PRIMO CAPITOLO "GALACTICO"
di
Fabiano "Langley" Piccione


Ed ecco qui che ci sono ricascato, alla mia veneranda età! Mi sono nuovamente innamorato di una serie di fantascienza. Rieccomi: sono un “fanta-drogato”. Da cosa l’ho capito? Dal fatto che, puntata dopo puntata, sono riapparse quelle piccole fastidiose ossessioni che si accompagnano a chi diventa mentalmente monotematico. La sera, tornando dal lavoro, ci si butta a letto e si accende stancamente la TV; gli occhi si chiudono, ma basta far partire l’episodio di Battlestar Galactica e la soglia di attenzione torna a buon livello. E finito un episodio, qualche volta il fanta-drogato medio come me non sa fare a meno di farne partire un altro. La notte incede, e il sonno recede. La mattina il fanta-drogato medio non sa fare a meno di maledire se stesso per avere preso sonno così tardi, pur avendo poggiato le stanche membra nel proprio comodo giaciglio ad un’ora più che accettabile. Il ciclo si ripete, notte dopo notte, e il malcapitato viene graziato, se fortunato, solo dal fatto che ad un certo punto le puntate finiscono. E anche perché la vita privata necessariamente vi reclama.

Forte delle mie occhiaie posso quindi orgogliosamente presentare le mie impressioni sulla prima stagione della nuova Battlestar Galactica, collegandomi consequenzialmente al mio articolo del mese scorso riguardante il pilot. È un bilancio di impressioni quello che voglio fare, proprio dopo quelle che avevo avuto dopo la prima super-puntata. E in conseguenza del fatto che voglio festosamente smentire la diceria secondo la quale la fantascienza non avrebbe più niente da dire!

E se si deve iniziare, perché non cominciare con la sigla: una sigla che è composta da due parti: la prima, con una commovente e melanconica voce femminile che canta una triste nenia in una lingua che, a onor di ignoranza, direi possa essere gaelico (felice di essere smentito, per chi dovesse saperne di più; ndr) , e che accompagna le immagini della caduta delle 12 Colonie sotto l’attacco Cylon e della conseguente fuga della dei superstiti umani sulle navi civili guidate dal Galactica; la seconda, che invece vede avvicendarsi delle sequenze delle scene della puntata stessa che seguirà, con un ritmo molto più incalzante e scadenzato da tamburi di guerra. Criticabile o meno, per il fatto che la sigla anticipi delle scene che seguiranno, comunque qui si tratta di originalità! È una sigla che trasmette epicità, nella prima parte, e un allarmistico stato di tensione nella seconda. Due concetti che posso dire emblematici della serie in questione e riassunti nello stesso stile di regia degli episodi, che fin dal pilot hanno mantenuto l’impronta nervosa e molto poco statica che ha davvero saputo appassionarmi. Certo c’è una bella differenza fra lo stile registico trekkiano, molto pulito, con queste tecniche di ripresa traballanti e contrite, talvolta quasi come fossero girate con videocamera a mano.
E poi qui non si tratta di navi linde e dotate di ogni comfort , né di gente che vede i propri bisogni soddisfatti da replicatori e ponti ologrammi: qui si tratta di poco più di 50.000 persone che sono sopravvissute ad un olocausto e che fuggono al loro sterminio. Inferiori numericamente e tecnologicamente ai loro avversari. Questi uomini non sono “nati nello spazio”, ma ci si muovono al meglio delle loro possibilità. Mai come in questa serie televisiva si ha la percezione che l’uomo sia davvero un “astronauta”. Un termine che suona desueto per i trekker, ma azzeccatissimo in questo caso. Niente sensori che possano dirci cosa abbiano mangiato a colazione gli occupanti di un’astronave. Niente scudi, niente facili ed immediati sistemi di trasporto; bensì telefoni ed interfoni con cornette e filo, missili, fucili, anguste cuccette e bagni comuni. L’accento è chiaramente posto sulla precarietà della situazione dei protagonisti e di un’intera razza che lotta per avere un futuro e scampare all’estinzione.

