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BALLE SPAZIALI
di Lorenzo "Sunrise" Pifferi
Una
premessa, molto in voga di questi tempi: chi legge lo STIM avrà
più volte notato la semplicità con la quale molti di noi
si divertono a smontare mostri sacri e metterli in mutande, sfidando l’ira
dei devoti. Non mancano infatti le critiche oltraggiose a personaggi,
eventi, libri, serie televisive, e, diciamocelo, a politici e politica.
Credo che la fantascienza, come ogni altra forma di espressione creativa,
sia legata con una visione del mondo, spesso utopica nel nostro caso,
in quanto inevitabilmente proiettata al futuro. Sarebbe un male se chi
scrive non avesse le proprie idee, anche intrise di convincimenti anche
politici, e non le sapesse mettere in relazione con gli argomenti di cui
parla. È un classico della fantascienza, inoltre, presentare il
futuro gonfiando ed esagerando particolari aspetti del presente. Non ce
ne voglia chi legge, se ogni tanto si esagera anche in queste pagine.
Mi preme sottolineare, in qualità di proto-redattore
di recente acquisto, che tali giudizi però non sono unanimi, non
seguono una “ideologia dello stim”. Non ho fatto alcuna prova
iniziatica nella quale ho giurato fedeltà alla dottrina. Anzi,
vige l’assoluta libertà di espressione, delizia dell’amatore
in questo spazio che mi hanno concesso: al singolo la responsabilità
delle proprie affermazioni (non invidio Paolo Longarini, dopo che ha declassato
Kubrick a terzo fratello dei Vanzina). Il tutto avviene molto naturalmente,
con costante ironia e rispetto. Il giudizio spetta come sempre a chi legge.
Come giustamente detto dalla Direttora nello scorso Warpmail, non sono
bei tempi, soprattutto per le prossime elezioni in odor di fantascienza.
Non capisco perché, ed è un pensiero assolutamente trasversale,
mi viene in mente “Balle Spaziali”. Uscendo
fuori dal mio orticello, sono di recentissima attualità i confronti
politici, le prese di posizione, le fantasmagoriche linee editoriali dove
lo standard risiede nell’adeguarsi, e la libertà simbolica
lasciata come ipotesi. Per par inciucio, vi garantisco che sono critico
e diffidente nei confronti di tutta la classe politica. Questo purtroppo
accomuna gran parte di noi in una specie di scetticismo radicale, tante
volte utile per sedare i contrasti: “tanto fanno tutti schifo, volemose
bbene”. Sono stato abbastanza neutro?
Questo
cappello introduttivo l’ho usato per prepararvi spiritualmente alla
mia NON recensione dell’ultimo libro di Umberto Eco “A
passo di gambero”. Difatti non l’ho ancora letto,
ma l’idea del libro è abbastanza chiara: non stiamo andando
verso il futuro, anzi , sulle orme del gambero e del suo noto stile di
deambulazione, guardiamo avanti e retrocediamo. Su questo il venerando
Eco mi trova quasi d’accordo. Il futuro imprevedibile viene spesso
impaginato tra le oligarchie delle multinazionali, tra pochi ricchi arroganti
e potenti che dietro le quinte gestiscono le sorti di molti, in questa
specie di medioevo al laser. La criminalità dei substrati urbani,
l’integrazione impossibile. Feudi, signorotti, tirapiedi, armigeri
e schiavi. In tutto questo ancora lo schermo (nella migliore delle ipotesi),
come oppio dei popoli, a sedare e lobotomizzare le masse. Il futuro alla
“Do android dream of electric sheep?” è
già dietro le porte (il noto scrittore di fantascienza sarà
nuovamente riproposto sui circuiti cinematografici, con la trasposizione
di“A scanner darkly”). Fantascienza? Futuro?
Passato? A proposito di schermi, lo stesso Eco si chiede anche quanto
Internet sia sinonimo di verità, descrivendo e prendendo come esempio
wikipedia, il tutto in poche righe (prossime all’ultima di copertina
come sua decennale abitudine). Nero su bianco, riscontra una decisa pertinenza
dell’enciclopedia aperta, scritta dai visitatori, anche se con qualche
imprecisione che lui stesso ha avuto premura di modificare (chi mai avrebbe
sospettato il contrario?).
Eco probabilmente aveva voglia di dire la sua, anche
politicamente, e l’ha detta in modo esplicito, con un libro e non
solo. Ed ora la critica, se così si può chiamare: non conosco
la totalità del pensiero espresso nel libro – non l’ho
letto -, colgo solo l’occasione, come sempre, per dire la mia (eh
cazzo, mica solo gli umberti echi). Più volte mi è sembrato
di tornare al feudalesimo, ma non credo sia un vero e proprio retrocedere,
quanto piuttosto un ripresentarsi di alcune costanti della società
organizzata, ingigantite da uno sviluppo sociale che il genere umano non
ha mai conosciuto. Non solo per un ‘900 che ha cambiato il volto
del pianeta, ma anche per la quantità fisica di persone presenti,
e la velocità con la quale le stesse interagiscono. Sì insomma,
i soliti argomenti sulla globalizzazione elevata al network.
Retrocediamo
quindi nel limite in cui attualizziamo dinamiche già note agli
antichi, sicuramente a velocità maggiori, in un triste ripetersi
di rapporti ed atteggiamenti che, nonostante i millenni, non sono ancora
cambiati. Vediamo ad esempio il controllo delle risorse sospinto da una
ideologia identitaria (eh che novità), le tensioni e le differenze
sociali in regime di carestia (eh che novità), il fervore del popolo
e la propaganda (eh che novità), la difesa del potere (eh che novità),
i complotti (eh che novità), le mistificazioni (eh che novità),
la violenza degli emarginati (eh che novità), l’insurrezione
delle minoranze (eh che novità). Sono stato particolarmente superficiale,
probabilmente scontato, forse anche pessimista: l’uomo non cambierà
mai. Chissà cosa succederà se e quando leggerò quel
libro: è una novità questo retrocedere? Si vuole affermare
che siamo tornati indietro? O forse è più corretto dire
che non siamo mai andati avanti? È troppo facile creare accostamenti
tra il passato ed il presente, di cui Eco ne propone diversi. Così
facile che, per quanto pertinenti, mi sembrano un tantino inutili, se
non per costruire un filo conduttore finalizzato all’opposizione
politica. Il fine giustifica i mezzi, probabilmente.
Chi
legge a questo punto potrebbe chiedersi quale sia la morale: è
una malcelata voglia di parlare di politica, per il numero dello STIM
che uscirà proprio nel periodo caldo. In toni più saggi
rispetto al passato, invitando le persone a cercare i propri riferimenti
politici ed ideologici in tutto lo sci-fi, e magari ritornandoci sopra
a beneficio della conoscenza, mai per polemica: nell’inevitabile
commistione tra politica e fantascienza, tra ventate di pessimismo e messaggi
da Utopia. Segue anche un convincimento: niente di quanto sta accedendo
oggi, e di quanto accadrà in futuro, potrà veramente presentarsi
come un qualcosa di nuovo, a seguito della postulata “coerenza”
dell’umana specie. Per concludere, o per chiudere la premessa, un
invito ad una sorta di dubbio metodico, nel provare (anche per gioco)
a mettere in discussione ciò che non sembra essere discutibile.
Un po’ come criticare Eco senza averlo letto.
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