma in post-produzione non hanno voluto portarlo fino in fondo, a quanto pare). Molti gli accorgimenti per dare l’idea di una fantascienza non troppo lontana da noi: nessuna arma laser, a favore di cannoni, mitragliatrici e missili termoguidati; design interno ed esterno della Galactica studiato per farla somigliare più ad un mastodontico e lento sommergibile nello spazio, piuttosto che ad una nave spaziale. Persino la scelta di fare dei salti iperspaziali qualcosa di rapido e ben poco pirotecnico fa sentire tutto questo come ambientato in un domani quasi “a portata d’uomo” e, perdonate l’espressione poco sognatrice, quasi “coi piedi per terra”.
Molti gli omaggi alla vecchia serie: i vecchi caccia Vipers a cui gli affezionati erano avvezzi, ora romantici pezzi da esposizione, vengono tirati fuori dagli “sgabuzzini museali” per sostituire i nuovi avveniristici caccia annientati dal nemico. Lo stemma della Galactica riporta un logo e la scritta sottostante “BSG 75”, che non può voler dire altro che un nostalgico “Battlestar Galactica 75”. Piccoli riferimenti di riconoscenza ai tempi che furono, probabilmente voluti dal mitico Ron Moore, magistrale scrittore che molti di noi conoscono fin dai tempi di Star Trek: TNG (“Ieri, Oggi e Domani”, per dirne una su tutte). Uno scrittore che adoro, per la profondità e il polso che riesce a trasmettere nelle sceneggiature in cui si cimenta.

Adama, verso la fine dell’episodio, terrà un discorso davanti al suo equipaggio al completo, nell’hangar della Galactica, per commentare l’accauduto e predire loro cosa succederà: sarà un viaggio lungo e difficile, durante il quale il loro scopo sarà sfuggire alla distruzione e viaggiare nello spazio profondo alla ricerca della leggendaria tredicesima Colonia, popolata di loro fratelli umani, chiamata “Terra”.

E questo lungo e davvero ben riuscito episodio pilota, che ha saputo davvero appassionarmi così come ha saputo appassionare il pubblico anglosassone, ha dato così origine (prevedibilmente) ad una serie tv vera e propria che è arrivata ora alla sua seconda stagione.
L’episodio si conclude con un’impronta leggermente diversa dalla serie originale: un dialogo conclusivo fra la Presidentessa Roslin e il Comandante Adama (un duo che promette le migliori alchimie nella prosecuzione della saga), nel quale la Terra verrà definita come una meta leggendaria che il Comandante, nel suo discorso di incoraggiamento all’equipaggio, avrebbe suggerito al solo scopo di dare una speranza qualsiasi per il futuro. Se secondo l’Adama degli anni ’70 la Terra poteva essere un’ipotesi concreta per la quale lottare e proseguire, per l’Adama del “terzo millennio” non è altro che un miraggio qualsiasi per incitare la propria gente a credere in qualcosa, qualsiasi cosa, pur di avere voglia di preservare la propria specie dall’annientamento. È più facile lottare se si ha una motivazione, una fede, una qualsiasi.



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