Ed ecco che parto con la prima perla della stagione, ovvero l’episodio “33”: una nave Cylon esce dall’iperspazio e compare davanti alla flotta coloniale, alla testa della quale la Galactica è costretta a resistere all’ondata di caccia e di missili delle batterie nemiche per i pochi minuti necessari affinché tutte le navi civili, una ad una, riescano ad effettuare un salto iperspaziale (tecnologia che nella vecchia serie non esisteva) e mettersi in salvo verso coordinate prestabilite di rendez-vous. E una volta raggiunte dalla Galactica, restata a fare da scudo fino a che l’ultima nave della flotta non avesse effettuato il salto, ecco riapparire la stessa nave Cylon dopo solo 33 minuti… secondo un ligio ed inspiegabile clichè, per sferrare un nuovo inesorabile attacco. Non c’è più riposo, non c’è più sonno, non c’è più tranquillità per i nostri protagonisti costretti a questo ritmo scandito da cicli di 33 minuti di attesa prima che il nemico riappaia, costante e determinato. Siamo a più di 200 salti di fuga effettuati, e la fibra dell’essere umano è portata all’esasperazione, fino a che il nemico non si impadronisce di una nave civile rimasta indietro durante l’ultimo salto iperspaziale, che come una specie di cavallo di Troia dovrebbe riunirsi alle altre navi ed esplodere grazie a delle testate nucleari posizionate a bordo. Piano sventato all’ultimo secondo, ovviamente, dalla distruzione della nave da parte dei Viper di Apollo per ordine del Comandante Adama. Una spettacolare puntata dal punto di vista del ritmo registico.

E poi c’è da menzionare “Water”, episodio in cui un agente Cylon di sembianze umane infiltrato fra i nostri eroi, che poi si intuirà essere una inconsapevole Sharon “Boomer” Valerii, faranno esplodere i serbatoi delle riserve d’acqua della Galactica, costringendo la flotta alla ricerca di un approvvigionamento di acqua per poter sopravvivere e reintegrare le proprie scorte.

E parlando di puntate è ora di parlare anche di personaggi, partendo da quelli che non meritano (o comunque non meritano…per ora) una menzione più lunga di 2 o 3 righe: Apollo, belloccio bamboccio figlio di Adama, tutt’altro che dotato di carisma e personalità per quasi tutta la prima stagione. In “Bastille Day” Apollo fa solo la figura del bravo soldatino che vive nelle sue convinzioni, e in questo episodio la sola cosa degna di nota è la performance di Richard Hatch, attore che impersonò l’Apollo della serie originale e che qui dà il suo volto al detenuto Zarek, che rivedremo poi verso la fine della stagione niente meno che nella veste di candidato alla poltrona presidenziale. L’Apollo di questa serie emerge solo e finalmente nella puntata conclusiva della stagione intitolata “Kobol’s last gleaming pt.1”, quando si schiererà apertamente al fianco della Presidentessa Roslin contro gli ordini di suo padre, ammutinandosi e dando prova di avere un cervello per ragionare oltre che per sparare col suo caccia. Ci sono scintille romantiche all’orizzonte, fra lui e Starbuck, come è dato capire; ma non nell’immediato: dopo tutto Kara “Starbuck” Thrace, maschiaccia tenace e combattiva, nasconde un terribile segreto legato agli Adama: era la fidanzata di Zak Adama, fratello di Apollo, morto anni prima durante un volo in cui lei, sua insegnante, aveva dato l’autorizzazione di volare al ragazzo, nonostante fosse consapevole che lui non fosse tagliato per il volo né tanto meno pronto per quella missione; la relazione che avevano portò la ragazza ad una perdita di obiettività che, in conseguenza dell’incidente, nel tempo a venire le avrebbe causato senso di colpa e di tradimento di quella fiducia che il Comandante Adama, quasi un padre per lei fin dai tempi in cui era una recluta, aveva sempre mostrato nei suoi confronti. Starbuck, che inizialmente detestavo per essere la solita ragazza iper-steroidata, tira quindi fuori una grande tridimensionalità e si fa anche portavoce di interessanti interrogativi nel successivo “Flesh and Bone”, un contrito episodio con tre ingredienti principali: Starbuck, un agente Cylon di sembianze umane chiamato Leoben ed un interrogatorio per scoprire quale fosse il suo scopo a bordo della Galactica. Un interrogatorio in cui, decisamente non politically correct, il prigioniero verrà picchiato e percosso in tutti i modi (adoro quando la razza umana viene mostrata in tutto ciò che è, angoli bui compresi; ndr) pur di capire cosa muova lui e la sua razza. E si fa strada un senso di inaspettata superiorità spirituale del prigioniero nei confronti dei suoi carcerieri, non solo a causa delle percosse subìte da costui, ma anche grazie a dei dialoghi davvero meritevoli:
Leoben: “What is the most basic article of faith? 'This is not all that we are.' See, the difference between you and me is that I know what that means and you don't. I know that I'm more than this body, more than this consciousness. A part of me swims in the stream, but in truth, I'm standing on the shore. The current never takes me downstream." (Qual è l'oggetto fondamentale della fede? ‘Questo non è tutto ciò che siamo’. Vedi, la differenza fra te e me è che io so cosa significa e tu no. Io so che sono più di questo corpo e di questa coscienza. Una parte di me nuota nella corrente, ma in verità resto sulla spiaggia. La corrente non mi porta mai a valle).
Una guardia colpisce il volto del prigioniero con violenza, e Starbuck domanda sarcastica se gli abbia fatto male. Dopo la risposta affermativa del Cylon, ecco la replica di Starbuck: "Machines shouldn't feel pain. Shouldn't bleed, shouldn't sweat... See, now, a smart Cylon would turn off the ol' pain software about right now. But I don't think you're so smart. Here's your dilemna. Turn off the pain, you feel better but that makes you a machine, not a person. You see? Human beings can't turn off their pain. Human beings have to suffer and cry and scream and endure because they have no choice. So the only way you can avoid the pain you are about to receive is by telling me exactly what I wanna know. Just like a human would [...]. Maybe it won’t work. But then you'll know deep down that I beat you. That a human being beat you. And that you are truly no greater than we are. You're just a bunch of machines after all. Let the games begin…" (Le macchine non dovrebbero sentire dolore. Nè sudare, nè sanguinare... Ora, vedi, un Cylon furbo a quest’ora avrebbe già spento il suo buon vecchio software del dolore. Ma non credo tu sia così furbo. Ecco il tuo dilemma: Elimini il dolore, stai meglio, ma diventi una macchina, non una persona. Capisci? Gli esseri umani non possono eliminare il dolore. Devono soffrire e piangere e urlare e resistere perchè non hanno scelta. Quindi l’unico modo che hai per evitare il dolore che stai per provare è dirmi esattamente quello che voglio sapere. Come farebbe un essere umano. […]. Forse non funzionerà, ma dentro di te nel profondo saprai di essere battuto. Che un umano ti ha battuto. E che quindi non sei poi tanto migliore di noi. Siete solo un mucchio di macchine, dopo tutto. Diamo il via ai giochi...”.
Una Starbuck violenta e determinata, interrotta poi dal Presidente Roslin che tenterà di parlare col prigioniero in maniera più “costruttiva” per guadagnarne la fiducia, in modo davvero materno e toccante, per sapere se ci sia davvero una bomba piazzata su qualche nave della flotta o meno. Una volta raggiunto lo scopo e ottenuta l’informazione, poi, la Roslin farà cadere la maschera di caritatevole redentrice e darà l’ordine inaspettato di gettare il Cylon nello spazio. Starbuck, prima aggressiva e feroce, lo guarderà tristemente risucchiare dal vuoto spaziale provando compassione per un “uomo” la cui fiducia è stata tradita da false promesse di coloro i quali si suppone siano i “veri umani” della situazione. In questo tormentato episodio chi era lupo si rivela infine agnello, e viceversa, in un continuo scambio di ruoli che lancia un amaro messaggio fra le righe: quando si è in posizione di forza non c’è umanità che tenga per trattenere la violenza e la bestialità del predatore sulla preda; del forte sul debole; della vittima sul carnefice. La forza è superiorità, la superiorità è arroganza, l’arroganza è prevaricazione, e l’equazione “umana” pare cinicamente completa.

