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V PER VENDETTA
di Martina Grusovin
Il
Big Ben ed il Palazzo del Parlamento sono il centro di potere più
importante della Gran Bretagna e il simbolo stesso della capitale. Fu
Gugliemo il Conquistatore a fare di Westminster il suo quartier generale
dopo l'invasione dell'Inghilterra avvenuta nel 1066, suo l’ordine
di far costruire, come simbolo di un potere assoluto, la sinistra Torre
di Londra. Westminster divenne presto la sede del governo inglese, poi
di quello Britannico ed infine di un enorme impero, ma fu con Edoardo
I nel 1295, che venne costituito un sistema parlamentare a due camere.
Il 5 novembre del 1605 il palazzo sopravvisse alla cospirazione del cattolico
Guy Fawkes che, posizionando 36 barili di polvere da
sparo in un tunnel sotto il Parlamento, voleva opporsi a Giacomo I, persecutore
della Chiesa romana. Ciò che non riuscì a Fawkes (arrestato,
impiccato e sventrato), lo fece l’incendio del 1834, ed il capolavoro
in stile gotico vittoriano che possiamo ammirare oggi è opera del
progetto di Charles Barry e A.W Pugin.
I
due creatori del fumetto di V per vendetta, Alan
Moore e David Lloyd, s’ispirarono nei
thatcheriani anni ottanta proprio alla figura di Fawkes
per creare il loro protagonista V, l’uomo sfigurato
costretto a portare una maschera come le fattezze del rivoluzionario cattolico.
Il film diretto da James Mc Teigue è sceneggiato
e prodotto dai fratelli Wachowski che, abbandonato il
futuro filosofico-apocalittico di Matrix, si sono dati alla politica raccontando
una Londra del 2020.
Un
governo assolutista guidato da un hitleriano Alto Cancelliere tiene in
scacco l’intera popolazione inglese con un sistema basato sulla
paura, intollerante verso ogni forma di contestazione e di diversità,
tanto da eliminare omosessuali, musulmani e neri. A questo scenario orwelliano
si oppone V (Hugo Weaving), cavia da
laboratorio del governo per la creazione di un nuovo virus letale. Sulla
propria strada incontra la bella Evey (Natalie
Portman), giovane donna la cui famiglia è stata sterminata,
e tra i due nasce uno strano rapporto d’amore. È
a lei, rappresentante di un nuovo futuro, che V affida la decisione di
far saltare il Parlamento inglese, simbolo dell’oppressione, mentre
lui, legato ad un passato incancellabile, concluderà la propria
vendetta personale.
A metà strada tra il Fantasma dell’Opera e il Conte di Montecristo,
V per vendetta dà voce a due temi cari del cinema americano
e non, di questi ultimi anni.
Da una parte ripropone il motivo della vendetta, (pensiamo alla trilogia
di Park Chan-Wook ma anche a
Kill Bill di Tarantino), dove le azioni dei
personaggi, anche quelle più atroci, sono sempre legittimate in
nome dello smacco subito. Dall’altra vi è un indubbio ritorno
d’interesse per argomenti politici e pellicole come Munich,
Syriana, Good Night and Good Luck, solo alcuni esempi.
Il
film di James Mc Teigue crea un mixage unendo i due elementi. In anni
post 11 settembre, la paura verso un possibile ritorno ad una dittatura
in occidente per molti non è così assurda (qualcuno ha ipotizzato
che il governo americano fosse a conoscenza dell’attentato alle
Torri Gemelle e su internet si moltiplicano i siti che si propongono di
fare informazione alternativa a quella ufficiale ritenuta falsa).
Quant’è lontana la vecchia fantascienza degli anni ’50,
quando l’America cercava il nemico al di là del muro e gli
alieni venuti da Marte richiamavano alla memoria altri pericolosi “rossi”!
Sarà per il polity correct, sarà che il crollo del muro
ha reso sempre più difficile rintracciare il domicilio dei “cattivi”,
ma pare che persino pellicole per il grande pubblico come, appunto, V
per vendetta, ardiscano a cercare il male non in terre remote, ma tra
le mura di casa. Il
film pare volerci dire “Viviamo in una società confusa dove
conta solo la legge del più forte. L’unica arma efficace
per opporsi alla violenza è la violenza stessa”. È
legittimo allora far saltare in aria il Parlamento perché, se stiamo
dalla parte della ragione (ed è ovvio quale sia nel film), tutto
è consentito. Il problema sta nel fatto che la vita (purtroppo!)
non è un film e che la verità, come ce ne accorgiamo bene
ogni giorno, non è mai così chiara. Un terrorista, anche
uno buono come V, ha una visione unilaterale del mondo. Ribellarsi ad
un tiranno è legittimo, ne sapevano qualcosa Martin Luter King
e Ghandi, ma chi può intervenire usando armi non dissimili da quelle
del dittatore?
A
parte tali questioni più o meno condivisibili, il film non è
convincente neppure su di un piano puramente linguistico e si perde soprattutto
nel finale. Stucchevole la storia d’amore tra i due protagonisti
(Natalie Portman che bacia la maschera!) precipita quando tutti i contestatori
si radunano davanti al Big Ben travestiti da Guy Fawkes. Non
solo l’esercito non spara un colpo, ma i dimostranti si tolgono
la maschera in una sorta di ola crescente dalle prime file verso il fondo
(l’individualità vince sull’omologazione!). Se
pure belle le evoluzioni di V con i coltelli, il film è però
verboso, difficile in alcune parti da seguire, con evidenti buchi di sceneggiatura
non supportati dal ritmo, cerca l’emozione ma non sempre la trova.
Come per il secondo e il terzo capitolo di Matrix, in V per vendetta non
è chiaro quale gioco si voglia giocare. Non che sia vietato fare
un film d’azione e, allo stesso tempo, proporre un messaggio ma,
su un terreno così scivoloso, il rischio è di prendersi
troppo sul serio. Distruggere un’opera d’arte non ha mai fatto
bene a nessuno e, perdonate la poca ironia, più che le immagini
dei lager e dei corpi accatastati nelle fosse, copie plastificate di spettri
terribili del secolo scorso, è l’esplosione di Westminster
a mettere i brividi.
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