E poi c’è il Dottor Baltar, che in “Six Degrees of Separation” porterà avanti la messa a punto di un test fisico-biologico per poter individuare i duplicati Cylon fra le fila degli umani, pur cominciando a fare dubitare della propria lealtà, nei confronti della sua stessa razza, plagiato delle allucinazioni di “Numero Sei”, arrivando a celare agli altri la scoperta che Boomer sia effettivamente una Cylon. Baltar è vittima della bella Cylon, che gli appare di continuo comportandosi come Virgilio con Dante: una coscienza, una guida, un vademecum per capire come muoversi in uno scontro fra due razze; un uomo nevrotico che si trova ad essere vittima di circostanze più grandi di quanto la sua psiche possa permettergli. E ad assumere un ruolo di osservatore quasi messianico del futuro, quando alla fine della stagione in una visione Numero Sei gli mostrerà l’insospettabile frutto dell’unione fra le due razze nemiche. Non è dato capire se Numero Sei sia una manifestazione della propria mente deviante oppure se sia una visione indotta dai nemici per rendere Gaius Baltar una pedina nelle loro mani; il dubbio resta, ed è parte del gioco, facendo dubitare della razionalità del nostro buon dottore; e poi ci si somma anche il fatto che Baltar diventerà una pedina nelle mani della stessa Presidentessa Roslin, in periodo di elezioni. Del resto si sa che in politica a volte delle alleanze di circostanza sono necessarie, garantendosi il minore dei mali in virtù di un beneficio più grande, e per Laura Roslin la mossa migliore per tenersi la poltrona presidenziale pare sia candidarsi proponendo Baltar come vicepresidente, usando la popolarità del buon Dottore a suo favore.

Durante tutta la stagione viviamo parallelamente la storia di Helo e di Boomer (una delle varie copie di Boomer) su Caprica, lasciati indietro dalla loro flotta in fuga. I due fuggono, trovano vari rifugi e si innamorano. Helo scoprirà la verità dell’identità di Sharon solo dopo che questa sarà rimasta incinta di lui (aprendo il quesito se questi Cylon di aspetto umano siano androidi o più che altro cloni a tutti gli effetti). Boomer é l’ennesimo elemento che destabilizzerà l’equazione Cylon = inumanità: sia la Boomer su Caprica che quella a bordo del Galactica sono fermamente intenzionate a sfuggire al proprio ruolo di soldati Cylon, non accettando passivamente la propria identità, anche se fra l’intenzione e il risultato il passo non è breve.
E che dire di Adama, dal quale francamente mi aspettavo più carisma e che invece ha saputo tirare fuori i propri attributi (anche troppo) solo verso la fine della stagione, dando ordine di incarcerare il Presidente Roslin perché pericolosa sobillatrice per le sue truppe. Il nemico dell’uomo non è solo quello che viene dall’esterno, ma anche la sconfitta della democrazia e la prevaricazione della legge marziale, di cui Adama e il suo inetto vice, il Colonnello Tigh, si faranno apparenti promotori. L’uomo è lupo all’uomo, e di nuovo ecco che la luce dei riflettori sui nostri fuggiaschi non è esattamente rosea e lusinghiera.
La Roslin è certamente il personaggio più controverso ed interessante di tutta la stagione: apparentemente timida e sommessa, in realtà nasconde più fredda risolutezza di quanto possa sembrare (vedi l’episodio “Flesh and Bone” citato prima) e una scaltrezza politica davvero insospettabile. “In war you get killed once. In politics it can happen over and over” (In guerra si viene uccisi una volta sola. In politica può accadere più e più volte), dirà al Comandante Adama dopo avere vinto le elezioni in “Colonial Day”, commentando la sua mossa di avere coinvolto Baltar nella propria causa elettorale sfruttandone la popolarità. Le profezie di Pythia narrano di un leader morente che guiderà gli uomini verso la salvezza, e Laura Roslin effettivamente sta morendo. Il cancro, nonostante le cure, la sta segretamente divorando. I farmaci, dai pesanti effetti allucinogeni, sono le stesse sostanze che venivano assunte dai Profeti per cadere in trance e vaticinare sul futuro. Le allucinazioni di cui è vittima rispecchiano quanto scritto negli antichi libri. Ed ecco di nuovo la fede contro la razionalità, ovvero Laura Roslin contro il Comandante Adama, affrontarsi sullo schermo riguardo alla possibilità che la Terra possa esistere davvero, come era accaduto alla fine del pilot. Specie dopo il ritrovamento del pianeta Kobol, che tutti credevano un mito e che secondo la leggenda sarebbe stata la culla della razza umana e dimora degli antichi dei: la Roslin convincerà Starbuck a tornare su Caprica, a bordo di un mezzo rubato ai Cylon, per riprendere l’antica freccia di Apollo, che sempre secondo la leggenda dovrebbe indicare su Kobol il luogo in cui giacciono le informazioni per arrivare al pianeta Terra. Adama, adirato per il fatto che il Presidente abbia raggirato e convinto Starbuck a compiere questa inutile e delirante missione, finirà per destituirla ed incarcerarla dichiarandola interdetta e pericolosa, compiendo di fatto una specie di colpo di stato militare. Ed ecco di nuovo che è dall’interno che l’umanità si dimostra avvelenata e affetta da malessere, calcando di nuovo la mano sul pericoloso ed eterno dilemma fra fede e ragione e sottolineando la difficile convivenza fra il potere democratico civile e quello militare, come chiara metafora del nostro tempo e della nostra storia, lungo un arco conclusivo magistralmente sceneggiato e che apre delle prospettive ricchissime per la stagione che verrà.
Con il Presidente in carcere e Adama in bilico fra la vita e la morte a causa di un colpo di scena inaspettato, si darà inizio alle danze tipiche della migliore tradizione del “cliffhanger” televisivo statunitense. Se volete degli aggiornamenti vi aspetto qui, numerosi, dopo che le mie notti da Galactica-dipendente, vita privata e lavorativa permettendo, mi avranno permesso di recensire anche la seconda stagione. Metteteci un bel po’ di pazienza però, come dovrò fare anche io, perché negli States la stagione finirà solo verso fine maggio.


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